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TITOLO: La sconfita Americana in Iraq

WRITTEN BY: Lorenzo Matteoli

DATE: May 5th 2004

 


La sconfitta Americana in Iraq: una valutazione delle conseguenze
Lorenzo Matteoli


Con la ritirata da Falluja, con l’intervento del battaglione Irakeno al commando dei generali del disciolto esercito di Saddam, e con la rivelazione dei vergognosi comportamenti dell’esercito Americano e Inglese ad Abu Ghraib e a Basra viene storicamente sancita la sconfitta morale e militare della Coalizione in Iraq.
Ci vorranno mesi prima che questa banale evidenza venga riscontrata nei fatti, accettata dai vinti e riconosciuta dalla politica e dai leaders Americani condizionati dalla campagna elettorale in corso. Assisteremo a una lunga e orribile agonia dove altre torture e ammazzamenti aumenteranno di migliaia le vittime della Guerra oramai persa. Alla fine, l’esercito Americano si ritirera’ dall’Iraq, in modo piu’ o meno decente, probabilmente senza nemmeno salvare la faccia irrimediabilmente lordata dalle oscene crudelta' dei carcerieri di Abu Ghraib. La guerra e’ stata condotta con barbarie, stupidita’ e incompetenza da un esercito che nulla ha imparato dalle sue sconfitte (Vietnam, Somalia, Haiti, Guatemala, Panama, Granada).
La vergogna di Abu Ghraib e Basra non si cancellera’ e restera’ come marchio di infamia sulla nazione che per anni avevamo pensato leader e massimo rappresentante dei valori civili del Mondo Occidentale. I media Americani (e non solo Americani) faranno di tutto per nascondere, manipolare, ridurre le responsabilita’: i disgraziati teppisti responsabili delle schifezze verranno puniti, ma la faccia dei generali e dell’elite al vertice non si potra’ ripulire e l’odore ripugnante della vicenda restera’ per decenni. Una macchia per tutto l’Occidente e non solo dell’esercito Americano e della classe politica USA: qualcuno dovra' rendere conto.
Se la guerra e’ stata fatta per eliminare il pericolo delle armi era inutile, se e’ stata fatta per abbattere l’orrendo regime di Saddam il risultato conseguito viene pagato a un prezzo di eguale orrore, se e’ stata fatta per il petrolio e’ stata persa. Se e’ stata fatta per liberare l’Iraq e portare la democrazia il risultato e’ ancora piu’ ripugnante: l’Iraq si dovra’ gestire una guerra civile lunghissima con scontri fra fondamentalismi religiosi, gruppi di potere etnico, warlords e fazioni delle diverse marche di terrorismo islamico.
La sconfitta sul campo morale, culturale e militare della piu’ grande potenza mondiale richiede ora analisi e valutazione attenta: innanzitutto perche’ non era stata prevista nemmeno dalle potenze che si erano opposte all’intervento e inoltre perche’ le conseguenze saranno di portata storica planetaria.
L’America perde in Iraq non solo il petrolio e il controllo sul petrolio del Centro Asia, ma la sua credibilita’ economica e finanziaria e questo fatto avra’ il suo riscontro sui mercati nell’arco di uno o due anni: il tempo necessario perche’ maturi la presa di coscienza della opinione pubblica mondiale. La sconfitta in Iraq mette in evidenza una deficienza culturale profonda di tutta la classe dirigente Americana. La “cultura” del corporate management USA non e’ in grado di garantire gli investimenti strategici mondiali che vengono sistematicamente attirati in quel paese: quanto tempo ci vorra’ perche’ questa evidenza cominci ad informare le decisioni dei grandi investitori mondiali?
L’altra macroscopica conseguenza e’ la perdita della credibilita’ militare degli Stati Uniti: il “poliziotto mondiale” e’ impotente sul terreno della guerriglia urbana. I protagonisti delle tensioni mondiali sui diversi “scacchieri” (Israele, Palestina, Arabia Saudita, Sudan, Centro Asia, Indonesia,) ora sanno che il gigante ha i piedi di pappa e la mente intorbidita da una visione culturale disinformata e puerile. All’arroganza delle parole (Mission accomplished, Bring them on….) non corrisponde adeguata intelligenza e capacita’ di intervento militare. Qualunque “warlord” o “sceicco” in grado di mettere in piedi un esercito di duemila motivati mujahiddin sa che puo’ conquistare il suo spazio territoriale e politico e negoziare come se fosse una potenza mondiale. Osama bin Laden sta gia’ ridisegnando le sue strategie.

Altra conseguenza della profonda stupidita’ di Bush e dei suoi accoliti e’ che la credibilita’ e il potere negoziale dell’oltranzismo pacifista internazionale e’ stata enormemente esaltata: questo facilitera’ l’iniziativa del terrorismo globale (al’Qaeda e’ una sigla oramai superata).
Molti paesi saranno costretti a “negoziare” ufficialmente con i rappresentanti del terrorismo (Arabia Saudita, Iran, Emirati, Sudan, Nigeria…). Molti condurranno trattative segrete ed equivoche come fece l’Italia con la Libia negli anni 70.
Per noi, che per una vita abbiamo creduto negli ideali della liberta’ e della democrazia e abbiamo pensato che l’America fosse la cultura/tutela di questi valori, la sconfitta in Iraq e’ difficile da sopportare, come a suo tempo fu difficile tollerare la vergogna di My Lai. Non ci convince Panebianco (Gli anticorpi del’orrore) sul Corriere: meglio ammettere la vergogna con la dovuta umilta’, che consolarsi con la ambigua certezza di essere “meglio” di Saddam o di un qualunque regime di sanguinario capo tribale Africano o Centroasiatico.
Essere meglio di Mugabe puo’ essere un vanto?

Lorenzo Matteoli