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TITOLO: il nucleare non riduce la dipendenza dal petrolio

WRITTEN BY: Lorenzo Matteoli

DATE: 15 Febbraio 2010

 

Non vale la pena spendere 25 o 30 miliardi di Euro
per sostituire meno del 3%
della conversione Italiana di fossili nel 2020.
Ci sono alternative più sicure, più vantaggiose, più immediate.
Lorenzo Matteoli per il Legno Storto
15 Febbraio 2010

 

Spiegazione del concetto elementare
L’italia consuma ogni anno 169.20 milioni di tonnellate di petrolio equivalente di combustibili fossili (carbone, gas naturale, petrolio).
Di queste circa 47.27 milioni di tonnellate vengono impiegate per produrre energia elettrica ovvero il 28% circa. (Fonte Bilancio Energetico 2008 , Ministero per lo Sviluppo Economico e l’Energia)
Se nel 2020 con 4 centrali nucleari da 1600 MW si sostituisce il 9.7% del consumo di elettricità prodotta con combustibili fossili ciò equivale a sostituire con energia nucleare il 2.7% dei combustibili fossili convertiti dal sistema energetico Italiano. 
Perchè il 9.7% del 28% corrisponde al  il 2.7%  del totale, ovvero 0.0973 x 0.28 = 0.0272.
Di seguito viene svolto il conteggio in modo più dettagliato con i dovuti riferimenti alle fonti dei diversi dati.

Svolgimento
Per far fronte all’improbabile incremento della domanda elettrica, ma più che altro alla sostituzione di centrali di generazione alimentate da carbone o petrolio anche se non precisamente obsolete, viene oggi imposto come indispensabile il ricorso all’energia nucleare.
Il Programma Italiano di cui alla legge 99 del 23 luglio 2009 riguardante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia” con il relativo Decreto attuativo dell’art. 25 della medesima legge approvato nel 2010, prevede la messa in rete della prima centrale nucleare di terza generazione nel 2020.

Secondo i dati forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico, Dipartimento per l’Energia (Bilancio Energetico 2008): nel 2007 il consumo interno lordo di combustibili fossili in Italia è stato (carbone, gas naturale, petrolio) di 169,20 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti delle quali 47,27 milioni di tonnellate sono state convertite in energia elettrica: il 28% circa.  Il rapporto non cambia in modo significativo nel 2008 e nel 2009. (fonte TERNA). Si  assume come ipotesi di lavoro che il rapporto resti invariato per i prossimi dieci anni cioè fino al 2020.

I numeri del progetto nucleare ENEL
L’ing. Fulvio Conti, Amminstratore Delegato e Direttore Generale dell’ENEL, propone  per il progetto nucleare italiano, 4 centrali da 1600 MW da mettere  in funzione entro il 2020, per una potenza installata complessiva di 6400 MW a fronte di una domanda da lui ipotizzata di 400 TWh.
Altre 4 centrali dovrebbero seguire entro il 2030, ma  limitiamo l’analisi alle prime 4  centrali e al 2020.

La quota di combustibili fossili sostituita
4 centrali da 1600 MW che funzionano al 90% (load factor 0.9) del tempo (ipotesi ing. Conti) producono 50,45 TWh  di energia erogata, ovvero il 12,6% della domanda ipotizzata per il 2020 dall’ing. Conti (400 TWh). Quindi il 3.5% del consumo totale di fossili della “macchina Italia”, poiché la conversione elettrica assorbe circa il 28% del consumo totale di fossili della “macchina Italia” (0.126 x 0.28 = 0.03528).
È doveroso esprimere una seria riserva sull’ottimistico load factor del 90% (non lo raggiungono nemmeno i Francesi con le loro 58 centrali in funzione da decine di anni che si attestano al 72%, Canada 77%, UK 74%, Svezia 76%, solo la Finlandia ha raggiunto il 93%). Per l’Italia è più plausibile un load factor  del 75%.
In questo caso la quota di domanda elettrica coperta dalle centrali sarebbe del 10,5% e il consumo di fossili sostituito dalle 4 centrali da 1600 MW nel 2020 sarebbe del 2.9% circa (0.105 x 0.28 = 0.0294).
Se poi si accetta la previsione “sviluppo” GRTN di 432 TWH della domanda elettrica al 2015 (valida secondo me anche per il 2020 per effetto dei diversi fenomeni di moderazione dei consumi in atto) i numeri cambiano un po’: le 4 centrali, operanti  al 75%  di capacità, coprirebbero il 9.7% della domanda elettrica e quindi solo il 2.7%  del consumo totale di fossili in Italia al 2020 (0.0973 x 0.28 = 0.0272).

Costo di costruzione delle centrali e costo al KWh
L’investimento di capitale necessario per la costruzione di 4 centrali secondo i dati attuali di costo (Olkiluoto 3 in Finlandia dati Teollisuuden Voima Oyi/STUK) si aggirerà intorno ai 20,4 miliardi di Euro. È peraltro (molto) prudente ipotizzare un aumento del 25-30% tenendo conto dei dieci anni di tempo per la costruzione, del sistema Italia e del continuo generale aumento dei costi di tutta la filiera industriale interessata, si parla quindi di circa 25 e forse di 30 miliardi di Euro da finanziare in 10 anni e da restituire in un futuro di 40-50 anni.
Non molte banche sono interessate, in mancanza di garanzia politica, sia per il lungo termine del ritorno sull’investimento che per i rischi (prezzo dei fossili, prezzo dell’uranio, costi di processamento dell’uranio per la produzione  del combustibile, costi e problemi della rete di sicurezza e costi di stoccaggio delle scorie nucleari).

I costi del KWh prodotto con i diversi combustibili sono luogo di forte incertezza a causa delle variabili che intervengono nella formazione dei costi finali delle centrali, dei tempi di costruzione, dei rischi connessi alla gestione, del costo del ciclo del combustibile, dei costi per la gestione e lo smaltimento delle scorie, dei costi di smantellamento, e dell’interesse sul capitale.
La Commissione Europea nel Gennaio del 2007 ha pubblicato la seguente tabella di costi al KWh per i diversi combustibili al 2005 con proiezione al 2030. I dati sono basati su documentazione OECD.


 

Costi  di generazione in Euro - tasso di sconto 10%

 

2005

Projected 2030
with EUR 20-30/t CO2 cost

Gas CCGT

3.4-4.5

4.0-5.5

Coal - pulverised

3.0-4.0

4.5-6.0

Coal - fluidised bed

3.5-4.5

5.0-6.5

Coal IGCC

4.0-5.0

5.5-7.0

Nuclear

4.0-5.5

4.0-5.5

Wind onshore

3.5-11.0

2.8-8.0

Wind offshore

6.0-15.0

4.0-12.0

I costi del KWh nucleare Italiano non saranno bassi, i tempi probabilmente lunghi e il costo del capitale difficile da definire per la probabile forte condizione politica sul finanziamento.
Una conclusione si può però trarre, anche sulla base della relativa volatilità di questi numeri: se questi sono i dati non si capisce come facciano le società interessate alla costruzione del nucleare ad essere così certe della possibilità che questo abbatta il costo medio del KWh all’utente Italiano. 
Questo costo dipende oggi da parametri che non hanno molto a che vedere con la semplice contabilità economica/energetica e che non sono destinati a scomparire in un mercato dove il nucleare giocherà per aliquote inferiori al 10%-12% dell’offerta elettrica complessiva.  A meno che non intervengano norme specifiche di matrice puramente politica che non si capisce come mai non possano essere innescate sulla situazione attuale.
La valutazione di questi costi, e della loro effettiva convenienza, nel quadro congiunturale italiano dei prossimi 10-15 anni è però più politica che tecnica: infatti andrebbe fatta comparandoli ai costi al KWh  non  prodotto e non consumato per effetto di misure di risparmio e razionalizzazione dellle reti e dei sistemi di utenza.  Quest’ultimo è fino da ora molto competitivo per molte tecnologie e sicuramente comporta grandi vantaggi per l’economia nazionale oltre a significativi vantaggi “esterni” : ambiente, salute, clima, sicurezza.

Il problema della CO2
Sulla riduzione della CO2 riporto il risultato di uno studio presentato dal CESI  (Centro Elettrotecnico Sperimentale Italiano) e dall’AIEE (Associazione Italiana Economisti dell’Energia) ottobre del 2008:

I 4 reattori EPR da 1600MW potranno essere operativi non prima del 2026 (sic!) e produrranno una riduzione delle emissioni di CO2 pari a 17 mln di tonnellate annue. Al 2020, se tutto va bene ci sarà una centrale operativa che ridurrà le emissioni per poco più di 4 mln di ton, che, a fronte di una produzione odierna di 552,8 mln/T annue in Italia di CO2, corrisponde allo 0,7%.  Tutto ciò al netto della produzione di CO2 di tutta la filiera, perché alcuni studi recenti hanno calcolato che se si considera tutto il ciclo di lavorazione, per ogni kwh di produzione con il nucleare si emette la stessa quantità di CO2 di un kwh prodotto con il ciclo combinato. Il nucleare servirà poi solo alla produzione di elettricità settore responsabile delle emissioni di CO2 per il 18-20% del totale, che non tocca gli altri grandi responsabili, i trasporti e la residenzialità.

 

Considerazioni conclusive

  1. È necessario chiedersi se valga la pena investire 25-30 miliardi di Euro (50-60 mila miliardi di vecchie lire per la mia generazione) per sostituire il 2.7%-2.9% della conversione complessiva italiana di combustibili fossili nel 2020, quando con gli stessi miliardi (investiti in tecnologia e manodopera italiana) si potrebbero aggredire percentuali molto più consistenti della conversione complessiva in tempi molto più brevi? Per esempio razionalizzando la rete,  aggiornando e razionalizzando le utenze e incoraggiando (mediante opportuni incentivi) comportamenti ragionevoli da parte dei consumatori? Un forte stimolo immediato all’economia nazionale, occupazione, riduzione dell’inquinamento, forte riduzione  del fabbisogno di fossili importati.
  2.  La rete “ospitale” per la distribuzione e la gestione dell’energia  prodotta da centrali nucleari non è  coerente con le esigenze dei sistemi di rete che dovranno ospitare energie diffuse e rinnovabili (eolico, solare fotovoltaico, fotovoltaico associato alla mobilità) la scelta del nucleare prima di una solida campagna di razionalizzazione delle reti e delle utenze ha caratteristiche di irreversibilità e vincoli che vanno espressi e valutati.
  3. Il finanziamento massiccio e immediato richiesto dalla scelta nucleare rende  meno resiliente il quadro finanziario complessivo italiano e aumenta la difficoltà del servizio al debito pubblico, a fronte di ritorni energetici (ed economici) probabili nell’arco di 30-40 anni.
  4. Il finanziamento massiccio della strategia nucleare blocca di fatto la disponibilità  per finanziare alternative: razionalizzazione reti e utenze, risparmio, alternative fluenti. Cioè rende tutto il sistema molto fragile in un futuro di medio termine.
  5. La presunta e vantata “indipendenza” dal petrolio del progetto nucleare non solo non è reale, non essendo certo garantita da una sostituzione del 2.7% - 2.9% dei fossili attualmente bruciati, ma si aggraverà, infatti l’incremento della disponibilità di energia elettrica ha sempre e costantemente stimolato l’incremento della domanda di fossili.  Sembra una contraddizione, ma non lo è.

 

Lorenzo Matteoli
matteoli@iinet.net.au
http://matteoli.iinet.net.au/html/articles.html


 

Riferimenti

Bilancio Energetico Nazionale 2008, Ministero dello Sviluppo Economico, Dipartimento per l’Energia.
http://www.sviluppoeconomico.gov.it/pdf_upload/energia/BEN_2008.pdf

Prevsione della domanda elettrica in Italia a cura del GRTN (Gestore Rete Trasmissione Nazionale)
http://www.terna.it/LinkClick.aspx?fileticket=CntevUOPoho=&tabid=375&mid=434

Sul progetto nucleare italiano secondo Conti ed ENEL:
http://www.ecologiae.com/enel-costruiremo-4-centrali-nucleari-in-pochi-anni/915/
http://www.sussidiarieta.net/files/Pdf/022009/Conti.pdf

Sui costi di costruzione delle centrali:
http://sistemielettorali.wordpress.com/2009/12/15/costi-di-costruzione-di-una-centrale-nucleare/

Sui costi e sui tempi, problemi di AREVA/STUK a Olkiluoto:
http://sistemielettorali.wordpress.com/2009/12/08/nucleare-analisi-dei-costi-tempi-di-costruzione/

sull’ambiguità dell’accordo EDF/ENEL:
http://sistemielettorali.wordpress.com/2009/12/05/nucleare-laccordo/

Sulle centrali Francesi, load factor et al:
http://www.dissident-media.org/infonucleaire/58_plus_9_reacteurs.html

Sui load factors:
http://works.bepress.com/cgi/viewcontent.cgi?article=1009&context=michael_t_maloney

Dati esercizio rete TERNA
http://www.terna.it/default/Home/SISTEMA_ELETTRICO/dispacciamento/dati_esercizio.aspx
http://www.terna.it/default/Home/SISTEMA_ELETTRICO.aspx

Sui costi del KWh per i diversi combustibili e fonti:
http://www.world-nuclear.org/info/inf02.html

 

Ci sono stati diversi commenti sul Legno Storto al mio articolo ai quali ho risposto in modo comprensivo con questa nota:

 

Ho letto con attenzione e molto interesse i commenti al mio pezzo sulla scelta nucleare e la riduzione della dipendenza da combustibili fossili.
Di seguito cerco di  rispondere in modo comprensivo ai diversi spunti:

  1. proiezione dei futuri consumi elettrici (Michele Elle)
  2. ritorno economico dell’investimento (Michele Elle)
  3. scelta obbligata (Duepassi)
  4. spreco, risparmio, alternative (Duepassi)
  5. la “provocazione” del 3%  di sostituzione dei fossili (Ursus)
  6. il fondamentalismo ambientalista (Duepassi e Ursus)
  7. la battaglia di Battaglia (Gianni Pardo)

 

È vero che la proiezione della domanda di energia elettrica che veniva data al 2020  a 432 TWh, dopo la crisi economica ha subito radicali revisioni. Oggi i numeri  per il 2020 per l’ipotesi saturazione  e per l’ipotesi sviluppo sono rispettivamente 360 TWh e 405 TWh (fonte TERNA).  La percentuale  di domanda elettrica sostituita dalle 4 centrali al 2020 sarebbe quindi dell’11.6% e del 10,3% rispettivamente e la percentuale dei fossili sostituiti mantenendo inalterata la percentuale attuale del 28%  di fossili convertiti in Italia per produrre energia elettrica sarebbe rispettivamente del 3.2%  e del 2.8%.  Che non sono drammaticamente diversi dal 2.9% e 2.7% del mio calcolo basato sulle proiezioni “precrisi”.

Ma è vero che una flessione robusta della domanda elettrica non necessariamente indotta da una dolorosa crisi finanziaria o sociale, ma più positivamente conseguente a uno strategico investimento in razionalizzazione della rete e dei terminali di utenza potrebbe cambiare radicalmente lo scenario al 2020 e potrebbe consentire di re-impostare le scelte.
Se la scelta nucleare venisse mantenuta nello scenario energetico di maggiore efficienza cambierebbero due cose principali e molte altre che non elenco:

  1. il significato quantitativo del nucleare (aumenterebbe la percentuale di energia elettrica prodotta dal nucleare rispetto alla domanda globale);
  2. la maggiore flessibilità nel servizio al debito consentita da un sistema economico più efficiente e non infragilito da una scelta polarizzante;

A conferma del principio fondamentale che deve informare le strategie nel campo dell’energia: prima si elimina lo spreco, poi si risparmia, poi si aggiunge altra energia. Aggiungere energia (di qualunque genere) su un sistema che spreca e che non risparmia vuol dire consolidare e rendere irreversibile la struttura che spreca.
È importante ricordare la differenza tra controllo dello spreco e risparmio: ridurre lo spreco vuol dire ridurre il flusso di energia operando sulle tecnologie di produzione, distribuzione e di utenza. Risparmiare invece vuol dire modificare il comportamento degli utenti per ridurre i consumi di energia. Ciò che non si dovrebbe fare è risparmiare su una struttura che spreca.

Sul ritorno economico dell’investimento nucleare e sulla riduzione  effettiva delle emissioni di gas di serra sono anch’io sorpreso dall differenza fra i due atteggiamenti tutti attribuibili alla relazione CESI/AIEE: non ho trovato l’originale e il pezzo che ho citato l’ho tratto da uno dei siti riportati in calce al mio articolo.
Purtroppo i calcoli si possono fare in molti modi e spesso i numeri più che informare ingannano (quali efficienze, quali fattori di carico, quali costi unitari, quali tempi, etc.), basta un decimale sbagliato e spartisce una centrale. Ma ci sono altri indicatori “politici” che possono suggerire qualche conclusione. Un indicatore forte è la disponibilità delle banche e degli Istituti Finanziari a finanziare impianti nucleari. Una disponibilità oggi in forte crisi tanto che il Governo Americano deve intervenire in modo diretto in supplenza. Bastano pochi colpi su Google per avere un buon panorama della tendenza in questo settore. I banchieri di solito i conti li sanno fare bene: se non c’è un ritorno solidamente garantito è difficile che si entusiasmino.  Se però i Governi garantiscono, i soldi ci saranno: ovvero i rischi sono a carico dei cittadini.

Ursus denuncia come “provocazione” quella di utilizzare la percentuale di fossili sostituita come riferimento. A me sembra un buon parametro visto che la “dipendenza” dai paesi OPEC viene quasi sempre evocata come uno dei motivi più importanti della scelta. Inoltre questa percentuale è anche significativa della effettiva rilevanza del progetto nucleare al 2020 agli effetti della riduzione delle emissioni di CO2 . Comunque se volessimo un parametro complessivamente più incisivo dovremmo fare analisi comparative della strategia di investimento sul nucleare  rispetto a una strategia di investimento per la razionalizzazione delle tecnologie di produzione, distribuzione e utenza dell’energia elettrica. Credo che un investimento di 25 miliardi di Euro su quella strategia potrebbe consentire recuperi di energia elettrica pari a svariate centrali da 1600 MW  nel giro di pochi anni. Senza contare il grande stimolo economico, l’occupazione e il ritorno in termini di qualità ambientale. A valle di quel progetto la valutazione  sulla opportunità e sui ritorni di un progetto nucleare potrebbero essere molto diversi da quelli attuali.

Sono d’accordo sulla assurdità del fondamentalismo ambientalista, spesso una vera forma di bigotteria, e sugli enormi danni che ha provocato e che sta provocando non solo nel settore dell’energia, ma in molti altri settori (demografia, agricoltura, alimentazione, sanità…e ambiente), è ovvio che l’intensità demografica  attuale e quella in emergeza per i prossimi decenni non può essere affrontata senza soluzioni tecnologiche di avanguardia, radicali e, in molti casi, pesanti. Solo un nuovo modo di intendere e usare la tecnologia e il suo rapporto con la natura può risolvere la situazione, ma allo stesso tempo una revisione seria e non pregiudiziale sulla cultura della “crescita senza se e senza ma” deve essere impostata con urgenza e la crescita demografica rampante è il primo fenomeno da controllare.

Il discorso del prof. Battaglia è interessante, ma non sempre correttamente informato, spesso anche lui si lascia prendere la mano dal fondamentalismo del quale accusa i “verdi”.  Per una analitica trattazione delle affermazioni del prof. Franco Battaglia c’è un sito che dovrebbe essere consultato prima di abbandonarsi a facili entusiami e umile devozione.  Per lottare contro la stupidità, l’ignoranza e il pregiudizio è necessario il massimo rigore.

LM

 

Ursus ha insistito perchè evidentemente non ha afferrato il concetto:

Ursus dice: Se si produrrà col nucleare tra il 10 ed il 15% di energia elettrica, l'abbattimento potenziale della dipendenza dai fossili è di pari misura.

Non credo che sia così. Fatto uguale a 100 il consumo totale di fossili della macchina Italia (industria, trasporti, civile, agricoltura, usi non energetici, bunkeraggi, produzione  energia elettrica) il 28% di questo consumo  viene impiegato per produrre energia elettrica. Se con il nucleare sostituisco il 10% dell’energia elettrica  prodotta vuol dire che sostituisco il 10% del 28% di combustibili fossili attualmente impiegati per produrre energia elettrica. Cioè il 2,8%. E’ una semplificazione perchè ignora la quantità di energia elettrica di origine idro, eolica e fotovoltaica. Quindi la quota di fossili sostituita dal nucleare è ancora minore.
Il ragionamento rappresenta il concetto che l’energia elettrica di produzione nucleare non può sostituire l’energia  fossile impiegata nei trasporti, nell’agricoltura e in molti processi industriali, ma può sostituire solo l’energia di origine fossile impiegata per la produzione di energia elettrica. LM

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