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TITOLO: nanetti vari

WRITTEN BY: Lorenzo Matteoli

DATE: anni 70 e seguenti

 

Gli esami di gruppo
alla Facoltà di Architettura di Torino
nei dodici terribili anni.

 

Nel 1968 la Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, preside Mario Federico Roggero, decise con una fantasiosa delibera del CdF di modificare lo Statuto del Corso di Laurea eliminando dodici esami. Il curriculum del Corso di Laurea in Architettura nella Repubblica del Castello del Valentino passava da 36 esami a 24 esami.  Da un giorno all’altro.
La delibera venne accolta come grande pacchia dagli studenti e descritta come una illuminata conquista culturale dal coretto adorante dei docenti “omologhi” al PCI, doverosamente compiaciuti e rigorosamente “diversi”. I professori che esprimevano seri dubbi sulla legittimità e sulla opportunità della delibera vennero derisi e sbeffeggiati dalle avanguardie culturali e dalle “guardie rosse” maoiste. Ridotti al silenzio dall’arroganza delle punte avanzate della cultura demagogica del PCI allora rappresentata in Facoltà da Roberto Gabetti, Giuseppe Varaldo, Carlo Olmo, Manfredo Montagnana, Biagio Garzena, Riccardo Roscelli, Roberto Gambino, Aimaro D’Isola, Piero Derossi, Vera Comoli, Micaela Davico Viglino, Piergiorgio Tosoni et al. con l’assistenza complice del preside Roggero: tutti ovviamente apprezzati come “utili-idioti” dallo “studente massa” e tutti lusingati da questo apprezzamento del quale non afferravano il contenuto di spregio e che comunque cercavano ansiosamente e senza nessun pudore.  Tutti si sciacquavano la bocca con dichiarazioni di pseudocultura, inneggiando alla illuminata visione che informava la sbilenca delibera (“è la qualità che conta non la quantità”). Nesssuno sfiorato dal minimo dubbio, compiaciuti della loro “diversità” che li esimeva da qualunque preoccupazione e li garantiva di avere sempre e comunque ragione proprio perchè “diversi”.
La delibera, oltre che vergognosa, era un mostro di stupidaggine oltre ad essere pavimentalmente illegittima: lo Statuto del Corso di Laurea in Architettura è infatti una legge dello Stato e può essere modificato solo dal Parlamento con una Legge dello Stato. A nessuno venne in mente questo banale dettaglio eppure erano tutti laureati, molti erano anche professori ordinari con decine di anni di carriera accademica alle spalle. La paura fa novanta e lo scatenamento degli studenti nel 1968 aveva fatto perdere a molti il senso del limite e della decenza. La lusinga demagogica  di compiacere i leaderini delle assemblee aveva condito il tutto con un entusiasmo dove la leggerezza faceva a gara con la stupidità irresponsabile e l’arroganza dei “diversi” della cellula del PCI. Gli altri in servile silenzio.
La delibera venne quindi inviata ufficialmente a Roma perchè il Ministero ne prendesse atto e la ratificasse: sembra di raccontare una barzelletta o una storia allucinata di ragazzini incoscienti, ma questo era un intero Consiglio di Facoltà, professori ordinari, incaricati e assistenti di ruolo.  Molti oltre ad essere professori erano anche stimati e potenti professionisti, urbanisti e architetti di chiara fama. Stupisce oggi che non ci siano state verifiche  da parte del Rettore e degli uffici legali dell’Ateneo: evidentemente la Facoltà non aveva segnalato la portata della delibera agli uffici del Rettorato e la cosa passò inosservata.
Non così a Roma dove al Ministero della Pubblica Istruzione ai dirigenti della Direzione Istruzione Universitaria (direttore generale Domenico Fazio) non sfuggì la immane castroneria torinese. Il Ministro Riccardo Misasi inviò immediatamente a Torino una durissima lettera nella quale, avvertendo il Consiglio di Facoltà e il Preside dell’enormità commessa, intimava la immediata rideliberazione pena l’annullamento del titolo conferito dalla Facoltà di Torino. Un imbarazzato e quasi carbonaro CdF prese atto della lettera del Ministro e decise … di non fare nulla, debitamente verbalizzando, con una vena di orgoglio sabaudo, la diabolica perseveranza. Nella algida certezza che, quando a Roma avessero cambiato lo Statuto delle Facoltà di Architettura, Torino sarebbe andata automaticamente a posto. Nessun cambiamento di Statuto venne fatto a Roma e Torino continuò per dodici anni a conferire diplomi di laurea illegittimi. Qualcosa come 6000 architetti con una laurea impugnabile in quanto conferita a compimento di un corso di laurea che violava grossolanamente la legge della Repubblica Italiana. Senza contare dodici  cattedre perse per centinaia di anni-uomo-accademia: migliaia di ore di insegnamento che potevano essere erogate, decine di posti di ruolo e migliaia di ore di ricerca svaniti.
Questa storia l’ho raccontata un’altra volta, ma non fu la sola follia che i “diversi” del PCI accademico imbastirono.

La travolgente demagogia/arroganza della combinazione letale PCI/DC che dominava la Facoltà in quell’assurdo decennio non era però ancora contenta. Sotto la pressione “illuminata” dello “studente massa” si inventarono altre istituzioni interessanti. Fra le più note il “30 politico” e “l’esame di gruppo”.  Spesso i due istituti si associavano in una terza combinazione di “esame di gruppo con 30 politico”.
L’esame di gruppo venne poi portato a superiori livelli di raffinatezza quando venne inventato il “seminario pluricorso”:  4 o 5 professori si associavano per svolgere un seminario annuale su un tema specifico. Gli studenti che seguivano il seminario si qualificavano per avere registrati sul libretto i quattro o cinque esami dei professori consorziati. Ovviamente  con un “trenta politico” e un “esame di gruppo”, de rigueur.
In parole povere trenta o quaranta studenti, assistiti da 4 o 5 professori, formavano un seminario  e alla fine del seminario discutevano i risultati con la commissione composta dai 4 o 5 professori consorziati che registravano il trenta politico per i 4 o 5 esami a tutto il gruppone.
Siccome poi era impossibile che tutti discutessero e prendessero la parola la discussione veniva delegata a due o tre fra i più brillanti studenti del gruppo mentre gli altri stavano a sentire rigorosamente muti.
Con cinque o sei seminari ti laureavi comodamente senza problemi, molti  “compravano” la partecipazione al seminario finanziando il leaderino di turno, non venivano nemmeno in Facoltà se non per la liturgia finale e raccogliere i voti sul libretto.
Così funzionò la Facoltà per 12 anni o quasi: un regime e una gestione PCI/DC totalmente “bulgara”. Nessuno discuteva in Consiglio di Facoltà che si limitava a ratificare  le delibere preconfezionate  dalla ristretta cupoletta di potere, PCI, “diversa” e intoccabile.
Solo nel 1982 questa pesante vicenda con il suo bagaglio di presunzione, arroganza, servilismo e compiaciuta ipocrisia doveva rovesciarsi sul nuovo preside: cioè su di me.
E veniamo alla mia specifica esperienza in quell’ambiente. Nel 1976 venni invitato dal mio “capo” Giuseppe Ciribini a partecipare con il mio corso (ero stato incaricato di Tecnologia dell’Architettura l’anno prima) a un seminario che lui aveva organizzato e al quale aveva fatto aderire altri quattro o cinque professori “omologhi”. C’era una liturgia di presentazione del seminario nella quale i docenti aderenti dovevano comunicare agli studenti come e qualmente avrebbero svolto il lavoro seminariale di competenza del loro corso: tutti insieme appassionatamente.
La liturgia avveniva in una enorme aula del Castello (detta ancora in quegli annni “l’aula dei tecnigrafi”). Presenti forse centocinquanta o duecento studenti. Organizzati in vari gruppetti più o meno agitati e maneschi. Arrogantissimi e strafottenti con nomi da banda giovanile (i katanghesi, i mau-mau etc., barriera Milano…) Ascoltavano compiaciuti come i diversi docenti gli avrebbero regalato un 30 politico senza colpo ferire, non senza interrompere con lazzi e battute,  ammiccamenti osceni, risate e pernacchie, che i docenti facevano finta di non sentire per ridurre l’offesa alla loro stracciata dignità. Arrivato il mio turno spiegai molto brevemente che il corso si sarebbe svolto sul campo disciplinare descritto nella Guida dello Studente, che esigevo la presenza alle lezioni e che gli esami si sarebbero svolti individualmente e avrebbero avuto come oggetto gli argomenti trattati nelle lezioni. Inoltre fornivo un elenco di una ventina di libri che a mio avviso erano lettura obbligatoria per acquisire la cultura necessaria a seguire le lezioni.
La platea ci mise qualche secondo per assorbire il senso delle cose che avevo detto dopodichè si scatenò in berci , urla, insulti, vaffa, e quant’altro.
Ciribini cercava di mediare, ma la sua voce era completamente travolta dalla gazzarra generale. Il gruppo dei katanghesi stava per passare alle vie di fatto quando uno studente in mezzo all’aula si alza e alza le braccia per chiedere silenzio e attenzione. Magro, affilato, ottiene il silenzio per il naturale rispetto che la sua persona imponeva. Dopo qualche secondo, finiti i brusii della maraglia scandisce con voce chiara e ferma:
"La richiesta di leggere dei libri e commentarli mi sembra sensata in un seminario universitario. Tanto più che i libri proposti mi sembrano interessanti..."
Lo “studente massa” tace sbaccalito per qualche secondo  e quindi si scatena un putiferio. L’autore dell’intervento  rimane seduto e non si scompone. Non prova nemmeno a rispondere cosciente della totale inutilità di qualunque dialettica.
L’assemblea di presentazione del seminario viene interrotta. Ci ritroviamo nello studio del “capo” Ciribini dove  vengo severamente redarguito per la mia assurda proposta reazionaria e assolutamente incongruente. Fuori dal tempo. Confermo la mia posizione e, anch’io cosciente della inutilità di qualunque dialettica lascio lo studio del “capo”  per ritirarmi nel mio laboratorio.
Per la cronaca lo studente temerario si chiamava e si chiama tuttora, Bruno Caudana. Forse, in assoluto, il mio migliore studente in 30 anni di carriera universitaria.
Bruno si è poi laureato con me e abbiamo lavorato insieme in molti progetti. La sua specialità  la logica dei computer, il software di processamento dei dati,  e, soprattutto,  il “rigore dell’impostazione”. Parlato e praticato.

 

 

La sfida dei giostrai.

La Città di Torino è tenuta a fornire ai giostrai ambulanti spazi nei quali montare il parco di divertimenti che per il Carnevale è un enorme caravanserraglio e veniva piazzato tradizionalmente in Piazza Vittorio e in Piazza D’Armi.
Ero l’Assessore responsabile della grana dei giostrai, non so bene per quale burocratica ragione. Forse per la stessa ragione che insieme allo sport e al tempo libero al verde pubblico mi dovevo anche occupare degli impianti elettrici e del Mattatoio Comunale: notoriamente da sempre “scatole di vermi” amministrative.
Ecco la storia di una svolta epocale dei rapporti fra la Città di Torino e i giostrai.

“Assessore, Bogliacino le vuole parlare di un problema,” dice Maria Zito la mia efficientissima segretaria.
Entra Bogliacino. Sul viso leggo il consueto sorriso diagonale di chi sta pregustando il sottile piacere di grigliare il capo.
“C’è un problema con i giostrai, Assessore.”
“Quale problema, Bogliacino, lo sa  che preferisco le soluzioni ai problemi.”
“Lo so. I giostrai non possono più fare il carnevale in Piazza Vittorio.”
“Per quale ragione Bogliacino?”
“Perchè il Consiglio Comunale ha votato un odg con il quale si è impegnato a non fare più il Carnevale in Piazza Vittorio.”
“Il Consiglio Comunale ha detto dove dovranno fare il Carnevale?”
“Il Consiglio Comunale non ha detto dove dovranno fare il Carnevale e i giostrai sono una competenza di questo Assessorato.”
“Bene, troviamo un posto dove fargli fare il Carnevale.”
“Lo abbiamo trovato Assessore.” Dice Bogliacino con il sorriso sempre più sghembo.
“Bene, allora il problema è risolto.”
“No, il problema non è risolto.”
“Bogliacino non meni il cane per l’aja: perchè non è risolto il problema?”
“Perchè i giostrai non vogliono andare nel posto che abbiamo trovato.”
“Che posto?”
“Due grandissimi campi di calcio in terra battuta dietro Borgo San Paolo. Ci stanno tutti i loro baracconi e marchingegni e il posto è servito da linee tranviarie e da linee di autobus da tutta la città.”
“E perchè non ci vogliono andare?”
“Perchè dicono che i baracconi e l’ottovolante affonderebbero nel terreno e che i camion che li trasportano anche. Pericolo, cedimenti, crolli, morti etc.”
“….?”
“Così dicono.”
“Come è fatto il fondo dei campi di calcio?” dico io.
“Non lo so perchè io sono un amministrativo e non mi intendo di fondi di campi di calcio.”
“Bene sentiamo l’ingegner Micheletta.”
L’ingegner Micheletta, responsabile tecnico degli impianti sportivi a rapporto:  il fondo dei campi è su una massicciata in pietre di frantoio, strato di ghaia sempre di frantoio, e strato a finire in sabbia e terra stabilizzata. Il tutto compattato da rullo compressore da 20 tonnnellate. Tre assi di drenaggio mediani e drenaggio lungo i quattro lati del terreno. Mai avuto grane.
“Bogliacino! Dica ai giostrai che il fondo del campo può reggere benissimo il carico dei baracconi e dell’ottovolante e mi riferisca.”
Il giorno dopo.
“Assessore, i giostrai dicono che lei chiacchiera e loro rischiano, si rifiutano di montare il carnevale sui campi di Borgo San Paolo e vogliono andare in Piazza Vittorio. I camion affondano e l’ottovolante anche, crolli, cedimenti, morti etc.”
“Bogliacino, convochi i giostrai domani mattina alle 8.00.”
Il giorno dopo affollata riunione con i giostrai: una folla colorita di uomini e donne, misto fra saltimbanchi, zingari, camionisti e  giocolieri. Il capo riferisce:
“Non potete obbligarci ad andare sui campi di San Paolo mettendo a rischio i nostri impianti e la vita dei cittadini: cedimenti, crolli, morti etc.” dice.
“Anche se le fondazioni dei baracconi e dell’ottovolante potrebbero reggere (e non ci credo), il terreno non regge al peso dei camioni con i quali li trasportiano in sito.” Dice un altro che sembra più un camionista che un giostraio.
“Quanto pesano i camion?” dico io.
“Quaranta tonnellate.”
“Quanti assi?” dico io.
“Tre assi.”
Faccio un rapido calcoletto da geometra: dovrebbero essere circa 2 kg al centimetro quadrato sulle dieci ruote  complessive dei treassi. Ampia sicurezza per il fondo del campo come comunicato da Micheletta. Decido di provocare.
“Se vi provo che i camion non affondano ci andate?” dico.
“…..mmmmhhhhhmmm…. come ce lo prova?” dice il capo dei giostrai.
Espongo il calcoletto. Questo per quest’altro, tante tonnellate tanti centimetri quadrati tanti kili.
“Ha…ha…ha… Questi numeri fanno ridere, ci può credere lei che se ne sta qui seduto col culo al caldo, ma noi ci mettiamo i coglioni e le attrezzature.” Dice il capo.
“Niente numeri.” Dico io. “Domani mattina alle 7.30 ai campi di Borgo San Paolo faremo la prova con un tre assi, 40 tonnellate di sabbia e certificato del peso comunale. OK?”
“OK.”dice il capo.

“Micheletta: mi organizzi un tre assi carico di 40 tonnellate di sabbia per domani mattina alle 7.30 ai campi di Borgo San Paolo.”
“Va bene, Assessore.”
Il giorno dopo piove come dio la manda. Arrivo ai campi alle 7.15. I campi sono fradici, ma si vede che il drenaggio funziona. Spero.
Alle 7.20 cominciano ad arrivare i giostrai e le giostraie pregustando il dramma prossimo venturo. Sfida  all’OK corral. Three ten to Yuma e roba simile.
Sono sicuro dei calcoletti, ma …non si sa mai.
Arriva Biogliacino con l’occhio eccitato per la possibile catastrofe e figura di merda dell’Assessore.
Arriva l’ing. Micheletta, serio. Anche per lui i calcoli vanno bene, ma la realtà può essere sempre sorprendente.
Alle 7.30 ci sono tutti i  giostrai. Piove fitto.
Alle 7.38 arriva il tre-assi carico di sabbia. Il capo verifica il peso sul bollettino del Peso comunale: 41,3 tonnellate.
L’autista del tre-assi si ferma all’ingresso dei campi.
Romba il diesel IVECO.
“Vado?” mi chiede l’autista.
“Vai!” dico io.

L’autista del tre-assi innesta la prima ridotta con un sano rumore di ingranaggi di cambio e di frizione, GRRRRRROOOOONKKKR ,il motore va su di giri e il tre assi si avvia lentamente.
Tensione negli astanti, tutti guardano aspettando lo sprofondamento.
….
“Bel colpo Assessore.” Dice Bogliacino, “L’uma butailo n’tal cul!”
Micheletta sorride soddisfatto: i calcoli sono pur sempre calcoli e l’ingegneria, per la miseria, è sempre ingegneria!

I giostrai…muti.
La pioggia…fitta.

Il tre-assi carico di 41,3 tonnellate di sabbia gira, monumentale con lento trionfo,  quattro o cinque volte sul tutto il vasto terreno….avanti e indietro.

Ce ne andiamo a prendere un caffè, molti giostrai si uniscono.

“Pago io,” dice il capo dei giostrai. “Un bel bastardo di assessore come lei non l’avevo mai incrociato!”

“Grazie, buon lavoro.”
Così si conclude la sfida all’OK corral per il nuovo sito del carnevale di Torino.

Meno male … non ho sbagliato le divisioni….

 

Roma capitale

Mi ha sempre affascinato la  cultura del potere dei romani, il modo apparentemente strascicato e disinvolto con il quale la gestiscono, subiscono, usano, interpretano e la impongono. Una cultura chiaramente sedimentata da un paio di millenni di esperienza e di consumo. Distacco, scetticismo, strafottenza, ironia, sarcasmo tutto impastato insieme e, alla fine, quello che risulta è una arroganza serena che sfuma in raffinata professionalità. Fare della burocrazia un’arte, della gestione amministrativa un gioco e del sottogoverno un elegante, distaccato, modo di vivere.
Nessun milanese ci potrebbe riuscire e dei piemontesi meglio non parlare: come schiacciasassi in un allevamento di lumache.
Non vorrei esagerare, ma se l’Italia, con la sua armata brancaleone di politici puerili, litigiosi, verbosi e inconcludenti, riesce in qualche modo a funzionare lo si deve proprio alla cultura del potere della grande burocrazia romana. Palude o materasso, oppure sublime e risolvente manipolatore della incapacità degli eletti dal popolo: l’informe gazzarra prodotta dal “teatrino della politica” e dai suoi goffi attori viene trasformata, dalla “machina” burocratica romana, in qualcosa di descrivibile e talvolta anche di apprezzabile.
A ben guardare una opera d’arte: trarre forme ed espressioni comprensibili e significative dal caos e dall’insipienza.
Certo non ci si può aspettare che da sola la burocrazia rimedi a errori e cantonate strategiche, ma molte sciocchezze correnti sono state evitate e rimediate dalla ineffabile “machina” romana.
So bene che questo “incipit” non troverà molto apprezzamento nella cultura “padana”, ma chiunque abbia avuto a che fare con la burocrazia romana non potrà che condividere, magari con un po’ di nervosismo e di invidia. Devo dare prove o fornire documenti a supporto della mia affermazione? Quando mai! Basta seguire per un paio di giorni o tre il dibattito “politico” italiano e confrontarlo con qualche dato statistico corrente o con qualche “indicatore” macroeconomico. La conclusione non potrà che essere una sola: “nonostante” tutto l’Italia funziona. In qualche specifico settore funziona anche molto bene. Ho detto “nonostante”, ma forse sarebbe bene dire “grazie a” qualcosa. Questo qualcosa sono gli Italiani insieme alla morbida “machina” burocratica romana. Unica entità capace di dominare e regolare, con qualche utilità, un mostro assurdo e pericoloso.
Va anche detto che oggi dopo le incursioni dei Lanzinechecchi del 92, 94, 2005 con lo spoil system applicato all’Italiana di quella “machina” è rimasto poco e quel poco sta scomparendo: vivremo tempi interessanti.
Nella mia esperienza amministrativa nell’Università e per la Città di Torino ricordo molti episodi, ma uno è particolarmente significativo e lo ritrovo sempre con un brivido di affetto.

Ero stato eletto preside della Facoltà di Architettura nel novembre del 1981 dopo una vicenda bislacca e ai limiti del grottesco. La mia candidatura, proposta da me medesimo con un gesto blasfemo per i canoni dell’Accademia sabauda, era stata duramente contrastata dal gruppo di potere cattolico-comunista che da dodici anni controllava la Facoltà. Ero un “radicale” e quindi egualmente inviso alla DC e al PCI, non ero torinese, non avevo fatto una carriera accademicamente ortodossa, venivo dalla ricerca e non dalla didattica, e non avevo “babbi” o referenti baronali, ero un tecnologo e non un storico né un compositivo: le due “baronie” che da sempre controllano le Facoltà di Architettura in Italia. Candidarmi era stato letto come un insulto dal gruppo di potere che controllava la Facoltà al punto che il suo massimo e più autorevole rappresentante prof. Roberto Gabetti (†) aveva preso la estemporanea iniziativa di mandare una lettera a tutto il corpo docente invitandolo a disertare la assemblea indetta dal decano prof. Mario Goria (†), per l’elezione del preside. Un gesto da Consiglio di Disciplina, decisamente “bulgaro” come cultura politica, ma che nessuno si azzardò a criticare, tanto era dato per scontato e accettato il potere della coalizione DC/PCI della quale Gabetti era leader autorevole ancorchè ufficioso. In ossequio al “dettato” del Prof. Roberto Gabetti l’assemblea venne disertata da due terzi degli aventi diritto al voto. Una prova vuoi della “potenza” del gruppo di potere, della “paura” che incuteva, oppure della pavidità dei colleghi. O le tre cose insieme. Certo non una cosa della quale andare fieri. All’Assemblea vennero in venti docenti (su sessanta) e teoricamente era una assemblea valida data la presenza di un terzo degli aventi diritto al voto. Venni eletto all’unanimità, ma rifiutai il risultato scrivendo al Ministro (allora Guido Bodrato) pregandolo di invitare la Facoltà a procedere a nuove elezioni. Non so se per effetto della mia richiesta o di quella, contemporanea e ben diversamente motivata, degli amici di Roberto Gabetti, il Ministro Bodrato scrisse alla Facoltà di procedere a nuove elezioni, senza motivare la richiesta. Le nuove elezioni si tennero una settimana prima dell’inizio dell’Anno Accademico in condizioni di emergenza. Il Gruppo di potere presentò una candidatura fittizia, ma omologa alla linea politica (il prof. Simoncini di Roma era uno storico PCI). Venni eletto con il 65% dei voti. Gabetti e la “cellula” rimasero sconcertati: avevano grossolanamente sbagliato i conti, cioè non conoscevano la Facoltà che credevano di poter controllare, ma si ripromisero di “farmi fuori” mediante una opposizione sistematica e al limite del boicottaggio, fedelmente attuata dalle truppe cammellate nel Consiglio di Facoltà.  Le cose andarono diversamente. Dopo tre anni di Presidenza per il secondo “termine” venni rieletto con il 90% dei voti e il 10% di astenuti. La dichiarazione di voto del “capo” della cellula PCI della Facoltà, prof. Biagio Garzena (†) fu un riconoscimento positivo della mia azione, ma, disse Biagio, per “coerenza” noi Matteoli non lo possiamo votare. Non ho mai capito a quale coerenza si riferisse.

Comunque quella che voglio raccontare è un’altra storia.
Dopo tre settimane dalla mia elezione venni convocato dal Rettore Stragiotti, anche lui appena eletto alla guida dell’Ateneo, che mi chiese se fossi al corrente delle ragioni per le quali la Facoltà di Architettura di Torino, unica in Italia, laureava architetti con un piano di studi che comprendeva solo 24 esami invece dei 28 prescritti dalla legge di Statuto Nazionale per le Facoltà di Architettura e dei 36 esami che costituivano il curriculum torinese prima del 1969.
Confessai la mia ignoranza e assicurai il Magnifico Rettore che avrei fatto una indagine sul problema. “Fai presto, perché sono molto preoccupato, Amplissimo! ” disse con garbata ironia il Magnifico.
Con orrore scoprii che la Facoltà nel 1969, sotto la pressione della rivolta studentesca, aveva ridotto motu proprio il numero degli esami e aveva mandato a Roma la “creativa” delibera che era stata respinta dal Ministro (in allora Misasi) con una durissima lettera nella quale imponeva alla Facoltà di ri-deliberare quanto prima nel rispetto della Legge Nazionale, pena l’annullamento delle lauree conferite sulla base di piani di studio chiaramente illegittimi: lo Statuto del Corso di Laurea in Architettura è una Legge dello Stato e non era modificabile dal Consiglio di Facoltà, ma solo con una legge del Parlamento.
Il Consiglio Ristretto della Facoltà di Torino, con enorme ingenuità, aveva trascurato il piccolo dettaglio. Ricevuta la bacchettata dal Ministro Misasi, perseverando, a questo punto in modo irresponsabile, il CdF aveva preso atto della lettera del Ministro e aveva deciso ….di non fare nulla, con la brillante argomentazione che “…quando a Roma modificheranno lo Statuto, tutto andrà a posto automaticamente…”.
Dopodichè la Facoltà aveva operato fuori dalla legge per ben dodici anni laureando, in modo illegale, circa 5000 architetti.
L’irresponsabilità, a questo punto criminale, del gruppo di potere, incapace di riconoscere l’errore per arroganza e per paura dell’ira studentesca, era tale che il mio predecessore, Mario Federico Roggero, nel passaggio  delle consegne, non ritenne nemmeno opportuno informarmi su questo mostruoso problema: un enorme cadaverone nell’armadio.
La mia indagine era stata facilitata dalla competentissima segretaria della Presidenza che, quando le avevo fatto la richiesta di trovarmi la documentazione, era rimasta in rigoroso silenzio, solo per farmi trovare l’esplosivo dossier sul tavolo un’ora dopo.
Alla fine del mio drammatico rapporto il Magnifico, serissimo, disse “Amplissimo, vai subito a Roma dal direttore del Ministero, esponi la situazione e risolvi il problema.”
Era allora Direttore dell’Istruzione Universitaria al Ministero il dr. Domenico Fazio (†) (Ordine della Minerva), per la colorita arrabattante accademia delle Facoltà di Architettura italiane post-sessantotto, una moderna, satanica, personificazione del feroce Saladino, in realtà un funzionario di eccezionale valore.
Chiesi l’appuntamento al dr. Fazio e due giorni dopo entravo, non senza qualche tensione al basso ventre, nel suo monumentale ufficio nel Palazzo di Viale Trastevere.

Ed ecco quello che io ritengo un sublime esempio della cultura del potere romano.
Domenico Fazio ascoltà con attenzione il mio racconto.
Rimane in silenzio per circa trenta secondi: per me una eternità in quella situazione e poi, lentamente scandisce il seguente verdetto:

Preside Matteoli, lei non è mai venuto a Roma, non mi ha mai incontrato, non mi ha mai raccontato questa storia, se me la ha raccontata io non l’ho sentita e, per cortesia, eviti di scrivermela.”

Vedendo l’orrore sul mio volto “verde” il dottor Fazio mi gratificò di questo supplemento di spiegazione:
“Questo Ministero ha scritto alla Facoltà nel 1969 respingendo la delibera con la quale il CDF modificava illegalmente lo Statuto, la Facoltà non ha mai riscontrato la lettera del Ministro Misasi, e il Ministero riteneva che la Facoltà avesse operato di conseguenza e si fosse messa a posto. Se dovessi prendere atto ufficialmente di questa cosa dovrei deferire a una Commissione Disciplinare il Preside suo predecessore e tutto il Consiglio di Facoltà di allora, dovrei annullare tutte le lauree rilasciate sulla base di un curriculum illegale e dovrei sospendere la didattica  nella Facoltà fino a quando tutti gli studenti non siano stati inquadrati nel rispetto della legge in vigore.”
“Preside, torni a Torino e metta a posto la sua Facoltà, le faccio i migliori auguri e…non mi scriva!”

La porta dell’armadio era spalancata e il cadaverone era uscito, dopo dodici anni, alla luce del sole e si apprestava a ballare felice. Fra le mie braccia, appassionatamente, un tango letale.
Mi ci vollero diverse ore e tutto il viaggio di ritorno a Torino per assorbire l’enormità del guaio che mi trovavo per le mani. Non riuscivo nemmeno ad immaginare una linea risolvente. Scartavo l’idea di recuperare le cinquemila lauree “illegali” già conferite, ma anche l’idea di “mettere a posto” gli iscritti attuali al Corso di Laurea faceva paura.
Convocai un Consiglio di Facoltà e comunicai la cosa ai colleghi: vidi il viso color cenere di Mario Federico Roggero e degli ordinari che avevano fino a poche settimane prima governato la Facoltà, tutti probabilmente al corrente dell’esistenza del “cadavere”, e finalmente compresi le ragioni della loro disperata resistenza all’avvento di un preside “non omologo”. Istituii una commissione con l’incarico di studiare possibili soluzioni. La “sinistra”, alias gruppo di potere accademico, iniziò un fuoco di sbarramento irresponsabile e sciocco, la “cellula PCI” accolse con piacere la notizia perché secondo loro “…lo faremo andare via [Matteoli] cavalcando l’ira degli studenti…” per loro il problema della Facoltà non aveva importanza, l’unica cosa che contava era “farmi fuori”.
Il momento cruciale della crisi fu quando, proprio con l’idea di scatenare la massa studentesca, mi costrinsero a convocare un CdF “aperto” agli studenti, prassi illegale, nel quale esposi il problema e gli elementi documentali a mie mani.
Gli interventi degli studenti e di molti docenti “omologhi” erano al limite della demenza, tipo: “24 esami sono molto più qualificanti di 28 esami”, “il numero degli esami è irrilevante, quello che conta è la qualità”, “vengono a Torino da tutta l’Italia per laurearsi da noi perché siamo la Facoltà più qualificata”. Che il curriculum fosse una “legge dello stato” non contava nulla, che venissero a Torino solo per laurearsi con dodici esami in meno non era una ipotesi considerata, i “vecchi” docenti tacevano. Tutti meno l’ex preside prof. Mario Federico Roggero che, nel suo intervento giurò di “non avere mai visto” la lettera di Misasi. Per carità di patria  e per la tutela dell’Istituto, come suggerì il segretario del CdF prof. Cesare Macchi-Cassia, non lo esposi alla vergogna: lo convocai subito dopo nell’ufficio della presidenza per metterlo di fronte alle sue innegabili responsabilità insieme agli altri due autorevoli membri del CdF “responsabile” del pasticcio, i professori Giuseppe Varaldo e Roberto Gabetti: ci fu un significativo e penoso silenzio.
Ogni volta che prendevo la parola in quella tragica assembea, 600 studenti scandivano la cantilena “scee-eemo, scee-eemo, scee-eemo…” sembrava di vivere una scena del fienile di orwelliana memoria (due gambe cattivo quattro gambe buono).
La “cellula” sorrideva compiaciuta, godendosi quello che, per loro, era un trionfale successo. Ricordo in particolare il sorriso soddisfatto di Riccardo Roscelli, ex liberale trasferito al PCI che anni più tardi divenne preside della Facoltà e credo che abbia in seguito fatto una luminosa carriera nella zona gelatinosa del danaroso “spin-off” della ricerca subappaltata dal Politecnico secondo linee di colorito privilegio.

Mi ci vollero due anni per “mettere a posto” la Facoltà organizzando seminari di compensazione per gli esami non dati ed esami  ad hoc, corsi ad hoc. Il direttore Fazio mi fece un unico, enorme favore: non mandò nessun “ispettore” del Ministero a verificare cosa era successo e cosa stava succedendo. L’operazione che stavo conducendo era un colossale “falso ideologico” e non avrebbe retto nemmeno cinque minuti di seria analisi da parte del più benevolo degli ispettori. Tutta la operazione è ampiamente documentata nei verbali del Consiglio di Facoltà, ma ebbi cura di non scrivere mai nulla al Ministero rispettando il consiglio/ordine del Dr. Fazio.
Gli architetti laureati a Torino tra il 1969-70 e il 1980-81 hanno una laurea che potrebbe essere impugnata: ce ne sono ancora oggi circa 5000 attivi. Alcuni sono oggi capaci e validi docenti nella Facoltà di Torino e in altre Facoltà Italiane. Altri sono rappresentanti di medicinali o di materiali edilizi, molti insegnano “applicazioni tecniche” nella Scuola Media, qualcuno guida gli autobus dell’Azienda Trasporti Torinesi…Pochi sono bravi e competenti professionisti architetti e sono la prova del fatto che, per gli studenti intelligenti e capaci, i professori, i corsi e gli esami sono inutili. Parliamo del 2% dei laureati e forse meno.
Molti si laurearono in quegli anni con “esami di gruppo”: una truffa consentita dal CdF demagogico degli anni ‘70, che consentiva di passare quattro o cinque esami con una sola tesina, i gruppi erano talvolta di venti trenta allievi. In pratica con quattro, o al massimo cinque, tesine si arrivava alla laurea.  Ovviamente nei gruppi di 20 o 30 studenti quelli che lavoravano erano forse 3 o 4.
Un disastro dal quale l’Università Italiana non si è ancora ripresa dopo 40 anni.
È chiaro che, in quell’ambiente e in quel contesto storico e culturale, la mia preoccupazione di rispettare la legge doveva apparire ridicola e ingenua. Strampalata mania e, per alcuni, un bieco strumento per agggredire una precisa parte accademica/politica. Che il dovere del  preside fosse quello di fare rispettare la legge e gli Statuti di legge non passava per la mente a nessuno. Per il PCI, decisamente bulgaro della Torino di Novelli, era più importante il “controllo” della Facoltà (concorsi, cattedre, incarichi di ricerca) che la legittimità della gestione, della quale si ritenevano esclusivi depositari, in virtù del consunto teorema della “diversità” del PCI.
Nel 1986 lasciai la Presidenza e venni eletto nel Consiglio Comunale. Se fossi rimasto per altri due o tre mandati forse sarei riuscito a cambiare in modo più radicale la Facoltà: è destino dell’impegno di un “liberale” quello di iniziare le cose sperare che vadano avanti da sole. Pare che  non succeda mai.
Dopo di me l’ombra della subalternità al modello “conforme” riprese e credo che sia ancora così nel 2007 . Con poche apprezzabili eccezioni.


Magnifico è la qualifica Accademica del Rettore di Ateneo, Amplissimo quella del Preside, Chiarissimo quella del Professore Ordinario, il Rettore Stragiotti ed io ci trattavano con esplicita ironia con il nostro qualificativo Accademico.

 scrivevo questa nota nel  2007, non sono al corrente di quello che succede nel 2010, il prof. Riccardo Roscelli ha fatto una splendida carriera ed è oggi una personalità a livello mondiale nel campo dell’estimo edilizio e, come molti altri nel suo campo, ha scoperto la “sostenibilità”. Un po’ tardi, ma con buon profitto.