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TITOLO: Gli esami di gruppo a Torino

WRITTEN BY: Lorenzo Matteoli

DATE: Gennaio 2008

 

 

Gli esami di gruppo
alla Facoltà di Architettura di Torino
nei dodici terribili anni 1969-1981
di Lorenzo Matteoli

 

Nel 1973 o 1974 la Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, preside Mario Federico Roggero, decise con una fantasiosa delibera del CdF di modificare lo Statuto del Corso di Laurea eliminando dodici esami. Una concessione demagogica alle avanguardie di "una risata vi seppellirà". Il curriculum del Corso di Laurea in Architettura nella Repubblica del Castello del Valentino passava da 36 esami a 24 esami.  Da un giorno all’altro.
La delibera venne accolta come grande pacchia dagli studenti e descritta come una illuminata conquista culturale dal coretto adorante dei docenti “omologhi” al PCI, doverosamente compiaciuti e rigorosamente “diversi”. I professori che esprimevano seri dubbi sulla legittimità e sulla opportunità della delibera vennero derisi e sbeffeggiati dalle avanguardie culturali e dalle “guardie rosse” maoiste. Ridotti al silenzio dall’arroganza delle punte avanzate della cultura demagogica del PCI allora rappresentata in Facoltà da Biagio Garzena, Manfredo Montagnana, Piergiorgio Tosoni, Riccardo Roscelli, Carlo Olmo, con l'autorevole patrocinio di Roberto Gabetti e l'assistenza compiaciuta di Aimaro D’Isola, Piero Derossi, Vera Comoli, Micaela Davico Viglino, et al.e la protezione del preside Roggero: tutti molto apprezzati come “utili-idioti” dallo “studente massa” e tutti lusingati da questo apprezzamento del quale non afferravano il contenuto di spregio e che comunque cercavano ansiosi di compiacere e senza nessun pudore.  Tutti si sciacquavano la bocca con dichiarazioni di pseudocultura, inneggiando alla illuminata visione che informava la sbilenca delibera (“è la qualità che conta non la quantità”). Nesssuno sfiorato dal minimo dubbio, compiaciuti della loro “diversità” che li esimeva da qualunque preoccupazione e li garantiva di avere sempre e comunque ragione proprio perchè “diversi”. E quindi sicuramente migliori.
La delibera, oltre che vergognosa, era un mostro di stupidaggine oltre ad essere pavimentalmente illegittima: lo Statuto del Corso di Laurea in Architettura è infatti una legge dello Stato e può essere modificato solo dal Parlamento con una Legge dello Stato. A nessuno venne in mente questo banale dettaglio eppure erano tutti laureati, molti erano anche professori ordinari con decine di anni di carriera accademica alle spalle. La paura fa novanta e lo scatenamento degli studenti nel 1968 aveva fatto perdere a molti il senso del limite e della decenza. La lusinga demagogica  di compiacere i leaderini delle assemblee aveva condito il tutto con un entusiasmo dove la leggerezza faceva a gara con la stupidità irresponsabile e l’arroganza dei “diversi” della cellula del PCI. Gli altri in servile silenzio. Come le pecore nel granaio di Orwell.
La delibera venne quindi inviata ufficialmente a Roma perchè il Ministero ne prendesse atto e la ratificasse: sembra di raccontare una barzelletta o una storia allucinata di ragazzini incoscienti, ma questo era un intero Consiglio di Facoltà, professori ordinari, incaricati e assistenti di ruolo.  Molti oltre ad essere professori erano anche stimati e potenti professionisti, urbanisti e architetti di chiara fama. Stupisce oggi che non ci siano state verifiche  da parte del Rettore e degli uffici legali dell’Ateneo in genere attentissimi e diligenti: evidentemente la Facoltà non aveva segnalato la portata della delibera agli uffici del Rettorato e la cosa passò inosservata.
Non così a Roma dove al Ministero della Pubblica Istruzione ai dirigenti della Direzione Istruzione Universitaria (direttore generale Domenico Fazio) non sfuggì la immane castroneria torinese. Il Ministro Riccardo Misasi, informato dal direttore Fazio, inviò immediatamente a Torino una durissima lettera nella quale, avvertendo il Consiglio di Facoltà e il Preside dell’enormità commessa, intimava la immediata rideliberazione pena l’annullamento del titolo conferito dalla Facoltà di Torino. Un imbarazzato e quasi carbonaro CdF prese atto della lettera del Ministro e decise … di non fare nulla, debitamente verbalizzando, con una vena di orgoglio sabaudo (che traspare dal verbale del CdF), la diabolica perseveranza. Nella algida certezza che, “quando a Roma avessero cambiato lo Statuto delle Facoltà di Architettura, Torino sarebbe andata automaticamente a posto”. Nessun cambiamento di Statuto venne fatto a Roma e Torino continuò, con Sabauda incoscienza, per dodici anni a conferire diplomi di laurea illegittimi. Qualcosa come 5 o 6000 architetti con una laurea impugnabile in quanto conferita a compimento di un corso di laurea che violava grossolanamente la legge della Repubblica Italiana. Senza contare dodici  cattedre perse per centinaia di anni-uomo-accademia: migliaia di ore di insegnamento che potevano essere erogate, decine di posti di ruolo e migliaia di ore di ricerca svaniti.
Questa storia l’ho raccontata un’altra volta, ma non fu la sola follia che i “diversi” del PCI accademico imbastirono a Torino.

La travolgente demagogia/arroganza della combinazione letale PCI/DC che dominava la Facoltà in quell’assurdo decennio non era però ancora contenta. Sotto la pressione “illuminata” dello “studente massa” si inventarono altre istituzioni interessanti. Fra le più note il “30 politico” e “l’esame di gruppo”.  Spesso i due istituti si associavano in una terza combinazione di “esame di gruppo con 30 politico”.
L’esame di gruppo venne poi portato a superiori livelli di raffinatezza quando venne inventato il “seminario pluricorso”:  4 o 5 professori si associavano per svolgere un seminario annuale su un tema specifico. Gli studenti che seguivano il seminario si qualificavano per avere registrati sul libretto i quattro o cinque esami dei professori consorziati. Ovviamente  con un “trenta politico” e un “esame di gruppo”, de rigueur.
In parole povere trenta o quaranta studenti, assistiti da 4 o 5 professori, formavano un seminario  e alla fine del seminario discutevano i risultati con la commissione composta dai 4 o 5 professori consorziati che registravano il trenta politico per i 4 o 5 esami a tutto il gruppone. La “fabbrica di esami”.
Siccome poi era impossibile che tutti discutessero e prendessero la parola la discussione veniva delegata a due o tre fra i più brillanti studenti del gruppo mentre gli altri stavano a sentire rigorosamente muti.
Con cinque o sei seminari ti laureavi comodamente senza problemi, molti  “compravano” la partecipazione al seminario finanziando il leaderino di turno, non venivano nemmeno in Facoltà se non per la liturgia finale e raccogliere i voti sul libretto.
Così funzionò la Facoltà per 12 anni o quasi: un regime e una gestione PCI/DC totalmente “bulgara”. Nessuno discuteva in Consiglio di Facoltà che si limitava a ratificare  le delibere preconfezionate  dalla ristretta cupoletta di potere, PCI, “diversa” e intoccabile. Convinta della sua sovrana superiorità. Nessuna verifica, nessuna opposizione.
Solo nel 1982 questa pesante vicenda con il suo bagaglio di presunzione, arroganza, servilismo e compiaciuta ipocrisia doveva rovesciarsi sul nuovo preside: cioè su di me.
E veniamo alla mia specifica esperienza in quell’ambiente. Nel 1976 venni invitato dal mio “capo” Giuseppe Ciribini a partecipare con il mio corso (ero stato incaricato di Tecnologia dell’Architettura l’anno prima) a un seminario che lui aveva organizzato e al quale aveva fatto aderire altri quattro o cinque professori “omologhi”. C’era una liturgia di presentazione del seminario nella quale i docenti aderenti dovevano comunicare agli studenti come e qualmente avrebbero svolto il lavoro seminariale di competenza del loro corso: tutti insieme appassionatamente.
La liturgia avveniva in una enorme aula del Castello (detta ancora in quegli annni “l’aula dei tecnigrafi”). Presenti forse centocinquanta o duecento studenti. Organizzati in vari gruppetti più o meno agitati e maneschi. Arrogantissimi e strafottenti con nomi da banda giovanile (i katanghesi, i mau-mau etc., barriera Milano…) Ascoltavano compiaciuti come i diversi docenti gli avrebbero regalato un 30 politico senza colpo ferire, non senza interrompere con lazzi e battute,  ammiccamenti osceni, risate e pernacchie, che i docenti facevano finta di non sentire per ridurre l’offesa alla loro stracciata dignità. Arrivato il mio turno spiegai molto brevemente che il corso si sarebbe svolto sul campo disciplinare descritto nella Guida dello Studente, che esigevo la presenza alle lezioni e che gli esami si sarebbero svolti individualmente e avrebbero avuto come oggetto gli argomenti trattati nelle lezioni. Inoltre fornivo un elenco di una ventina di libri che a mio avviso erano lettura obbligatoria per acquisire la cultura necessaria a seguire le lezioni.
La platea ci mise qualche secondo per assorbire il senso delle cose che avevo detto dopodichè si scatenò in berci , urla, insulti, vaffa, e quant’altro.
Ciribini cercava di mediare, ma la sua voce era completamente travolta dalla gazzarra generale. Il gruppo dei katanghesi stava per passare alle vie di fatto quando uno studente in mezzo all’aula si alza e alza le braccia per chiedere silenzio e attenzione. Magro, affilato, ottiene il silenzio per il naturale rispetto che la sua persona, anche se minuta, imponeva. Dopo qualche secondo, finiti i brusii della maraglia scandisce con voce chiara e ferma:
"La richiesta di leggere dei libri e commentarli mi sembra sensata in un seminario universitario. Tanto più che i libri proposti mi sembrano interessanti..."
Lo “studente massa” tace sbaccalito per qualche secondo  e quindi si scatena un putiferio. L’autore dell’intervento  rimane seduto e non si scompone. Non prova nemmeno a rispondere cosciente della totale inutilità di qualunque dialettica.
L’assemblea di presentazione del seminario viene interrotta. Ci ritroviamo nello studio del “capo” Ciribini dove  vengo severamente redarguito per la mia assurda proposta reazionaria e assolutamente incongruente. Fuori dal tempo. Confermo la mia posizione e, anch’io cosciente della inutilità di qualunque dialettica lascio lo studio del “capo”  per ritirarmi nel mio laboratorio.
Per la cronaca lo studente temerario si chiamava e si chiama tuttora, Bruno Caudana. Forse, in assoluto, il mio migliore studente in 30 anni di carriera universitaria.
Bruno si è poi laureato con me e abbiamo lavorato insieme in molti progetti. La sua specialità  la logica dei computer, il software di processamento dei dati,  e, soprattutto,  il “rigore dell’impostazione”. Parlato e praticato.

Lorenzo Matteoli

 


Per  maggiori informazioni sul pensiero di Bruno Caudana:
http://www.adaptive.it/home.htm