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TITOLO: Tears in Milano: s short short love story

WRITTEN BY: Lorenzo Matteoli

DATE: sometimes in 2004

 

 

 

Due fermate di autobus a Milano. Lui.
Vado in centro a Milano, Gennaio, a metà mattina. Freddo, pioggia sottile.
Prendo un cappuccino al bar dell’angolo. In Piazza Risorgimento/Corso Concordia aspetto il 61. I milanesi dicono la 61. Arriva prima il (la) 54 ma va bene lo stesso, io scendo in San Babila. Salgo e con me sale una giovane alta, bionda, occhi azzurri bel profilo scandinavo. Delicato. In testa ha una cuffia collegata a qualche magica scatoletta elettronica. Si siede in fondo all’autobus e io resto in piedi non lontano. Non posso fare a meno di guardare il bel viso che si stacca dal grigio intorno. Lei sente la sua musica, intensa, assorta, gli occhi guardano lontano. Le labbra si muovono come per seguire un canto. Non mi vede e io guardo facendo finta di non guardare. Il suo viso quasi in estasi, disteso. Guardo ancora e lei mi vede, ma segue la sua musica. A un tratto due lacrime, enormi, scendono sulle guance di lei, non le nasconde e la vedo presa dalla musica. Mi guarda ancora e mi sembra che sorrida. Sono un po’ imbarazzato dalla mia intrusione nella sua privata estasi musicale e la sua commozione mi prende. Dopo l’ultima fermata in Monforte l’autobus arriva a San Babila e devo scendere. Sulla porta, prima di scendere, mi volto e la guardo ancora. Anche lei mi sta guardando. Con la mano quasi di nascosto la saluto. Lei sorride e, con la mano, mi saluta. Vado verso il Duomo in Corso Vittorio Emanuele. Malinconia lieve per le cose che non sono: non saprò mai quale canto magico abbia commosso la bella bambina sul 54 quella mattina di Gennaio a Milano.

Her: One Monday morning on the bus in Milano.
Tough day Monday. I did not sleep last night. Caught the bus in Piazza Risorgimento, had to go all across town for my job interview. I have problems understanding these people; it is a different culture, but I like them. Some of them at least. Had my headset on full blast. It’s great on a bus. You are on your own with your music, nobody interferes. Intimately private. Had this special thing Mike gave to me saying “listen to it, it’s great”.  Surprised - not the usual techno shit. He said something about a Miserere (what’s a miserere anyway). Sounds like misery to me. He said there was a magic voice of a young English choir-boy. Timothy something.
I listen to it. An old chap is watching me; he is kind of shy; does not want me to see he is watching me. Well, never mind, I have my “miserere”. The choir is beautifully blended and the chant evolves at a majestic pace. Never heard anything like that, nothing to do with the usual heavy metal sound the guys are always blasting out on the system.
This is magic and I can’t believe the deep emotion it is stirring in me, cannot resist the feeling. Tears in my eyes, tears rolling down my cheeks.
The old chap still watching me. I bet he has seen the tears, He kind of smiles at me, seems to know what is going on. After two stops he is stepping off now. Before leaving the bus he turns around and looks at me again, waving his hand and smiling. I wave back and smile too. Nice guy.

 

Lei. (traduzione). Un lunedì mattina sull’autobus a Milano.
È duro il lunedì. La notte scorsa non sono riuscita a dormire. Ho preso l’autobus in Piazza Risorgimento, devo andare dall’altra parte di Milano per una intervista, forse trovo un lavoro. Per me è un problema capire questa gente; è un’altra cultura, ma mi piacciono. Qualcuno almeno mi piace. Ho la mia cuffia a tutto volume. Fortissimo sull’autobus. Sei per conto tuo con la tua musica, nessuno invade. Intimamente privato. Ascolto questa cosa che mi ha dato Mike. Ha detto sentilo è fortissimo.
Sorpresa – non è la solita merda techno. Ha detto qualcosa come Miserere (che roba è un miserere?). Mi sa di miseria. Ha detto che c’era una voce magica di un giovane ragazzino inglese – Timothy qualcosa. Ascolto. Un tipo, vecchiotto, mi guarda, ha l’aria timida;  forse non vuole che io veda che mi guarda. Non importa, io ho il mio “miserere”.  Il coro è splendidamente mixato e il canto ha un andamento maestoso. Mai sentito niente del genere, niente a che vedere con la solita roba heavy metal che i ragazzi sparano di continuo sullo stereo. Questa roba è magica  e non resisto alla commozione che mi provoca dentro. Travolge. Mi vengono le lacrime agli occhi e non riesco a fermarle, rotolano sulle guance cadono sul cappotto. Il vecchio mi guarda. Scommetto che ha visto le lacrime. Mi sorride, ma vuol far finta di niente, ha capito cosa mi succede. Credo. Dopo due fermate scende. Prima di scendere dall’autobus si volta e mi guarda ancora una volta, mi saluta con la mano, timidamente e sorride. Lo saluto anch’io con la mano e anch’io sorrido. Simpatico.

 

 

Nota: Gregorio Allegri (1582 - 1652), Miserere, King’s College Choir, Cambridge, Soloist Timothy Beasley. Do not ask me how I know