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TITOLO: 9/11 cinque anni dopo

WRITTEN BY: Lorenzo Matteoli

DATE: 11/9 2006

9/11 cosa è cambiato
Lorenzo Matteoli

 

Dopo cinque anni il tema dominante nei dibattiti rievocativi è proprio la domanda: “…cosa è cambiato?”
La domanda pone un problema di carattere “storiografico”: ci sono eventi che mettono in evidenza radicalmente diversa ex post situazioni di fatto acriticamente accettate e non percepite come rilevanti ex ante. Non si tratta di “cambiamenti” avvenuti per effetto dell’evento specifico, ma di cambiamenti nella percezione e nella valutazione di situazioni assunte e accettate come normali “prima” e che “dopo” diventano invece urgenti e nodali.
Uno strano “feedback” storico in qualche caso più significativo e importante delle modifiche al corso della storia o al “quadro di vita” avvenute per effetto diretto degli eventi.

Due sembrano essere le risposte correnti: nulla è cambiato secondo alcuni, tutto è cambiato secondo altri. E’ interessante vedere in quale modo e perchè tutte e due le risposte possono essere corrette e pertinenti.

La vita quotidiana del cittadino Europeo non è cambiata molto dopo l’11 settembre, direi che per il cittadino Italiano medio il cambiamento è ancora meno sentito dato il generico, in qualche modo saggio,  scetticismo e lo strato di morbida indifferenza che connota la nostra cultura politica e sociale.
I problemi della quotidianità sono gli stessi: occupazione, debiti, incertezza esistenziale, miseria, ricchezza smodata, evasione fiscale, boat people dall’Africa, inquinamento delle città, droga, battibecchi del “teatrino”, tormentone della “sinistra” al governo, tormentone di Berlusconi all’opposizione, la Juventus in B e il Festival di Sanremo, ballarò, quelli che il calcio... Questa sembra la minestra del presente e non è molto diversa dalla minestra Italiana di “prima” dell’11 Settembre 2001.
La benzina costa il doppio, ma è discutibile se questa sia una conseguenza specifica diretta dell’11/9.
Una “griglia” di valutazione pragmatica come questa non rivela molto i cambiamenti in qualunque momento della Storia, ma se si chiede alla gente cosa è cambiato la risposta generale conferma la posizione: in pratica non è cambiato nulla.

Se invece si valuta su un’ottica più ampia e se si considera che il senso di vivere e il progetto esistenziale sono anche dettati dal contesto storico complessivo che inquadra la vita di ognuno e delle comunità, si percepisce un cambiamento importante: è cambiata la percezione di futuro, è cambiato il “progetto” del quadro sociale, sono cambiate alcune verità di riferimento fondamentali.
Il cambiamento più radicale e profondo: è stata stroncata la disponibilità al dialogo fra l’occidente e il mondo Arabo.

In questa ottica l’11/9 ha cambiato il mondo e le sue conseguenze dirette e indirette continueranno a cambiarlo per molti anni a venire. La nuova sensibilità, sul quadro geopolitico internazionale, sui processi istituzionali e sulla informazione, imposta dall’attentato darà luogo a breve e medio termine ad altri cambiamenti radicali.

La gestione politica del dopo attentato avrebbe richiesto apertura mentale e culturale eroica, visione planetaria e di lungo termine, grande capacità di intuizione e comprensione umana e politica, e grande fermezza etica. Un profilo e un sistema di valori che riconosciamo con chiarezza negli istituti fondamentali della democrazia Americana e che è il mandato dei suoi massimi rappresentanti storici: Thomas Jefferson, Abramo Lincoln, Franklin Delano Roosvelt, Theodore Roosevelt, Dwight Eisenhower. Un profilo più volte tradito, ma che è in qualche modo sopravvissuto alle molte guerre strumentali combattute dagli Stati Uniti sotto diversi presidenti (i presidenti: Thomas Jefferson, Abramo Lincoln, Frankiln Delano Roosevelt, Theodore Roosevelt, Diwight Eisenhower, le guerre – alcune - Messico, Spagna, Cuba, Filippine, Corea, Vietnam, Cuba 1, Cuba 2, Granada, Panama, Guatemala…) un fatto questo dimostrato dalla forte opposizione oggi più che mai viva sia nei media Americani (il New York Times con Herbert, Krugman, Rich, Maureen Dowd), con giornalisti televisivi come Olbermann che con scrittori come Noam Chomsky, Thomas Ricks, Norman Solomon, e con membri del Senato e del Parlamento del Partito Democratico (John Kerry, Al Gore, John Murtha).
Questo profilo e questi valori, ancora presenti e portanti nella opinione pubblica Americana, non sono rappresentati nella Amministrazione Bush/Rumsfeld/Cheney.
Per effetto di una letale macchina elettorale la maggioranza numerica non ha vinto in ben due elezioni presidenziali consecutive. Al potere, nel momento storico più difficile per gli Stati Uniti, è andato il rappresentante di una interpretazione negativa e involuta del paradigma. Il disastro conseguente all’11 Settembre ha dimostrato con tragica chiarezza quanto sia pericoloso il meccanismo mediatico, normativo ed elettorale che determina il massimo potere istituzionale Americano.
Il prezzo che gli Stati Uniti e generazioni di Americani pagheranno per non avere adeguato i meccanismi elettorali sarà enorme e questa tragedia, nei tempi e nei modi, consentirà prima la comprensione da parte della opinione pubblica e poi il rimedio. Bisogna sperare e operare perchè la reazione alla profonda ferita non porti ad un ulteriore involuzione negativa, ma faccia crescere una opposizione costruttiva, sana e in avanti capace di polarizzare di nuovo l’America sui valori fondanti che sono il suo irrinunciabile patrimonio genetico. Se questo si verificasse potrebbe essere considerata forse la più importante conseguenza e cambiamento indotto dalla tragedia dell’11 Settembre 2001.
La cultura di governo riduttiva dell’Amministrazione Bush, lo sfruttamento demagogico dell’immagine del “War President” hanno portato alla guerra in Iraq: dichiarata su premesse costruite mediante falsificazione documentale del presidente e dei suoi ministri e da Servizi Segreti compiacenti, condotta in modo confuso e cieco da un esercito plagiato dall’arroganza e dalla incompetenza del segretario Rumsfeld, degradata a colossale atto criminoso contro l’Umanità, divenuta luogo di umiliazione e disprezzo delle più elementari convenzioni internazionali sulle responsabilità e doveri di eserciti in guerra. La guerra in Iraq è l’emblema del fallimento dell’Amministrazione Bush e della profonda crisi morale nella quale la nazione “leader” dell’Occidente è stata portata dal suo attuale gruppo dirigente.
La sconfitta sul campo è l’innegabile e tragica conseguenza delle premesse che hanno portato alla guerra sbagliata e della incompetenza con la quale è stata gestita.
Con questa sconfitta gli Stati Uniti perdono, oltre al prestigio e all’autorevolezza morale, anche qualunque controllo sul Centro Asia e sulla potenzialità petrolifera di quel bacino. Le perdite dell’Iraq, in termini umani, di cultura e di civiltà non saranno mai più recuperate: un prezzo mortale per essere liberati da Saddam e messi a disposizione di un futuro che al momento non sembra essere molto migliore.

Il danno morale prodotto  sarà difficilmente recuperabile: per generazioni resterà sulla immagine degli Stati Uniti d’America questa condanna.
La perdita del “high moral ground” degli Stati Uniti provocata dalla guerra in Iraq è sicuramente la conseguenza più grave e il cambiamento più radicale indotto dall’11 Settembre. A catena si avranno altre conseguenze sulla cultura, sull’economia e sulla politica Americana e sui relativi rapporti con il resto del mondo nei diversi settori.
L’America ha perso in questi cinque anni l’autorità morale che è stata fino ai tempi di Eisenhower la struttura stessa della leadership planetaria di quel Paese. Quel ruolo, le sue responsabilità e le sue implicazioni di privilegio sono persi, se non per sempre, certamente per molte generazioni a venire.
Valutare in modo preciso il significato strategico, politico e macroeconomico di questa perdita non è facile. Si possono fare ipotesi.
Imporre l’egemonia del Dollaro USA sui mercati non sarà più così facile, imporre il Dollaro USA come moneta di scambio per il petrolio nemmeno. Il trader, l’operatore culturale, il soggetto politico, economico, finanziario USA che fino ad oggi godeva del significativo privilegio di appartenere al Paese Leader sarà guardato con insofferenza, con sospetto, o con esplicita ostilità.
Sul tempo medio e lungo questo implicherà profonde modifiche alla struttura dei mercati: le valute di scambio concorrenti e, in particolare, l’Euro occuperanno gli spazi lasciati liberi dalla debolezza del Dollaro USA. La Cina rivedrà la politica di investimento sui mercati Americani e al limite inizierà un processo di alleggerimento del carico di US Bonds che è andata accumulando negli ultimi trenta anni. Le conseguenze monetarie di questo disinvestimento potrebbero essere epocali.
Tutti i processi di degrado politico-economico saranno poi accelerati dal fatto che la disfatta in Iraq e la perdita di credibilità politica renderanno difficili per gli Stati Uniti le trattative di acquisizioone di contratti strutturali per la fornitura di petrolio dal Medio Oriente e dal bacino del Centro Asia. Vladimir Putin, il Giappone e la Cina hanno già messo su questo flusso vitale serie ipoteche approfittando della impossibilità degli Stati Uniti di fare proposte credibili. Certamente la Germania e la Francia non hanno a loro volta perso l’occasione.
In questo scenario complesso non tutto è negativo.
La perdita del “high moral ground” da parte degli Stati Uniti di Bush ha già comportato la modifica profonda dei rapporti tra gli Stati Uniti stessi e gli interlocutori politici in tutti i Paesi del Mondo: Aznar in Spagna, subalterno alla politica di Bush, è stato sconfitto da Zapatero, Berlusconi in Italia, anche lui convinto Bushista ha perso il confronto con Prodi, e gli umori all’interno della sua coalizione (CdL) sono per la presa di distanza dalla linea rigorosamente “Atlantica” che aveva caratterizzato la politica estera Italiana per mezzo secolo. Emblematico il pensiero molto indipendente e spesso critico degli Stati Uniti del nostro Ministro degli Esteri Dalema, di quello della Germania Federale Frank Walter Steinmeier e della Francia Philippe Douste-Blazy. La linea della Unione Europea nei confronti degli Stati Uniti è diventata sempre più intransigente su molte questioni di strategia internazionale, il gioco di alleanze e di sinergie della comunità internazionale, venuto a mancare il rapporto di fiducia dei vari paesi con gli Stati Uniti, è profondamente cambiato e si vanno formando, già percepibili, nuove polarità e nuove aggregazioni. Significativo a questo proposito l’isolamento della Gran Bretagna rispetto all’Europa continentale e specificamente rispetto a Francia e Germania, e, nell’Est, l’aggiornamento positivo dei rapporti tra Cina e Russia di Putin.
Questi cambiamenti hanno implicazioni che si svolgeranno sui tempi medi e lunghi: la tendenza complessiva emergente sarà comunque un maggiore isolamento degli Stati Uniti, una minore disponibilità per la loro politica estera nel migliore dei casi, e una esplicita insofferenza o antagonismo duro nei casi più difficili. Le crisi alle Nazioni Unite simili a quella che seguì la posizione di Dominique de Villepin (rappresentante della Francia alle NU nel 2000-2001 e poi primo ministro francese) saranno sempre più frequenti e difficili a meno che non intervengano cambiamenti radicali nella strategia diplomatica degli Stati Uniti, che non sembrano essere nell’agenda e nella cultura di questa Amministrazione.

La decadenza morale e materiale degli Stati Uniti costringerà finalmente l’Europa a chiarire il suo profilo internazionale prendendo campo con la sua identità più complessa,  articolata, dialettica e priva della chiusa intransigenza degli Stati Uniti di Bush e della sua Amministrazione che rifiuta il dialogo con gli interlocutori difficili (Korea del Nord, Siria, Iran, Palestina, Hamas, Hezbollah). Il ritorno dell’Europa sulla scena mondiale è già rappresentato dalla decisione dell’intervento in Libano: un gesto molto qualificante e un segno del chiarimento iniziato. Il probabile indebolimento della moneta Americana frenerà la spinta inflattiva che lo scambio commerciale denominato in Dollari US ha promosso negli ultimi 40 anni: i processi di globalizzazione saranno meno condizionati dai vincoli sugli scambi imposti dalla politica monetaria della Banca Federale degli Stati Uniti con consistenti vantaggi per l’area dell’Euro. L’arricchimento degli Stati Uniti attraverso il debito estero in dollari deboli potrebbe venire arginato dopo 50 anni di sistematico esercizio.
La caduta dell’autorevolezza Americana faciliterà inoltre il colloquio della comunità internazionale sui grandi temi “planetari”: global warming, inquinamento, energia, fame nel mondo, povertà terzomondiale, tragedie Africane etc.
Chiunque succederà a Bush dovrà prendere atto e farsi carico degli errori commessi da questa Amministrazione e istruire una linea di “risarcimento” ideologico ed economico che necessariamente influirà sul quadro politico internazionale: anche questa è una indiretta conseguenza dll’11/9 della quale si può tenere conto.
E’ anche possibile che la gestione disastrata della politica estera di Bush induca i successori a rivedere uno degli elementi strutturali del “disastro” Medio-orientale: la strumentalità della politica estera Americana alla pressione esercitata da Israele su Libano, Siria e Palestina.
Il quadro complessivo delle conseguenze dell’11 Settembre 2001, qualifica questa data come una data epocale in modo analogo alla data della caduta del muro di Berlino nel 1989 (9 di Novembre).

Riotta può rimpiangere il passato: credo che forse sarebbe più opportuno prepararsi al futuro. Vivremo certamente “tempi interessanti” come recita la maledizione Cinese.
Sostenere che l’unico cambiamento è quello dell’assurdo costoso balletto che ogni giorno decine di milioni di passeggeri devono danzare senza scarpe e con le brache in mano negli aereoporti di tutto il mondo è quantomeno, riduttivo.

Per uscire dal tunnel forse è utile riflettere sulla valutazione culturale, sull’uso politico e sulla gestione strumentale che è stata fatta dall’amministrazione Bush della tragedia dell’11/9.  Una tragedia ulteriore.

Il mondo è cambiato, e cambierà ancora per noi e per i nostri figli e per i figli dei nostri figli, non solo per effetto del mostro storico perpetrato l’11 Settembre, ma per la lunga interminabile sequenza di errori che lo hanno seguito e per la diversa percezione di valori che fino al 10 settembre 2001 non erano in discussione.

Il sonno della ragione ha veramente generato mostri.

Lorenzo Matteoli

24, Settembre 2006

 

 

L’8  di ottobre 2001 un mese dopo l’attacco alle Torri di New York iniziavo il mio commento con questa riflessione:

“L'attacco al WTC rivela in termini nuovi e affatto imprevisti lo scenario mondiale all'inizio del terzo millennio. Nulla sarà più come prima è oramai uno slogan corrente, ma gli elementi del nuovo quadro non sono ancora esplorati dai commentatori.”
http://matteoli.iinet.net.au/html/Articles/afterSeptElevenEngItal.html

Cfr  “War made Easy” How Presidents and Pundits Keep Spinning Us to Death, di Norman Solomon
In War Made Easy, Norman Solomon cuts through the dense web of spin to probe and scrutinize the key "perception management" techniques that have played huge roles in the promotion of American wars in recent decades. In addition to documenting a long series of deliberate misdeeds at the highest levels of power, it lays out important guidelines to help us distinguish elements in a propaganda campaign from actual news reporting. By following these simple suggestions, every citizen can become a savvy media critic and, perhaps, help the nation avoid the next costly and unnecessary war.

L’atto documentato di accusa contro il segretario Ronald Rumsfeld il presidente Bush, il vicepresidente Cheney e i livelli politici civili del Pentagono è contenuto nel libro di Thomas E. Ricks “Fiasco:the American military adventire in Iraq”.

John Mueller su Foreign Affairs (Ottobre 2006) ridimensiona pragmaticamente la drammatizzazione che viene spinta dall’Amministrazione USA e dalla Home Security ricordando che:

“… tenendo presenti i pericoli potenziali vale la pena ricordare che il numero totale delle vittime di attentati terroristici di Al Qaeda o di strutture simili dall’11/9 fuori dall’Afghanistan o dall’Iraq non è molto più alto del numero di coloro che affogano in una vasca da bagno negli Stati Uniti in un anno e che le probabilità di venire uccisi dal terrorismo internazionale sono una su 80.000 – più o meno la stessa probabilità di venire colpiti da una cometa o da un meteorite. Anche se ci fosse un attacco della portata dell’11 Settembre ogni tre mesi per i prossimi cinque anni le probabilità che un  Americano sia fra i caduti sono di una su 5.000. Un discorso che resta una eresia, ma che suggerisce che i timori del terrorista onnipotente […] sono stati probabilmente gonfiati e che la minaccia attuale di al Qaeda negli Stati Uniti sia stata grandemente esagerata…”