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Dizionario dello stadio

TITOLO: Stadio delle alpi: una sintesi della storia

WRITTEN BY: Lorenzo Matteoli

DATE: Marzo 2005

 

 

Il “bignami” dello Stadio delle Alpi
Lorenzo Matteoli

 


Per il mondiale del 90 Torino fu scelta come una delle città ospite e si decise di costruire un nuovo stadio invece di adattare il Vecchio Comunale, adattamento che comunque venne bloccato dalla Soprintendenza ai Monumenti che vincolò il Vecchio Comunale come significativo emblema del Movimento Moderno. Il vincolo era molto “guidato”: non venne espresso finchè c’era la giunta PCI di Novelli e venne immediatamente deliberato con il passaggio alla Giunta pentapartito. Un esempio del “Sistema Torino” in funzione.
La decisione di costruire un nuovo stadio veniva presa dopo un lungo regno del PCI che aveva praticamente ingessato la città di Torino in decisioni minimali e l’aveva privata di qualsiasi “visione” strategica e di futuro. Giunta, sindaco e assessori erano prigionieri del teorema del PCI: chi fa…ruba. Ergo se non si fa nulla non si ruba. I magistrati torinesi tenevano un rigoroso controllo sugli assessori e l’attività principale dell’opposizione era di inviare dossier alla magistratura su qualunque cosa venisse decisa.
Il nuovo stadio localizzato nella zona Nord Ovest di Torino avrebbe avuto la funzione di riqualificare quel comparto urbano, da sempre luogo destinato a ospitare il peggio del “metabolismo urbano”: la Sardgina (1) municipale, il Mattatoio, la Prigione, il campo nomadi e gli orti urbani.
Il grande appezzamento della Cascina Contina (divenuta nei secoli Continassa in segno spregiativo: era il luogo dove sostavano i viaggiatori medievali in quarantena prima di entrare nella città) avrebbe dovuto ospitare un grande parco per lo sport e il tempo libero con molti altri impianti e attrezzature sportive.
Insieme alla riqualifica della zona Nord Ovest l’idea era anche quella di svolgere la zona di Piazza d’Armi (dove c’era il vecchio Stadio Comunale) alle nuove funzioni urbane che il cambiamento avvenuto in 60 anni implicava: parco, cultura, educazione. Il Comunale era stato costruito nel 1933 quando Piazza d’Armi era lontana periferia.
La Città, invece del concorso appalto, decise di cercare un “Concessionario” che, in cambio della gestione trentennale del manufatto e dei 30 miliardi di Lire della Legge Capria, progettasse e realizzasse lo stadio senza altri oneri per la Città, integrando il capitale necessario.
La delibera venne ferocemente osteggiata dal “Sistema Torino” (2) : una implicita e non identificabile associazione di interessi finanziarii, bancari, politici, sindacali e di impresa attiva in Torino da sempre e ancora oggi potentissima, che si applica oggi proficuamente ai lavori per le Olimpiadi invernali del 2006, alla metropolitana torinese e alla linea superveloce Torino-Milano-Venezia
Il Concessionario avrebbe dovuto anche progettare e realizzare il Parco intorno allo Stadio delle Alpi e i diversi impianti con lo stesso meccanismo della concessione per lo Stadio.
Il Sindaco Cardetti si rifiutò di firmare la delibera che lanciava il bando per la ricerca del concessionario che passò solo con la forzatura da parte del sottoscritto a quel tempo Assessore allo Sport, Turismo e Tempo Libero. Cardetti sosteneva che il bando sarebbe andato deserto e che la Città avrebbe fatto una pessima figura. E’ probabile che Cardetti avesse ricevuto avvertimenti in tal senso dal Sistema Torino e volesse effettivamente proteggere la Civica Amministrazione da offese o sgarri.
Si presentarono dodici potenziali Concessionari fra i quali Recchi, Fiat Engineering, Borini e Prono, Impresa Borini, Consorzio UPSE e Società dell’Acqua Pia Antica Marcia.
La commissione consiliare incaricata di scegliere la proposta migliore, presieduta dal Vice Sindaco Aldo Ravaioli, che vedeva rappresentati tutti i partiti della maggioranza e dell’opposizione (3) (per la prima e l’unica volta nella storia di Torino), scelse il progetto e la proposta di gestione dell’Acqua Marcia. La Fiat Engineering venne esclusa per una grave e voluta lacuna nella sua proposta: non presentò il programma economico e finanziario per i 30 anni di gestione un documento esplicitamente richiesto sia dal bando che dalla Legge. Un documento fondamentale dell’istituto della concessione che deve provare l’interesse del concessionario a ben condurre l’opera. La Fiat motivava questa lacuna con la impossibilità di conoscere i cespiti attivi (biglietti, pubblicità, diritti TV). La realtà era che il sindaco Novelli aveva sempre rinnovato la concessione pubblicitaria al vecchio Comunale senza concorso a favore di Publimondo (Bastino) alla ridicola cifra di 300 milioni all’anno. La Concessione venne data quell’anno (l’ultimo prima di passare al Delle Alpi) a seguito di regolare concorso per 2700 milioni. Boniperti ammise in seguito che riceveva da Bastino Publimondo una cospicua tangente annuale sulla pubblicità e lo stesso era per il Torino Calcio. La Fiat non poteva mettere nella sua proposta una cifra realistica per l’introito pubblicitario che avrebbe rivelato la sistematica tangente percepita per anni dalla Juventus.
Dopo la scelta dell’Acqua Marcia si scatenò una guerra senza quartiere fomentata e sostenuta dal “Sistema Torino” contro la concessionaria Romana. Tutte le delibere relative alla complessa vicenda, ed erano centinaia, venivano aggredite da un partito trasversale nel quale confluivano tutti i consiglieri che volevano acquisire merito con il “Sistema Torino”. Dall’approvazione del progetto esecutivo, l’approvazione dei progetti per il comprensorio, l’approvazione dello spostamento del campo nomadi, dell’assetto viario attorno allo Stadio, l’approvazione degli stati di avanzamento, fogne, impiantistica, normativa di sicurezza…
La Concessionaria venne aggredita dai fornitori Torinesi che ricattavano (sempre per acquisire benevolenza con il Sistema Torino), dalle banche, dal COL e dal CONI con richieste esose e speciose. Il COL (presieduto da Luca di Montezemolo) arrivò a chiedere, senza motivo, la consegna dello stadio a Ottobre del 1989 quando era stata convenuta con la FIFA la consegna a Maggio del 90.
I giornali Torinesi (La Stampa e la Repubblica foglio torinese) non perdevano occasione per tacere la verità e promuovere insinuazioni che in breve fecero odiare ai Torinesi sia lo Stadio che la Concessionaria (emblematico del plagio effettuato dagli organi di stampa torinesi fu Bettega che, non lesse mai né gli atti della commissione, né le delibere del Consiglio, né i documenti relativi alla aggiudicazione, arrivò a chiamarlo “lo stadio del malaffare” solo per effetto della lettura dei giornali). La Repubblica in un articolo relativo ad un scandalo nel comune di Grugliasco (che nulla aveva a che vedere con lo stadio o con Torino) dietro il titolo a tutta pagina “Grugliasco crocevia di tangenti” metteva la fotografia del sindaco di Torino Anna Maria Magnani Noja e dell’assessore allo Sport Matteoli e quella dello Stadio delle Alpi: un esempio ineguagliato di truffa, disonestà mediatica e calunnia per associazione di immagini contro il quale era impossibile tutelarsi.
Geniale idea di Salvatore Tropea, una delle colonne giornalistiche del Sistema Torino.
Il giornalista Benedetto de La Stampa, con la classica furbizia disonesta della modestia professionale, scrivendo il “coccodrillo” per la morte del giovane Chicco Recchi gli fece dire che avrebbe costruito volentieri lo stadio ma era stato scartato dai mazzettari. La ragione della eliminazione di Recchi (Stadium) era invece stata la esclusione di opere fondamentali dall’offerta (i.e. la copertura dello stadio). Anche questa motivazione venne accuratamente segretata dai giornali torinesi.
Tutti i torinesi sono ancora oggi convinti che lo Stadio delle Alpi sia stato luogo di corruzione, tangenti, costi enormi a carico della Città e indebiti arricchimenti quando invece è stata forse l’unica grande opera realizzata in Italia in quegli anni torbidi senza tangenti, nei costi previsti e nei tempi di contratto. L’efficacia della disinformazione della stampa torinese è provata dal fatto che tutti i torinesi sono convinti che la Città abbia speso centinaia di miliardi per lo Stadio. Pochissimi sanno della “concessione” e sanno che la Città ha pagato solo i 30 miliardi della Legge Capria, tutte le maggiorazioni sono state a carico dalla Concessionaria.
Il costo finale dello stadio venne stimato in sede di arbitrato in 126 miliardi di lire. La convenienza per la Concessionaria era comunque garantita dagli introiti della pubblicità che si rivelarono molto più elevati di quanto non fosse stato previsto in sede di offerta.
Una questione sulla quale venni aggredito e che ancora oggi ha rilevanza è quella della pubblicità durante i mondiali.
Il sindaco PCI Diego Novelli (lo stesso che regalava la pubblicità a Publimondo) aveva promesso la pubblicità durante i mondiali alla FIFA con una lettera personale (prima di decadere come sindaco). La lettera di Novelli non era nel mio protocollo e non venne mai rappresentata in Consiglio Comunale dal Novelli, né fu mai oggetto di deliberazione. Un regalo personale di Novelli alla FIFA del valore di diversi miliardi sottratti alla Città. In base a quella lettera si sostenne che la FIFA “aveva il diritto” della pubblicità nello stadio durante la manifestazione dei mondiali. Una emerita fregnaccia della quale sono ancora vittima molti stadi che ospitano eventi FIFA o UEFA. Nella concessione per il nuovo stadio i diritti sulla pubblicità nello stadio erano riservati alla Concessionaria e io venni a lungo ridicolizzato come il cretino che non sapeva che la pubblicità non era disponibile perché era “un diritto della FIFA”. (Cannavò su La Gazzetta dello Sport fece lunghi esercizi sulla mia dabbenaggine invece di riflettere sul servilismo suo e degli altri che sostenevano l’arroganza della FIFA). Il problema venne risolto in sede di arbitrato a favore della Città.
La storia della pista di atletica merita un cenno particolare: come assessore competente volevo lo stadio senza pista e venni immediatamente aggredito da Primo Nebiolo (presidente della Federazione Italiana di Atletica) che minacciò di togliere alla città il contributo della legge Capria di 30 miliardi di lire. Nebiolo convinceva i membri della giunta e i segretari dei partiti dicendo che avrebbe usato le 15 mila tessere degli atleti della Federazione Italiana di Atletica contro chi avesse approvato lo stadio senza pista. Gianni Agnelli mi fece capire in una battuta che avrebbe fatto qualcosa, ma se ne guardò bene. La consigliera Elda Tessore per tutta la fase preliminare e di preparazione della delibera di concessione svolse una pesante e isterica campagna in favore della pista.
Alla fine chiesi aiuto a Franco Carraro (allora presidente del CONI) che mi invitò a Roma dichiarandosi d’accordo con me, per vedere cosa si poteva fare: andai a Roma e mi ricevette con a fianco Primo Nebiolo che fece a tutti e tue un cazziatone da caporale di giornata. Carraro abbozzò. Io feci presente a Nebiolo che la pista era un errore madornale: la sua risposta fu volgare. Non era stato ancora truccato il salto in lungo di Evangelisti e Nebiolo era allora molto potente non solo nel CONI, ma in ambiente politico. Carraro ne aveva pauroso rispetto.
La mia battaglia contro la pista venne definitivamente persa quando Vittorio Chiusano (allora presidente della Juve) e Nizzola (consigliere del Torino Calcio) scrissero al sindaco Cardetti che se la città si fosse rimangiata la delibera di Concessione all’Acqua Marcia le squadre (cioè la Fiat) avrebbero fatto lo stadio alla Continassa con la pista. La lettera venne pubblicata da Stampa Sera e negli archivi la si può ancora trovare. I colleghi di Giunta, dopo quella lettera, mi dicevano: “Matteoli “piciu” se Chiusano fa lo stadio con la pista perché rompi i coglioni?
Dopo l’inizio dei lavori la Concessionaria Acqua Marcia (il solo nome faceva scandalo a Torino ed era occasione di battute di gusto discutibile) venne portata praticamente al fallimento dal boicottaggio del Sistema Torino, io ero schiacciato tra la ferocia vendicativa della Giunta e del Consiglio Comunale, e la necessità di mantenere la Concessionaria funzionante fino al completamento dello stadio. Promettevo alla Concessionaria attenzione per le proposte di incremento dei costi che loro accampavano. Promesse che sapevo benissimo che non sarebbero mai state mantenute. Con queste promesse la Concessionaria riuscì ad avere un prestito cash da una banca giapponese (40 miliardi di vecchie lire) con il quale poté finire lo stadio. Io venni massacrato sulla stampa come corrotto, venduto alla Concessionaria (Franco Recanatesi sulla Repubblica, Pia Luisa Bianco su l’Europeo). L’articolo di Franco Recanatesi pieno di errori e falsi (La confusion, il mal de la cittade) Domenica Lunedì 7-8 Maggio 1989, resta un insuperato esempio di vergogna e disonestà giornalistica. Era stato probabilmente commissionato da qualche “compagno” socialista per farmi fuori: venne infatti pubblicato in occasione di un Cogresso della Federazione Socialista di Torino con sospetto tempismo. La mia lettera di richiesta di rettifica ai sensi di legge (una delle tante: protocollo N. 426.IX.8 dell’8 Maggio, 1989) venne sovranamente ignorata dal direttore Salvatore Tropea, fedele alle consegne del Sistema Torino. La classe giornalistica di Recanatesi è ben rappresentata dall’articolo sui guadagni di Cicciolina (Franco Recanatesi, Quanto incassa la Cicciolina & Co., in "La Repubblica", Roma, 19 giugno 1987).
Potevo difendermi dalle falsità e dalle ingiurie nei limiti assurdi della legge sulla stampa notoriamente uno strumento che tutela i calunniatori, ma molte cose non le potevo dire perché avrei rivelato la manovra che stavo facendo per portare a termine l’opera e avrei provocato, per difendere la mia persona, un enorme danno alla Città.
La chiarezza della mia posizione venne poi in luce quando si chiuse la vicenda arbitrale: la posizione della Città fu vincente su tutta la linea. Solo modeste richieste marginali della Concessionaria vennero accolte.
Torino ha realizzato lo Stadio delle Alpi con 30 miliardi della legge Capria tutti i costi aggiuntivi accampati dalla Concessionaria sono rimasti a suo carico come previsto dalla Convenzione di Concessione: a Torino pochissimi lo sanno per la sistematica campagna di stampa diffamatoria e di denigrazione condotta dai giornali Torinesi. Nessun giornalista può permettersi di scriverlo: il silenzio stampa sulla vicenda è una condizione ineludibile per “respirare” nelle redazioni dei giornali torinesi.
La battaglia è continuata dopo la costruzione dello stadio: la Juventus ha continuato ad aggredire la Concessionaria con la complicità del sindaco Castellani e dei media di servizio Torinesi accampando ogni sorta di scusa per denigrare lo stadio (ci fa freddo…è stata la più spiritosa) e chiedere riduzioni dei costi di affitto.
La posizione denigratoria e negativa della Juventus è solidamente smentita dai fatti: tutti i record di incasso e di pubblico sono stati battuti negli oramai 15 anni di vita del Delle Alpi. Il resto sono chiacchiere e palle.
La Concessionaria Acqua Marcia, portata al fallimento, cedette la concessione del Delle Alpi ai Fratelli Caltagirone che, in un clearing finanziario, la cedettero all’Istituto San Paolo di Torino, uno dei centri dominanti del Sistema Torino. Il San Paolo fece una società per la gestione dello Stadio (Sogealpi) che durò pochi mesi. In questi pochi mesi la Sogealpi regalò (sic!) la concessione pubblicitaria alla Juventus (chissà come sono contenti gli azionisti del San Paolo di sapere come vengono usati i loro soldi).
Lo stadio, privato del fondamentale cespite attivo della pubblicità, venne poi “regalato” alla Città e il Sindaco Castellani lo accettò, sapendo bene quale sarebbe stata la conclusione della vicenda.
La strategia di Castellani era un piano di rapina finalizzato a fare acquisire lo stadio alla Juventus senza pagare il dovuto alla Città e ai cittadini di Torino. Castellani concordò personalmente con Giraudo le condizioni per la cessione dello Stadio e dei terreni alla Continassa come se fossero sue personali proprietà. Questo risulta da una imprudente lettera di conferma scritta da Giraudo al Castellani. (lettera con timbro del protocollo della Citta' di Torino Prot. n. 6756, 09, Set. 1999). La riunione fra Giraudo e Castellani avvenne senza la partecipazione di funzionari dell’Amministrazione: un affare privato. Lo stile amministrativo che ha probabilmente provocato la recente crisi nel TOROC e il disgusto di Mario Pescante che pure deve essere un uomo di grande esperienza.
Dopo qualche anno di ricatti operati dalla Juventus e dopo qualche altra scemenza “strategica” del Sindaco Castellani (Lo stadio delle Alpi va demolito: la manutenzione costa troppo) prontamente smentita da precisa documentazione fornita dall’ingegnere capo del Comune Quirico e dal responsabile dei periodici collaudi della struttura prof. Ing. Franco Ossola, lo stadio è stato ceduto dal Sindaco Chiamparino (DS) alla Juventus in enfiteusi per 99 anni per una cifra risibile rispetto agli effettivi valori e potenzialità immobiliari insieme a una vasta concessione sulle aree della Continassa per costruire supermercati, sale cinematografiche, attrezzature alberghiere etc.
La Juventus (forse) lo modificherà per togliere l’odiata pista, certamente sfrutterà tutte le aree commerciali con licenze che verranno immediatamente concesse dal Sistema Torino. Le stesse licenze che, pur essendo dovute ai sensi del contratto di concessione, sono state negate alla prima Concessionaria Acqua Marcia in una lunga sequenza burocratica che non esiterei a definire perfetto esempio di criminalità amministrativa pubblica, e che mi vide sistematicamente sconfitto in Giunta e in Consiglio.
Il desiderio di danneggiare la Concessionaria anche a costo di provocare danno alla Città pur di procurarsi meriti presso il Sistema Torino spingeva Assessori e Consiglieri a ogni sorta di cinismo.
La concessione originaria per l’Acqua Marcia e gli accordi connessi vennero definiti dagli esperti un “capolavoro di ingegneria amministrativa”. Il primo grande impianto sportivo gestito da un privato, manutenuto da un privato con risparmi notevoli e notevoli vantaggi per la pubblica amministrazione: una grande occasione sprecata dalla mano pubblica a favore della arroganza e della potenza della Vecchia e rapace Signora, emblema del Sistema Torino.
L’ex sindaco Castellani è stato adeguatamente premiato dal Sistema Torino con la miliardaria sinecura della presidenza del Toroc. L’assalto alla diligenza olimpionica del Sistema Torino è stato recentemente frenato dal Commissario Mario Pescante. Forse il “Sistema” aveva esagerato.
A parte queste note tristi e deprimenti lo Stadio delle Alpi ha svolto la funzione di riqualifica della zona Nord Ovest di Torino: i collegamenti tramviarii, la nuova stazione FFSS della Continassa, il sottopasso di Corso Grosseto, la eliminazione del campo nomadi e degli orti urbani (un’imprendibile roccaforte di micro-criminalità: prostituzione, spaccio di droga, immagazzinaggio di refurtiva, ricettazione, etc.). L’effetto si legge oggi chiarissimamente sul territorio e sui valori immobiliari.
Lo stadio ha inoltre portato a Torino anche circa 300 miliardi di investimenti per opere infrastrutturali (ampliamento di Caselle, raccordi autostradali, copertura della trincea ferroviaria Torino Lanzo, sottopasso di Corso Grosseto per completare la cosiddetta “gronda interna” per il traffico passante) che sono state di enorme utilità per migliorare sia il quadro territoriale Nord Ovest che quello della intera Città. Tutte le opere vennero completate in tempo e nei costi previsti dai contratti.
Il rapporto tra spesa per lo stadio (30 miliardi) e le spese in opere di infrastruttura (300 miliardi) è stato di circa 1 a 10.
Un paragone con la catastrofe delle olimpiadi 2006 (attuale capolavoro del Sistema Torino) si impone: grandi cassoni per impianti sportivi inutili (8 palazzi del ghiaccio !!!) per complessivi 2 mila miliardi di vecchie lire e forse nemmeno 50 miliardi di infrastrutture (rapporto 1 a 40). Mentre lo Stadio delle Alpi, grazie alla concessione, di costruzione e gestione non comportava costi di gestione per la città i cassoni olimpionici lasceranno un onere annuale di almeno 200 miliardi di vecchie lire per la loro manutenzione: un bel regalo per i torinesi.
La pista di bob (costo presunto 200 miliardi di lire) dopo le olimpiadi sarà praticamente abbandonata. Un costoso sfregio ambientale nello splendido teatro alpino di San Sicario.
In Italia non si è ancora imparato che per i grandi eventi sportivi le opere di infrastruttura sono più importanti degli impianti e che questi devono essere concepiti per il servizio dell’evento e basta. Quando nel 1911 si fece una Esposizione Universale a Torino tutti gli edifici (di insigni architetti dell’epoca come D’Aronco) vennero realizzati in paglia e gesso. Alla fine dell’evento vennero distrutti e gettati nel Po lasciando alla Città di Torino il Parco del Valentino. Un esempio di intelligenza completamente dimenticato fin dai tempi di Italia 61.
Un aneddoto per rinfrancare lo spirito: nel momento più cupo della vicenda Stadio delle Alpi, in occasione della festa di Santa Barbara che il Commendator Vincenzo Romagnoli (Presidente dell’Acqua Marcia) festeggiava con tutte le maestranze, gli chiesi se prima di avventurarsi nel Regno Torinese avesse parlato con il Principe Gianni (Agnelli). Certo che gli ho parlato e gli ho detto che avevo intenzione di partecipare all’offerta per lo Stadio!
E lui che disse? Chiesi io, Disse: faccia pure.
Uno splendido esempio di “understatement” (4) del Principe Avvocato.
Lorenzo Matteoli

Note:

1) Luogo destinato alla distruzione degli avanzi di macellazione
2) il termine, chiaramente eufemistico, è stato proposto dal giornale “Il Sole 24 ore”
3) gli altri membri erano Lerro (PSDI), Passoni (PCI), Tedeschi (PLI), Guazzone (DC), Matteoli (PSI), Martinat (MSI).
4) Understatement: battuta paradossalmente riduttiva


Chi è interessato a maggiori dettagli sulla vicenda dello Stadio delle Alpi li può trovare a:


http://matteoli.iinet.net.au/html/Articles/Diziostadio3.html


dove la vicenda è narrata per mezzo di un dizionario di qualche centinaio di voci.