ABOUT ME
CONTACT ME
ARTICLES

 

 

Bibliography
Bibliografia
 

Related Articles
Articoli in tema
 

StorieTorinesi

La cultura di Torino

Energia e progetto

Ricordanza del Prof. Ing. Giuseppe Ciribini

TITOLO: 1978 Urbino e d'intorni

WRITTEN BY: Lorenzo Matteoli

DATE: City Beach, 1994

1978 Urbino e d'intorni

L'ottobre del 78 a Urbino era freddo, ventoso e preinvernale, alzarsi la mattina, dopo avere passato la notte in appassionati e avvincenti confronti verbali su 'la cultura del progetto' e sui conflitti tra energia e architettura, era difficile, anche se le ore piccole, fino all'alba, avevano portato poi qualche affettuosa, fisica, consolazione, ma non molto riposo.

Federico Duca di Montefeltro domina Urbino da sempre: il suo Palazzo, le fortificazioni, le opere civili segnano la vita quotidiana degli Urbinati e dei visitatori in modo sottile e intimo. E' quasi un plagio quello che avviene: a Urbino, anche senza averne precisa coscienza, ci si comporta come Federico vuole. Il disegno di una città, e di quella in particolare, infatti, non è condizione alla quale si possa sfuggire facilmente.

Il Palazzo del Duca, disegnato da Laurana su pre-esistenze medievali, con la matita guidata da un committente dalle idee precise e dalla precisa volontà di portare a termine le sue intenzioni, sovrasta e abbraccia tutto.

Noi lo guardavamo, a tutte le ore del giorno, dalle immani finestre panoramiche delle aule Sogesta: le due torri da fiaba, le finzioni della grande facciata rinascimentale, gli intarsi medievali, logge, avancorpi, contrafforti, arconi........... una citazione continua, presente, prepotente, che con tratto di grande autorevolezza e signorilità immiseriva tutti i nostri disegni e le nostre proposte di architettura.

Il passaggio dello sguardo, dal nostro disegno al Palazzo di Federico, era, inevitabilmente, un colpo duro. Qualche volta si aveva l'impressione che fosse l'architettura di Laurana a guardarci attraverso le finestre e a controllare quello che stavamo facendo, e si sentiva, chiarissimo, il fruscio di un sorriso di compatimento.

Dopo un mese di 'Energy conscious building design' corso di specializzazione che aveva raccolto alla Sogesta, come docenti, alcuni dei più attivi e disparati soggetti della cultura energetica alternativa e della cultura del progetto di architettura, l'atmosfera nei gruppi di lavoro e nei seminari non era quella dello 'scontro fisico', ma lo scontro verbale era continuo. Vittorio Silvestrini, Ordinario di Fisica Tecnica a Napoli, ma di origini lombarde e 'fisiche-fisiche', aveva assoldato, per conto dell'ENI, una armata non molto dissimile da quelle che il Duca di Montefeltro metteva, con mutevoli intenzioni e strategie, a disposizione di Papi, Dogi, Visconti per fare guerre mercenarie delle quali risultava, alla fine, l'unico e indiscusso vincitore. Gli scopi di Vittorio non erano così biechi e noi tutti con lui ci battevamo, al soldo generoso dell'ENI, per migliorare il mondo portandovi il verbo della 'energy consciousness'.

Ma se gli scopi erano comuni, sui metodi e sul percorso le idee erano, sanamente e vivacemente diverse.

Vittorio, con la neutralità della fisica-fisica lombarda, aveva chiamato i nomi che gli sembravano di massima garanzia scientifica e culturale, ignorando, o forse ben sapendo, che nel grande bosco accademico della fisica-tecnica, della tecnologia e della architettura, gli animali possono essere molto diversi e quasi sempre legati da mutua, cordiale e brillante rivalità.

Oltre ad appartenere a diverse tribù accademiche eravamo anche di matrice geografica diversa: i fisici tecnici di Palermo, Roma e Venezia, i compositivi di Milano e Roma, i tecnologi di Torino e Milano. Per non fare nomi rappresentavano la fisica tecnica Vittorio Silvestrini, Federico Butera, Gianni Silvestrini, Aldo Fanchiotti, Sergio Rossi, la composizione Pier Luigi Nicolin, Franco Purini, Teresa Cannarozzo, Umberto Riva, mentre Gianni Scudo ed io difendevamo il territorio tecnologico. C'erano quindi tutte le premesse, puntualmente realizzate, per dibattiti e confronti avvincenti e per una potenziale comune crescita.

L'ipotesi di lavoro era illuministica e ragionevole: un edificio 'energeticamente corretto' deve essere anche una bella architettura, e, lavorando insieme, le diverse competenze disciplinari possono risolvere il problema, anzi i problemi.

Avevamo preparato i temi da mesi, non senza vivaci discussioni fra i diversi membri della 'faculty' e il 'corso' consisteva nello svolgimento dei temi progettuali e in una serie di lezioni 'teoriche', tenute in inglese . Alla fine dell'esercizio progettuale ci sarebbe stato un 'giuri' per la valutazione dei lavori. Membri del 'giuri' sarebbero stati personaggi di un certo spessore: Mario Botta, Vittorio Gregotti.........

Oltre ai docenti in 'staff' ci sarebbero stati, per temi specifici, lecturers invitati dai nomi prestigiosi fra i quali il famoso Givoni.

Dopo i primi giorni svolti secondo un copione quasi 'svizzero' i 'valori' diversi delle varie competenze disciplinari vennero messi a nudo dalla fase 'progettuale' che, come sempre, verifica sanguignamente oltre ogni possibile mistificazione dialettica e mediazione culturale. Prima qualche schermaglia e poi una vera e propria, civile, 'rissa' accademica fra fisici tecnici (ribattezzati goliardicamente becero-tecnici) e architetti (altrettanto goliardicamente ribattezzati becerotetti). I tecnologi cercarono all'inizio di mediare per poi dividersi equamente fra i due partiti: Gianni Scudo, con qualche rincrescimento, per la fisica tecnica e io, non senza sofferenze, per la composizione.

La raffinata, perfida provocatrice dello scontro fu Teresa, che con vigore passionale, parlata accuratamente siculo-erudita, e spregiudicatezza levantina, rifiutava qualunque condizione 'tecnica' per la sublime categoria della architettura, anzi della quale si riteneva unica, abilitata, rappresentante.

A R C H I T E T T U R A

Non senza qualche nervosismo degli altri.

La relativa scarsa abitudine alla dialettica degli 'scienziati' li metteva in obbiettive difficoltà nel rispondere alle argomentazioni qualitative di Teresa, e alle sue citazioni provocatorie e sempre 'intriguing'.

Fu così che Teresa si trovò rapidamente uno spazio assai più ampio di quello che lei stessa avrebbe mai sperato, nel quale devo dire che sguazzò senza ritegno. Il Corso si avviava, con sofferenze di alcuni, a dimostrare un fatto oggi banale e acquisito, ma allora apprezzabile: la verità energetica, nella quale i nostri colleghi impiantisti riponevano tanta fiducia, non c'era. Le dinamiche energetiche, subito a valle dei principi di grande generalità, sono ambigue, contraddittorie, plurivalenti: con adeguata attenzione quasi tutte le proposte architettoniche si possono risolvere decentemente dal punto di vista tecn-energetico.

La quantità di informazione effettiva dei complicatissimi e sofisticati modelli matematici, girati da costosissimi software, si scontra con la schematicità del fatto costruttivo che non riesce a rappresentarla se non in termini di grande semplicità.

Teresa aveva una personalità dilagante: una specie di Anna Magnani della critica architettonica e, dopo i primi giorni, il suo discorso fece scattare, anche per me, un interesse per l'ambiguità e la contraddizione. Con lo sconcerto dei miei allievi che frequentavano il corso per i quali avevo sempre rappresentato un riferimento 'tecnico', passai dalla parte dei valori 'qualitativi'.

Gli allievi e in particolare le allieve, sospettavano che io fossi stato 'ammaliato' più da Teresa, che dai suoi argomenti.

La gelosia spesso acceca anche i più saggi.........

La Sogesta era una sede 'high tech' dell'ENI: grandi vetrate, moquette, banchi in fòrmica bianca, supertecnigrafi, schermi, traduzione simultanea............cafeteria, soggiorni per i docenti, 'studios' etc.

L'ENI adoperava, e credo che ancora adoperi, questa struttura per seminari di alto livello riservati ai suoi 'managers' e ai quadri tecnici degli Stati nei quali lavora. Il nostro gruppo rapidamente prese possesso con stile da 'ecole des beaux arts' dell'ambiente: jeans, barbe rasate si e no, maglioni, le aule vennero risistemate con i tecnigrafi a 'cluster' per i gruppi di lavoro e l'aspetto del nostro spazio di lavoro diventava di giorno in giorno sempre meno 'supermanageriale' e sempre più pittoresco. La Direzione Sogesta/ENI tollerava a fatica e Vittorio Silvestrini si adoperava per spiegare la nostra 'differenza', utilizzando gli strumenti di napoletanità acquisiti e associandoli, astutamente, con la determinazione lombarda.

Teresa e io ci eravamo avventurati, per la difesa dei valori qualitativi, in estremismi sempre più acrobatici e avevamo deciso di produrre una 'newsletter' per facilitare la comunicazione fra i diversi gruppi della 'charette' progettuale. La notte dopo cena restavamo in piedi fino a ore improbabili per mettere insieme un bollettino xerocopiato con provocazioni di ogni sorta. La mattina piombavamo nelle aule gettando sconforto qualitativo, dubbi estetici e tecnologici sui tavoli dei bravi allievi, costringendo i 'fisici-tecnici' a un martellante confronto combinato per distruggere le basi delle loro certezze. Vittorio cercava di mediare. Laurana, dalle torri del Palazzo Ducale di Federico, guardava sornione e sembrava amabilmente prendere in giro tutti. Lo scontro si componeva regolarmente attorno ai tavoli di trattorie contadine dove l'Umbria ci riconquistava con solide argomentazioni: funghi, tartufi, vino, polenta, spezzatino etc.

Il 'giuri' si svolse in modo ortodosso con docenti e studenti impegnati a disegnare e a calcolare allo spasimo per le solite 24 ore su 24 degli ultimi tre giorni ognuno per dimostrare i suoi assunti e le sue fedi.

Botta e Gregotti non riuscirono a capire bene cosa era successo e 'galleggiarono' sui frantumi del dibattito che riuscirono a percepire. Forse domandandosi per quale ragione tanto accanimento. Teresa si 'tappò' al massimo per conquistare Gregotti: c'era gia' odore di cattedra...

Dal seminario Sogesta di Urbino non sono usciti indenni né i fisici tecnici, che hanno visto profondamente minata la loro base di certezza ingegneristica, né i compositivi, che hanno dovuto riconoscere, con qualche bruciatura, la loro ignoranza (nell'intimo si intende), né i tecnologi, che si sono (ci siamo) visti verificati sui due versanti: inadeguati sul piano della cultura critica architettonica e inadeguati su quello della competenza impiantistica. Potenzialmente però avevamo in mano il mondo: pagavamo con l'inadeguatezza una libertà che gli altri non avevano. Il corso di 'Energy conscious building design' venne ripetuto anche l'anno successivo e questo non so bene se dimostri la sua validità o l'eccezionale capacità di Vittorio Silvestrini di convincere gli alti livelli dell'ENI sulla sua ineludibile necessità culturale. Il gruppo di docenti è rimasto unito da una esperienza ad immersione totale (6 settimane di isolamento Urbinate a tempo continuato, confronto fisico-psichico estremo) e il dibattito svolto è stato unico, nel panorama italiano dei discorsi sulla progettazione architettonica e sulle sue interferenze con le discipline scientifiche. E viceversa. Per di più in un momento di generale torpore delle Facoltà di Architettura. Ci eravamo ripromessi di pubblicare discorsi e disegni, ma alla fine dell'esperienza mancò il 'motore' fondamentale: è rimasto un librone di schizzi, appunti, stralci di discussioni che, forse, qualcuno, un giorno, potrà anche riscoprire. Pochi mesi dopo, non so bene a seguito di quale collegamento informale , la rivista Casabella mi chiese di scrivere un pezzo sulla 'progettazione energeticamente consapevole' e io scrissi 'L'energia nel territorio del progetto' che Casabella molto cortesemente pubblicò e che riporto di seguito. Leggendo oggi questo breve 'essay' si sentono chiaramente gli echi delle battaglie fra fisici-tecnici e compositivi di Urbino.

Teresa disse, con sufficienza, che l'articolo, in qualche modo, riscattava gli anni della mia cecità tecnologica.

Ovviamente si attribuiva il merito della illuminazione.

In effetti le sono debitore di una percezione per l'incertezza e per l'ambiguità che, prima di quella esperienza intuivo, ma non ero in grado di esprimere.

Diversi anni dopo, nel mio discorso di apertura dell'Anno Accademico, dicevo agli allievi della Facoltà di Torino: ....'....questa scuola non ha certezze da insegnare, ma, se la ascoltate con attenzione vi può insegnare qualcosa che serve per muoversi con serenità nell'incertezza....'. (cfr)

Lo sguardo sperduto e disperatamente interrogativo delle matricole, avide di sicurezze assolute, mi perseguita, ancora oggi, nel sonno.