ABOUT ME
CONTACT ME
ARTICLES

Bibliography
Bibliografia


TITOLO: Tempi interessanti

WRITTEN BY: Lorenzo Matteoli

DATE: Settembre 2009

 

 

Interesting Times

Lorenzo Matteoli
per la Fondazione Peano
Cuneo

19 settembre 2009

 

Abstract

Tempi interessanti aspettano le prossime generazioni, secondo il finto augurio cinese che invece è un’effettiva maledizione. Per avere un’idea di alcuni dei problemi che renderanno "interessante" la vita delle prossime generazioni vengono richiamate alcune "regioni" problematiche: il cambiamento del clima, la crisi delle megalopoli, l’improbabile fine dell'abbondanza del petrolio, la grande crisi finanziaria del 2008 e il suo svolgimento ipotetico. La conclusione propone un dubbio sul modulo etico corrente di valutazione delle relazioni fra gli uomini e l'idea che senza uscire dall'equivoco non ci saranno positivi svolgimenti all’attuale fase critica.

 

Una maledizione cinese, ma non tanto

“Possa tu vivere in tempi interessanti”.
Per molto tempo ho creduto che questa fosse una “maledizione” cinese: il senso della battuta è che i tempi “interessanti” sono in genere difficili, critici, pericolosi e quindi viverli non è facile.
Come una guerra, una rivoluzione, una pesante crisi finanziaria, una dittatura o un periodo di caos anarchico.
Recentemente, grazie alla pericolosissima Wikipedia, ho scoperto che l’origine della battuta è incerta e non sembra esserci, nella tradizione registrata dei proverbi cinesi, detti o aforismi, nulla di questo genere.
Questa breve citazione perché io credo, e non solo io, che stiamo effettivamente vivendo “tempi interessanti” e che quelli che ci stanno davanti, a noi e alle prossime generazioni, siano ancora più “interessanti”.

Quali saranno le caratteristiche di questo “interesse” è una speculazione a sua volta interessante. Non è un esercizio di previsione, né un tentativo di definire “scenari” plausibili del futuro. Si tratta di una riflessione strategica sul presente, evitando, se possibile, i limiti relativi alla congiuntura e alla emergenza. Ovvero esaminare avvenimenti recenti, le tendenze in corso, il quadro attuale, cercando di non essere distratti dal rumore del presente, dal gridare emergenziale e dai ritagli minori della quotidianità che deve invece essere assunta e percepita come valenza onnicomprensiva, olistica.
Il quotidiano è importante: life is everyday life, ma va vissuto nella storia con il senso del futuro: hic et nunc ... forever.

Il fallimento di Cassandra
Sulla vaghezza, per non essere severi, delle previsioni e delle profezie basta ricordare che la maggior parte degli avvenimenti (se non tutti) che hanno caratterizzato i radicali cambiamenti in corso non sono stati né previsti né vagamente evocati dai potenti think tanks degli “istituti” (banche, governi, organizzazioni multinazionali, grandi corporazioni industriali e finanziarie, università, istituti di ricerca finanziaria, economica o sociale). Varrebbe la pena interrogarsi su questo clamoroso “fallimento”.

Credo che, molto genericamente, la ragione dell’incapacità di “prevedere” di questi organismi stia nel fatto che tendono a prevedere, magari senza accorgersene, scenari e avvenimenti che “fanno comodo” agli sponsor, finanziatori, committenti o controllori politici, piuttosto che a stipulare possibilità che potrebbero irritare la clientela.

La vocazione di Cassandra non è molto popolare nella professione degli strateghi aziendali o istituzionali.

Per rinfrescare la memoria ricordo alcuni dei più significativi incidenti della professione:
• la mancata previsione del crollo del regime sovietico e dei drastici cambiamenti che quel crollo ha provocato sia in Russia che altrove. Istituti politici e militari che da decenni si basavano, ed erano finanziati e supportati politicamente, sull’assunto di un blocco sovietico potente e ostile sono stati relegati nella preistoria.
Crollato il comunismo tutto l’apparato dell’anticomunismo è crollato o si è trovato senza ossigeno e senza l’acqua nella quale nuotava.
Preoccupante è che molto di quell’apparato sia riuscito a sopravvivere fino ad oggi per la weberiana capacità delle burocrazie di giustificare e mantenere prima di ogni altra cosa, se stesse.
• La mancata previsione dell’attentato alle Twin Towers e, anche in questo caso, degli epocali cambiamenti che sono conseguiti nel “modo di vivere” e nella qualità della vita in tutto il mondo.
• La mancata previsione dell’insorgere e istituzionalizzarsi di strutture terroristiche (corollario o premessa del fallimento precedente) e la conseguente polverizzazione del confronto che prima era polarizzato sulla dialettica antagonista fra Est e Ovest.
• La mancata previsione della guerra in Iraq… e delle sue implicazioni nel quadro degli equilibri geopolitici del mondo.
• La mancata previsione della guerra (informale?) in Afghanistan e di nuovo delle sue implicazioni nel quadro degli equilibri geopolitici del mondo.
• La “sorpresa” della elezione di Barack Obama e del conseguente radicale cambiamento della politica estera americana.
• La crisi ideologica dei partiti della sinistra in Europa e la loro incapacità di ricollocarsi in un quadro programmatico liberal e la conseguente “solitudine dei governi di centro e centro-destra” al potere senza dialettica di opposizione.
• Il collasso economico e sociale di molti Paesi africani e la conseguente pressione di “migranti” e rifugiati politici sull’Europa.
* La mancata (o confusa) previsione dell’esaurimento dei combustibili fossili e delle conseguenze sul quadro geopolitico mondiale nei prossimi 10-20 anni.
• La mancata (o confusa) previsione del collasso e della ingovernabilità delle grandi regioni metropolitane e delle consguenze che questa crisi avrà sul modulo esistenziale del 60-75% della popolazione del pianeta.
• la mancata o confusa previsione (o presa d’atto) dei cambiamenti climatici in corso e delle conseguenze che questi cambiamenti avranno sul modulo esistenziale dell’intera popolazione del pianeta.

Non è che siano mancate completamente le previsioni, ma non erano praticabili mancando della indispensabile notazione temporale, del "quando". Tutti sappiamo che quasi tutto può succedere, la cosa interessante è sapere quando.

Il fallimento più clamoroso e recente è però quello della la mancata previsione della crisi finanziaria “globale” del settembre 2008 e delle sue conseguenze che sono ancora oscure e luogo di incertezza, paura e sfiducia.
Difficile, anche per i professionisti del forecasting e per i più potenti istituti di indagine economica e finanziaria, è capire quali conseguenze potranno avere le diverse misure di contrasto e controllo della crisi.
I massicci finanziamenti di supporto alle banche, alle industrie automobilistiche, ai grandi progetti di lavori pubblici, fatti in un contesto che non ha precedenti nella storia delle economie libere, sono stati concepiti in emergenza quasi disperata, sull’orlo dell’abisso, e i loro effetti sono oggetto di studio e osservazione costante e non priva di connotazioni ansiose.
Si naviga a vista e la cosa più preoccupante è che le condizioni che si istruiscono oggi saranno quelle che condizioneranno la vita di alcune generazioni a venire.

Per avere una idea dei “tempi interessanti” proporrei di esaminare una serie di incognite di medio-lungo termine e di discuterne le plausibili, diverse e contraddittorie implicazioni.
Sullo schema della posizione di David Henry Thoreau : “Sapere che sappiamo ciò che sappiamo, e che non sappiamo ciò che non sappiamo, questo è il vero sapere.”

Ma prima di Thoreau un anonimo pisano aveva scritto sulla Sapienza di Pisa: “Chi sa che non sa, sa; chi sa che sa, non sa.”

Molti anni dopo è arrivato l’infausto Rumsfeld con il suo “Known knowns, known unknowns, unknown unknowns”.

Alcune cose che sappiamo di non sapere

A. Il cambiamento del clima

Da milioni di anni il clima del pianeta “cambia”. Glaciazioni si sono susseguite a periodi di caldo torrido. Le cause?
Oscillazioni dell’asse terrestre, macchie solari, megaesplosioni solari, impatti di meteoriti, cicli di Milankovitch, eruzioni di vulcani immani, emissioni di enormi nuvole di gas metano dal fondo degli oceani, modifiche delle correnti oceaniche, modifiche dei jet streams…
Da pochi anni a questa parte il carico antropico del pianeta è diventato “critico” siamo oramai 6,78 miliardi e nell’arco di vent’anni saremo probabilmente 12 miliardi o più, tagliamo milioni di ettari di boschi, coltiviamo milioni di ettari di terra, bruciamo milioni di tonnellate di petrolio, riscaldiamo milioni di ettari di croste urbane, produciamo miliardi di tonnellate di CO2 e di altri gas di serra, inquiniamo terra, acqua e aria come mai prima nella storia dell’insediamento umano e la Terra si “riscalda”.
Sul fatto che si riscaldi non ci sono dubbi: i ghiacciai si ritirano in tutto il pianeta da circa cento anni a questa parte (da quando la popolazione del pianeta era ancora di 1,65 miliardi di individui). Sulle effettive cause (molto probabilmente una dinamica complessa dove molti fattori sono in gioco) il dibattito è vivacissimo. Le posizioni vanno dalla negazione assoluta alla catastrofe in corso.
Un ipotetico, fortissimo, governo planetario potrebbe intervenire su due fattori solamente: a) contenere lo sviluppo demografico, b) ridurre la produzione ed emissione di gas di serra. Nella speranza, non certezza, che questi due fattori siano da soli capaci di contenere il fenomeno.
Peraltro guardando i risultati finora raggiunti e gli accordi stipulati (Kyoto e altri) non c’è da sperare molto: la riduzione dell’emissione di gas di serra implica radicale modifica dei modelli di sviluppo dei diversi paesi e nessun governo vuole rischiare le misure impopolarissime necessarie a incidere in modo significativo sulla emissione di gas di serra.
Sulla possibilità di limitare lo sviluppo demografico ci sono ancora meno speranze e l’introduzione di eventuali norme finalizzate allo scopo richiederebbe durezza inconcepibile in regimi che non abbiano il profilo politico di una dittatura assoluta come quella di Pol Pot con le relative, feroci capacità di implementazione.
Un atteggiamento serenamente realistico impone quindi di assumere come dato effettivo che nell’arco dei prossimi trent’anni non ci saranno comportamenti della comunità insediata sul pianeta capaci di contenere in modo significativo gli unici due fenomeni di matrice antropica che in linea ipotetica possono partecipare alla dinamica del cambiamento climatico in corso.
Quindi, se veramente il carico antropico è matrice fondamentale del riscaldamento, questo ci sarà.

Se invece il cambiamento del clima dipende in modo sostanziale da altri fattori (Milankovitch, cicli solari, o altre dinamiche sconosciute) potrebbe continuare oppure arrestarsi: difficile questa ultima possibilità perché i cicli planetari o astronomici in genere si svolgono sulle migliaia, decine di migliaia o centinaia di migliaia di anni. Per non dire milioni.
Se è difficile che un Governissimo planetario riesca a contenere la ferocia riproduttiva dell’Homo (soi disant) Sapiens è decisamente impossibile che riesca a intervenire sulle oscillazioni dell’asse di rotazione terrestre o sui cicli solari, per non parlare di altre e più misteriose dinamiche astronomiche.

Quindi attrezziamoci per la quasi certezza che la dinamica di cambiamento climatico continui e cerchiamo di capire “come” avverrà, ma più che altro cerchiamo di capire cosa possiamo fare in termini di progettualità e di tecnologia insediativa per adattarci con il minimo danno al non eludibile cambiamento in corso. Ma sarà bene tenere presente che insieme al cambiamento del clima cambieranno molte altre cose. La geografia politica del pianeta sarà diversa, i rapporti fra le grandi aree economiche, i rapporti fra le nazioni, le tensioni che verranno scatenate dalle carestie permanenti, i conflitti sui bacini idrografici (India e Pakistan, Israele e Libano e Siria, Stati Uniti e Canada, Stati Uniti e Messico). Il cambiamento non avrà caratteristiche egualitarie: certe aree saranno fortemente sacrificate e altre molto privilegiate e lo squilibrio sarà motivo di contrasti e tensioni e, probabilmente, anche di guerre di sopravvivenza.

In questo campo della ricerca c’è poca attività: tutti si concentrano sul sostenere o negare la dinamica del climate change, per capirne i motori e per la sua quantificazione. Pochi investono tempo, progetti e denaro per disegnare le modalità probabili del cambiamento, la sua geografia e i conseguenti programmi di adattamento e di adeguamento dei sistemi insediati e delle relative tecnologie. Il quadro politico, economico e normativo, i costi, le modalità di finanziamento e le implicazioni sociali.
Questo avviene nonostante sia proprio solo l’adattamento, i suoi modi e i suoi strumenti (economici, progettuali e tecnologici), che potrà consentire la sopravvivenza o una vita sostenibile della popolazione insediata.
Investire oggi negli strumenti per l’adattamento è un campo strategico di grande interesse.
Mi chiedo quante università, corsi di laurea, dipartimenti e scuole si occupino del problema.
Mi chiedo anche quante banche e istituzioni finanziarie investano in questo settore visto che le strategie sulle quali sono strutturate hanno tempi consistenti con il problema e ancora, quanti governi o istituti che dai governi dipendono siano attivi in questi studi .

B. La fine del petrolio
Un dibattito oramai ventennale il cui padre fondatore M. King Hubbert nel 1956 definì la famosa campana:in base alla quale a partire da una data imprecisata tra il 2005 e il 2010 la disponibilità di greggio da estrarre sarebbe diminuita.
La letteratura sul problema è oggi immane e i due partiti, quelli dell’ipotesi malthusiana “sta per finire” e quelli del “ce n’è ancora per decine di anni”, sono ancora in piena discussione.
La drammatizzazione dell’ipotesi malthusiana ha contribuito a creare nel 2007 la cuspide del prezzo del barile a 147,00 $ e la conseguente folle speculazione sugli oil futures è stata una delle concause (se non la causa primaria) della grande crisi finanziaria iniziata nel settembre del 2008, ancora in corso e che ci accompagnerà con alterne vicende per la prossima decina di anni.

L’ultima battuta sul tema è di Michael Lynch sul “New York Times” del 25 agosto 2009 sostiene che l’ipotesi dell’inizio della fine del petrolio sia “uno spreco di energia”. Un’idea promossa da un gruppo di scienziati e laici “molto convinti”, ma basata su analisi imprecise dei dati e su una sbagliata interpretazione degli aspetti tecnici del problema. Lynch conclude: “Il petrolio rimane una risorsa abbondante e il prezzo scenderà ancora verso la soglia dei 30,00 $ al barile quando arriverà sul mercato il greggio dei giacimenti al largo delle coste africane (est e ovest) e quello dell’America Latina…”
L’incertezza sul tema è terreno fertile per ogni sorta di speculazione politica e finanziaria. Si dice che la guerra in Iraq sia stata dichiarata per il petrolio, che la tensione con l’Iran sia dovuta al petrolio, che la guerra in Afghanistan sia necessaria per garantire il passaggio di oleodotti. Di fatto, enormi fortune si sono spostate con le varie crisi, molte pilotate dai grandi gruppi finanziari e dalle banche internazionali, quando non da governi interessati.

Il crollo del prezzo del barile da 147,00 $ a 30,00 $ nel luglio del 2008 ha significato una rivalutazione del dollaro USA (e di tutte le monete) del 70%: chi può con certezza negare che sia stata voluta per compensare (lautamente) la Cina dei rischi e delle perdite connesse ai suoi investimenti in bond del Tesoro USA, a spese dei paesi produttori di petrolio, delle banche e degli speculatori che avevano creduto nell’aumento fino a 250,00 $ al barile e oltre, pronosticato da molti “oil think tanks”. O che il crollo sia stato voluto per indebolire Russia, Venezuela e Iran le cui economie sono state massacrate dall’aggressione alla loro massima fonte di reddito.
In questa incertezza vale la battuta di Hegel sulla filosofia di Schelling: una “notte in cui tutte le vacche sono nere”.
Ognuno può dire quello che vuole e si troverà sempre un “esperto” di riferimento per avallare e documentare ciò che si vuole in modo inoppugnabile.
Continueranno a esserci speculazioni, enormi fortune saranno accumulate da pochi e perse da molti nel giro di poche ore, basterà un minimo di campagna sulla stampa e il “parco buoi” dei risparmiatori mondiali correrà a comperare, o a vendere, petrolio futuro per arricchire i pochi che sanno e che manovrano, a spese di milioni di piccoli risparmiatori usati dalle banche del “sistema”.

In questa incertezza che fare?
Anni fa dicevo che prima del petrolio sarebbe finito lo spazio dove bruciarne ancora, come sta oggi dimostrando la catastrofe della CO2. Sono ancora di questa opinione, con qualche ulteriore elaborazione.
Oltre il dramma emergenziale e sul piano della prassi usare meno petrolio è comunque utile e comporta razionalizzazione e semplificazione di molti aspetti della attuale congestione esistenziale. L’efficienza media di sistema con la quale vengono bruciati oggi i combustibili fossili (meno del 15%?) lascia un enorme spazio per progetto, innovazione tecnologica, riassetto di moduli operativi e organizzativi, tutto senza prescindere dalla riqualificazione o rifondazione di valori culturali dimenticati o mai praticati.
Non è imprudente affermare che, rispetto al risultato finale in termini di riduzione dei consumi, sono molto più importanti le premesse culturali e antropologiche, i percorsi di razionalizzazione, le metodologie e i modelli di conversione innovativi dell’energia fossile e non.
Il ragionamento valido alla piccola scala dell’economia domestica è ancora più portante alle grandi scale territoriali, geografiche e agli equilibri degli scambi (ineguali) internazionali. Ma è dalla piccola scala che si comincia.
Il territorio che consuma meno petrolio è un territorio culturalmente e socialmente meno aggressivo, più vivibile ed equilibrato e questa “qualità” complessiva è un valore in sé assai più importante del risparmio di greggio conseguito.

Il dibattito sul peak oil è quindi un divertimento superato e inutile, un grande spreco di tempo e di competenze, ma non per i motivi sostenuti da Lynch e dagli altri “abbondantisti”.
Sia che il petrolio sia alla fine, sia che ce ne sia in abbondanza per anni a venire, l’imperativo è consumarne di meno e non per il risparmio energetico, ambientale o economico, ma per tutti i vantaggi che si possono conseguire percorrendo la strada della maggiore efficienza, vantaggi che rendono il risparmio energetico e ambientale un beneficio di secondaria importanza a loro confronto.
Un’ultima considerazione: per “eliminare” i combustibili fossili e in particolare il petrolio e sostituirli con fonti alternative fluenti sarà necessaria una rivoluzione culturale e tecnologica che impegnerà le prossime 5 generazioni (130-140 anni). Dovranno cambiare abitudini, consumi, modalità organizzative sociali, struttura e infrastruttura del territorio, reti e impianti. Un’altra geografia politica del pianeta, un progetto immane e investimenti multigenerazionali mai affrontati nella storia dei Cro Magnon Non mi dispiacerebbe conoscere l’opinione di Michael Lynch e degli abbondantisti su questo spettro problematico.
Anche in questo caso studiare e progettare sarebbe più utile della incessante discussione sulla data esatta del "picco" e sulla sua maggiore o minore probabilità.
Ma di fronte a questa visione c’è sempre un’obiezione di real-politik: perché di questo problema si deve fare carico “questa” generazione? Bruciamone finche ce ne è, e poi... si vedrà.

C. Il futuro delle aree metropolitane
Nel 2075 il 75% della popolazione mondiale vivrà in territori metropolitani, circa 4 miliardi di soggetti. Il modello della megametropoli asiatica o centro-americana (Il Cairo, Mumbay, Manila, Jakarta, Johannesburg, Città del Messico) sarà il modello corrente della residenzialità urbana nel mondo.

Fatte salve catastrofi difficili da concepire, questo dato è una relativa certezza. Quello che è incerto e difficile da prevedere è il “modo” con il quale le grandi conurbazioni potranno funzionare per garantire alle società insediate una qualità di vita accettabile, una garanzia di sicurezza e di servizi indispensabili, sanità, educazione, occupazione, socialità e cultura. In mancanza di un consistente progetto e di enormi investimenti strutturali e infrastrutturali la probabilità è che le grandi metropoli mondiali assomiglieranno molto agli immani quartieri di favelas o di slums oggi già presenti intorno, dentro o vicino a molte regioni metropolitane: luoghi senza legge, dove la vita è regolata dal potere informale di cosche, bande armate, gang, tribù, signori della guerra, e sette varie. Giungle urbane regolate dalla violenza, dove la sopravvivenza è condizionata da rapporti brutali di sfruttamento e semischiavitù.
Il percorso dalla città attuale alla città del futuro è sconosciuto: quali investimenti, quali progetti, quali responsabilità, quali tempi, tutto è nel buio più completo. Gli urbanisti continuano a fare piani e progetti sulla base di ipotesi “normali”, gli architetti e i grandi committenti pubblici e privati continuano a progettare e costruire edifici e insediamenti nell’ottica tradizionale e nessuno si rende conto che di “normale” nei prossimi vent’anni non ci sarà più nulla. Tutte operazioni che ricordano la famosa battuta: “Mettere a posto le sedie sul ponte del Titanic…” oppure, con maggiore coloritura, suonare le marcette mentre i passeggeri si avviano alle scialuppe di salvataggio.
La crescita senza controllo della popolazione urbana, associata alla certezza di seri cambiamenti del clima (estremizzazione dei fenomeni meteo, grandi siccità prolungate, alluvioni e precipitazioni eccezionali) è uno dei problemi di schietta responsabilità di questa generazione per la prossima che non sembra essere presente ad alcun livello di competenza politica. I termini temporali del problema vanno oltre i termini dei mandati elettorali: preoccuparsene non porterebbe voti.
Portare l’argomento all’attenzione pubblica non sembra possibile: la morte della civitas viene “rimossa” per proteggersi dalla disperazione o dalla paura. Come in genere viene rimosso il pensiero della nostra morte fisica.
Anche in questo caso varrebbe la pena studiare il problema: la trasformazione della città attuale verso la città sostenibile è un enorme mercato potenziale di materiali, componenti, tecnologia, opere, progettazione e ricerca.
I processi manutentivi alle diverse scale, il motore potentissimo della continua trasformazione della macchina urbana, sono lo strumento attraverso il quale innescare il processo di adattamento che, nell'arco di 20-30 anni, ci potrebbe portare a strutture urbane che invece di essere energivore e ambientalmente massacranti con "impronte ambientali" di dimensione geografica, regionale potranno essere produttrici di energia ed ambientalmente quantomeno neutrali.

La manutenzione del costruito a tutte le scale è un mercato potenziale per materiali, componenti e sistemi che non è ancora stato esplorato, ma che sarà enorme nei prossimi 10-20 anni.
Una nuova concezione tecnologica deve affermarsi: non più il concetto rinascimentale della tecnologia finalizzata al dominio della natura, ma una tecnologia che usa la natura e i suoi strumenti per negoziare l'insediamento antropico di minimo impatto ambientale. La natura non più vista come controparte ostile dalla quale difendersi, ma come sistema complesso dove fra tutte le dinamiche ce ne sono molte che possono essere utilizzate e sfruttate positivamente. L'involucro degli edifici e le croste urbane come sistemi che filtrano e mediano la integrazione fra sistemi artificiali e contesto naturale con il minimo input energetico. Una rivoluzione copernicana.
Anche in questo settore non mi sembra di vedere un forte impegno degli istituti deputati alla formazione professionale che dovrebbero avere come obbiettivo i profili di competenza dei professionisti che opereranno sul territorio fra 15-20 anni

D. La crisi globale della finanza
Nel settembre 2008 (due mesi dopo il crollo del prezzo del barile di petrolio) il sistema degli scambi finanziari USA e, al traino, quelli di tutte le economie legate al mercato finanziario americano è entrato in una crisi radicale.

Oggi dopo un anno, la dinamica che ha innescato la crisi, non è molto chiara.
Il prof. Luigi Spaventa, uno dei più autorevoli economisti italiani, ha recentemente proposto un’interessante riflessione:

Questa crisi pone seri problemi per la professione di economista. Bisogna chiedersi in quale misura gli economisti si fossero resi conto che la finanza era su un percorso insostenibile, perché non hanno incluso le variabili finanziarie nei modelli macroeconomici, perché la grande maggioranza ha ignorato i segnali d'allarme lanciati da alcuni solitari accademici. E ancora: gli economisti quanto hanno influenzato le azioni e le omissioni dei politici e dei regolatori del mercato?

Dopo la crisi, criticare gli economisti è diventato uno sport di moda. Se alcune accuse possono essere dismesse, perché irrilevanti o intellettualmente volgari (ad esempio che gli economisti non hanno saputo prevedere le tempistiche della crisi o che i loro modelli e le loro teorie sono troppo astratti), ci si deve chiedere se vi siano responsabilità più serie. Anche se alcuni studiosi hanno avviato meditati esami di coscienza, l'umore prevalente sembra essere che continuare come se nulla fosse accaduto sia la migliore risposta alle critiche. Eppure è innegabile che questa crisi solleva seri problemi per la professione. Nel CEPR Policy Insight No. 38 ne ho esaminati alcuni che qui riassumo brevemente.

Dalla lettura di queste parole mi sembra di capire che ci siano state responsabilità della professione nella comprensione della dinamica catastrofica emergente, dei silenzi inspiegabili, delle omissioni, per non dire complicità equivoche. La cosa ancora più preoccupante della riflessione di Spaventa è che “l'umore prevalente sembra essere [quello] che continuare come se nulla fosse accaduto sia la migliore risposta alle critiche”.
Ovvero non solo non si è capito, non solo non si sono colti e trasmessi gli avvertimenti, ci sono stati silenzi e connivenze, ma adesso si fa finta di nulla e si lascia che le dinamiche che hanno provocato il disastro riprendano come prima.

Non so spiegare la dinamica che ha innescato la crisi, ma da quel che si legge sembra che una immane quantità di denaro sia stata sequestrata dalle banche e dagli istituti finanziari e che sia stata “persa” in investimenti a rischio. Poi, per evitare il fallimento delle banche, i governi di mezzo mondo (USA in testa e Paesi europei a seguire) hanno rovesciato migliaia di miliardi di euro e di dollari proprio sulle banche maggiori responsabili del tracollo. Ovvero è stato fatto un grande furto ai piccoli risparmiatori di tutto il mondo e ora questo grande furto viene coperto con denaro che a sua volta sarà pagato dai contribuenti di mezzo mondo. Ovvero dagli stessi risparmiatori che sono stati in un primo momento truffati.
Difficile capire dove sia andato a finire il mare di denaro investito dalle banche e difficile capire dove andrà a finire il denaro che le banche hanno ricevuto dai governi per “non fallire”.
In questa operazione è indubbio che qualcuno, gruppo, paese, istituto finanziario o corporazione, si sia molto arricchito, in dimensioni inimmaginabili, mentre milioni di piccoli risparmiatori sono stati derubati.

La sensazione che si ha è che la crisi sia solo in apparenza finanziaria e che in realtà sia una crisi “strutturale” e concettuale: la produzione di redditi speculativi virtuali era diventata una struttura dell’economia americana che viveva sistematicamente sul debito pensando di pagarlo con il ritorno sui capitali investiti nell’economia virtuale e non con il denaro guadagnato lavorando nell’economia reale. Il debito degli americani è stato poi esportato nel resto del mondo e fatto pagare ai risparmiatori europei, asiatici, sudamericani.

A soli dodici mesi dall’inizio della catastrofe ci sentiamo dire che “i segnali e gli indici finanziari e macroeconomici indicano che la crisi è in fase di superamento.”
I casi sono due: o non era una grande crisi, oppure questi segni di apparente “uscita” dalla crisi sono aleatori.

Emblematiche le parole del ministro Tremonti al convegno di CL a Rimini: “…gli economisti non hanno capito, hanno sbagliato e non hanno nemmeno la cortesia di scusarsi…” e se lo dice il ministro delle Finanze…
Anche il ministro però, che aveva previsto la grande crisi fin dal 1995, nell’ambito e nei limiti delle sue competenze , non fece poi nulla nel senso della “prevenzione”, né con una politica fiscale, né con quella di spesa, né con quella monetaria e meno ancora fece sul piano dell’informazione (riservata e pubblica) a enti responsabili (banche, agenzie del Governo, altri ministeri responsabili di cospicui movimenti finanziari (Lavori Pubblici, Welfare). Prevedere, se alla previsione non segue azione consistente, serve solo a dire: “Io l’avevo detto”.

Come per le altre cose che non sappiamo, anche in questo caso non sappiamo bene quale mostro dobbiamo affrontare pur avendolo in cortile. Ma qualcosa dobbiamo fare e questo qualcosa ci accompagnerà per almeno due generazioni di contribuenti e lavoratori. La sintesi è lavorare meglio, spendere meglio, investire di più in conoscenza e formazione. Investire in progettualità. Far pagare le tasse a tutti perché tutti possano pagarne di meno. Conquistare l'enorme spazio di risorse economiche e finanziarie che una ferma aggressione allo spreco consentirebbe.

Una radicale riforma della normativa che regola i mercati finanziari è premessa per qualunque successiva strategia.
Spostare grandi somme di denaro è necessario per finanziare opere e per far funzionare l’economia reale e gli scambi di merci e servizi. Diversa è la situazione quando lo spostamento di enormi cifre (in genere virtuali) viene fatto per guadagnare sui margini minimi derivanti dalle differenze nei cambi da un mercato all’altro, o quando lo spostamento finanziario è cento, duecento, trecento, mille volte quello corrispondente a scambio di merci e servizi effettivi, oppure quando lo spostamento di enormi cifre di denaro è relativo a “ipotesi di presunti futuri valori” che vengono scambiate per altre “ipotesi di presunti futuri valori”.
I margini che si possono ottenere con questo tipo di operazione sono enormi perché le cifre spostate sono virtuali ed enormi. Ma quando il margine presunto diventa una effettiva perdita e il denaro virtuale deve essere corrisposto con denaro reale le perdite sono anche immani.

Questo genere di finanza aveva abituato i mercati a rendite ricchissime: il 12%, 18%, 20% erano percentuali correntemente proposte dai broker e dalle agenzie. Queste percentuali di reddito hanno distratto capitali dall’economia reale provocando una riduzione della produttività, dell’innovazione e della competitività delle nostre industrie sui mercati.
La distanza fra questa gestione finanziaria e l’economia reale è diventata patologica. Intere società vivevano e spendevano il denaro fornito dalla speculazione finanziaria aumentando a dismisura la distanza dell’economia vera dall’economia informatica e, alla fine dei conti, aumentando il debito che prima o poi avrebbe dovuto essere pagato.
Rotto l’incantesimo, si è dovuto far fronte con denaro vero all’enorme debito contratto in 10, 20 anni di gioco finanziario. E il denaro vero non c’era e quello “virtuale” di presunti futuri valori non era più credibile né scontabile.

La dinamica di questo fenomeno era stata studiata da Hyman Minsky che per anni aveva studiato la struttura delle grandi crisi finanziarie. Ecco una sintesi della sua spiegazione che resta nei manuali attuali della professione:

"Il Dr. Minsky ha proposto teorie che legano la fragilità dei mercati finanziari, nel normale ciclo di un'economia, con le bolle speculative di investimento endogene dei mercati finanziari stessi. Minsky sosteneva che in tempi di prosperità, quando la liquidità del sistema di imprese cresce oltre al livello necessario per pagare il debito, si sviluppa una euforia speculativa, e rapidamente i debiti superano quello che i debitori possono pagare con le loro entrate, e questo produce la crisi finanziaria. Il risultato di queste bolle speculative le banche riducono la disponibilità di credito, anche alle imprese che sarebbero solvibili, e così l'economia si contrae."

Sembra dunque che non ci sia nulla di molto nuovo sotto il sole: ma la dimensione e la qualità di questa crisi sono diverse da ogni crisi precedente. Non basta per spiegare queste differenze la globalità dei mercati disponibili nei quali è stata esportata e nemmeno la velocità delle reti informatiche che consentono transazioni multimiliardarie fra istituzioni finanziarie nel giro di nanosecondi permettendo così di sfruttare, con cifre enormi virtuali, anche minimi vantaggi marginali delle variazioni dei cambi sulle diverse piazze mondiali, cosa che, con il sistema di comunicazioni precedente alle reti informatiche e ai computer, non era possibile. Restano fattori importanti, ma non sono sufficienti.

Guardiamo al probabile dopo: l’enorme quantità di denaro (una “prima” assoluta nella storia della finanza) rovesciata nelle banche negli Stati Uniti, in Germania, Francia, Olanda e Inghilterra (non in Italia) per salvarle dalla bancarotta, nel giro di 12-18 mesi filtrerà sui mercati, passando attraverso gli investimenti nell’economia reale che le banche dovranno fare e provocheranno inflazione (troppa liquidità a fronte dei consumi disponibili). Questa è la previsione ovvia di tutti gli operatori, il che significa che dovremo fare attenzione non tanto alle pressioni inflazionistiche, ma alle misure (anche preventive) che verranno prese per contenerle. Si dovrà anche tenere conto della inevitabile tendenza degli operatori a cercare margini finanziari con metodi analoghi a quelli usati prima della crisi. I lupi perdono il pelo si dice…

Una ipotesi diversa

Tutte le reazioni e le misure prese per controllare la dinamica massacrante della crisi finanziaria del settembre 2008 partono dall'assunto che la crisi sia una emergenza all'interno del sistema di norme e convenzioni che regolano la gestione finanziaria dei capitali. Secondo questo paradigma qualcosa “nel” sistema avrebbe funzionato male, qualche controllo sarebbe mancato, qualche regola sarebbe stata deformata.
Si cerca quindi di evitare la catastrofe e di ristabilire lo status quo con misure e provvedimenti che fanno parte del catalogo corrente del mestiere, e quindi di nuovo nel sistema, anche se di forza e portata mai esperita prima di oggi, tutti comunque finalizzati a restaurare i sistemi e i processi preesistenti alla crisi e i loro moduli evolutivi. Rovesciando sulle banche (prime responsabili del crollo), fiumi di denaro liquido, finanziando le industrie automobilistiche (caratterizzate da posizione negoziale forte in quanto grandi garanti di occupazione), finanziando opere pubbliche secondo lo schema del New Deal roosveltiano, assistendo i privati con garanzie sui loro debiti. In qualche paese (Australia) con elargizione a pioggia di denaro ai privati cittadini per incoraggiarli a "spendere" per trainare un ripresa di consumi, domanda, occupazione.
Una terapia che potrebbe rivelarsi meramente sintomatica praticata perché non si conoscono la natura della malattia, la struttura del virus, l’origine vera della deviazione patologica. Come tutte le terapie sintomatiche solleva il paziente dall’afflizione congiunturale, ma non risolve il suo problema.

Questa assunzione, e la strategia conseguente, potrebbero però essere sbagliate: un’ipotesi diversa, e molto più impegnativa, è che la crisi non abbia origine all'interno del sistema finanziario, ma sia radicata altrove. Per esempio nei valori di riferimento fondamentali della società dell'homo economicus: si lavora, si guadagna, si pagano i debiti, si rispettano le regole di convivenza "conforme", il "bene" e il "male" sono chiaramente identificati dal modulo "etico" e sono seguiti o perseguiti, leggi e governi applicano il paradigma, premiano, compensano i "buoni", puniscono e isolano i “cattivi”. Questo quadro interpretativo e di governo della vita sociale del "dover essere", dei principi di autorità, dei dettati religiosi, e delle categorie morali "buoniste", ineffabili e oggettivamente insostenibili, potrebbe avere solo una apparente relazione con il mondo reale che invece funziona in base a rigorose, chiare e inattaccabili dinamiche naturali. Prevale chi si adatta più rapidamente, chi sa sfruttare meglio le opportunità dell'ambiente (fisico, politico, sociale, biologico, culturale, economico…), chi sa rischiare senza soccombere, chi utilizza la debolezza degli altri per la sua convenienza. Il contenitore e le pratiche della morale conforme vengono utilizzate come strumenti e come coperture, ma il gioco vero è molto diverso.
Come chiaramente esprime Bruno Caudana il modulo di interpretazione effettivo dei comportamenti sociali più corretto sarebbe quindi "…darwiniano, molto più duro e complesso di qualsiasi catechismo, dottrina sociale o di libero mercato".

Se l'ipotesi di Bruno Caudana è corretta, o anche solo meno errata di quella conforme, l’uscita dalla crisi attraverso il tentativo di recuperare la dinamica "precedente" per mezzo di misure della pratica corrente, sta istruendo solo un rinvio dell’effettiva radicale correzione.

Percorsi diversi sono evocati, con vigore teorico e concettuale, dai sostenitori della "decrescita" o crescita economica negativa, una scuola di pensiero fondata da Nicholas Georgescu-Roegen (1970), oggi ben rappresentata da Serge Latouche, Paul Aries, Michel Bernard e altri. (cfr Bibliografia).

Conclusione

Ho scelto alcune delle “regioni” problematiche che connotano il nostro tempo e che rendono i tempi futuri "interessanti", chiaramente ce ne sono molte altre che varrebbe la pena esplorare: la pressione dei migranti, la crisi di valori, lo stato delle strutture di formazione e ricerca (scuola e università), il conflitto con il potere delle religioni, i poteri della mafia e della camorra, lo stato delle infrastrutture… ogni "regione" importante è connessa in modo articolato con le altre, tutte o alcune. Sarà per un'altra occasione e per futuri impegni e per qualcuno più preparato di me negli specifici campi.
I tempi interessanti che ci aspettano richiederanno visione strategica di lungo termine, fermezza ideale, capacità di progetto, forza professionale, competenza tecnologica, flessibilità e disponibilità culturale, humanitas, fiducia utopica e intuizione poetica, chiarezza e forte volontà politica, distacco e autonomia ideologica. Il tutto in un quadro laico, libero dalle deformanti categorie, dalle false morali e dai dogmi delle religioni imperanti.
La forma più elevata di rispetto per la religione, qualunque religione, consiste nel tenerla rigorosamente separata dalla politica.
Purtroppo l'Italia dovrà affrontare la svolta dei “tempi interessanti” con uno svantaggio potenzialmente letale: ci mancano il fondamento e la tradizione di una cultura laica liberal .
Questo è un dramma esclusivamente Italiano, infatti in Italia non si è mai formata né affermata una componente laica per la condizione dovuta alla componente politica-cattolica così presente nella nostra storia , per l'esperienza fascista non ancora metabolizzata dopo quasi un secolo, per l'assorbimento della sinistra laica e azionista da parte della dialettica dominante del Partito Comunista dal 1921 (Congresso di Livorno) fino al 1989 (Caduta del Muro di Berlino) .

La sofferenza del PD, impegnato nella difficile mediazione tra il modulo integralista residua memoria del PCI e la corrente cattolica, la sfrangiatura delle varie componenti del PDL (ex DC, ex AN, Lega, ex PSI) non consentono di definire una linea di governo (o di opposizione) moderna, progettuale, incisiva, laica, libera dai condizionamenti radicali di una sinistra ancora massimalista, dalla forte influenza della politica cattolica sulla pubblica opinione e dalla destra ancora legata a schemi di esercizio verticale del potere.

Il compito più urgente oggi del pensiero critico, dell'impegno intellettuale, per me, è quello della rifondazione di una cultura laica, progressista, egualitaria, aperta, di sinistra, senza vergognarsi di questa qualifica e della sua formidabile responsabilità nella storia delle conquiste sociali, la sola capace di farci uscire da una fase che ha enormi potenzialità positive, ma anche grandissimi rischi di involuzione settaria.

Una sfida affascinante per le prossime generazioni e per questa in particolare: una sfida "interessante".

Pas des problèmes, pas d'histoire.

Lorenzo Matteoli
Cuneo, 19 Settembre, 2009


Bibliografia

Il futuro della città

AAVV editors Malcolm Moor and John Rowland (2008) Urban Design Futures, London & New York, Routledge.
AAVV, (2007) Competitive Cities in the Global Economy, OECD Publishing
Bianchini, F and Parkinson, M, (1993) Cultural Policy and Urban Regeneration: The West European Experience, Manchester: Manchester University Press.
Benyus, Janine (1997) Biomimicry, Innovation inspired by Nature, New York, William Morrow and Company.
Borja, J and Castells, M (1997) Local and Global: Management of Cities in the Information Age, London: Earthscan Publications Ltd.
Butera Federico, (2007) Dalla caverna alla casa ecologica, storia del comfort e dell’energia, Palermo Edizioni Ambiente.
Butera Federico, (1979) Quale energia per quale società, le basi scientifiche per una politica energetica alternativa, Milano Editore G. Mazzotta
Brugmann Jeb, (2009) Welcome to the urban revolution: how cities are changing the World, Viking Canada (Penguin Books), Toronto.
Calthorpe, P (1993), The Next American Metropolis: Ecology, Community and the American Dream, Princeton: Princeton Architectural Press.
Caro Robert (1974), The power broker: Robert Moses and the Fall of New York, New York, Random House.
Daly, H. (1996) Beyond Growth: the economics of sustainable growth, Boston: Beacon Press.
Daly, H., Cobb, J.B. (1989-1994) For the common good: redirecting the economy toward Community, the Environment and a Sustainable Future, Boston: Beacon Press.
Droege, Peter (2006) The renewable City, Wiley & Sons Ltd, Chichester, West Sussex, England.
Droege, Peter (editor) (2008) Urban Energy Transition. From fossil fuel to Renewable Power, Amsterdam, Elsevier.
Duany, A and Plater-Zyberk, with Kreiger, A (1991) Town and Town Making Principles, New York: Rizzoli.
Ehrlich, P.R., Ehrlich, A (1996) The Betrayal of Science and Reason: how Antienvironmental Rhetoric Threatens our Future, Washington DC: Island Press European Business Network for Social Cohesion (1996) Corporate Initiatives: 100 Case Studies, Brussels.
Gaffikin, F and Morissey, M (1999) City Visions: Imagining Place, Enfranchising People, London: Pluto Press.
Garreau Joel, (1992) Edge City, life on the new frntier. Toronto, First Anchor Books Edition.
Geddes Robert editor (1997) Cities in our future, Growth and Form, Environmental Health and Social Equity, Washington DC, Covelo Calif., Island Press .
Gaffikin, F. and Morissey, M (1999) City Visions: Imagining Place, Enfranchising People, London: Pluto Press.
Germanà, Maria Luisa (2005) Architettura responsabile, gli strumenti della tecnologia. Palermo, Dario Flaccovio srl, Editore.
Gilbert, R, Stevenson, D, Girardet, H and Stern, R (1996) Making Cities Work: The Role of Local Authorities in the Urban Environment, London: Earthscan Publications Ltd.
Hall, P (1998) Cities in Civilisation, London: Weidenfeld.
Hall, P (1995) The roots of Urban Innovation: culture, technology and the Urban Order", in Urban Futures, n. 19, pp 41-52.
Hall, Peter and Pfeiffer Ulrich, (2000) Urban Future 21, A Global Agenda for twentyfirst century cities. London & New York, Spon Press, Taylor and Francis Group.
Hopkins, Ellwood (1994) The Life Cycle of Urban innovations, Working Paper 2, UNDP/UNCHS/World Bank .
Hough, M. (1984) City Form and natural processes: towards a new urban vernacular, London and New York: Routledge.
Jacobs, J (1992) Systems of survival: a dialogue on the moral foundations of commerce and politics, London Sydney, Auckland: Hodder & Stoughton .
Kelbaugh, D (1997), Common Place: toward Neighbourhood and Regional Design, Seattle and London: University of Washington Press.
Kostof, S, (1991), The City Shaped: Urban Patterns and Meanings Through History, London: Thames & Hudson Ltd.
Landry, Charles (2000), The creative city: a toolkit for urban innovators, London: Earthscan Publications Ltd.
Lynch, Kevin (1981), Good City Form, Cambridge & London, Massachusetts Institute of Technology.
Lynch, Kevin (1960), The Image of the City, Cambridge & London, Massachusetts Institute of Technology.
Macchi-Cassia, Cesare et. al. (2008) X Milano, Milano, Hoepli Editore.
Meadows, Donella, Meadows, Dennis, Randers Jorgen (1992) Beyond the Limits: confronting global collapse, envisioning a sustainable future, White River Junction, Vermont: Chelsea Green Publishing Company.
Matteoli Lorenzo et al, (1978) Azione Ambiente, Torino, Edizioni Cortina.
Matteoli Lorenzo (1987) Riflessioni per il referendum (nucleare), edizione interna alla Facoltà di Architettura di Torino.
Matteoli Lorenzo, (2002) Cityfutures,
http://matteoli.iinet.net.au/html/Articles/cityfutures.html
Matteoli Lorenzo, (1998), The concept of Culture, http://matteoli.iinet.net.au/html/Articles/ConceptOfCulture.html
Matteoli Lorenzo, (1988), Forma urbana e cultura insediata,
http://matteoli.iinet.net.au/html/Articles/FormaUrbanaeCulturaEngItal.html
Mumford Lewis, (1961) The City in History, Its Origins, Its Transformations, Its Prospects, San Diego, New York, London, a Harvest Book, Harcourt Inc.
Mumford Lewis, (1938) (1970) The Culture of Cities, San Diego, New York, London, a Harvest Book, Harcourt Inc.
Nespor Stefano; de Cesaris Alda Lucia (2008), Codice dell'Ambiente, Milano, Giuffrè
Newman, Peter; Kenworthy, Jeffrey (1999,) Sustainability and Cities : Overcoming Automobile Dependence .
Pieterse, Edgar, (2008), CityFutures, confronting the crisis of urban development, London and New York, Zed Books
Portney, Kent E. (2003), Taking Sustainable Cities Seriously, Cambridge & London, Massachusetts Institute of Technology.
Power, Anne and Mumford (1999) The slow death of Great Cities? Urban Abandonment or Urban Renewal? Joseph Rowntree Foundation, Brussels.
Rogers, R., Gumuchdjian, P (1997) Cities for a Small Planet, London: Faber &Faber Ltd.
Romano, Marco, (2005) (1993)L’estetica della città europea, Torino, Einaudi
Romano, Marco, (2003) Costruire le città, Milano, Skira,
Rosenfeld, A et al, (1996) Policies to reduce heat islands: Magnitudes of benefits and incentives to achieve them, LBL-38679, Lawrence Berkeley national Laboratory, Berkeley, Ca 94720.
Schanzenbacher, B. and Mills, E., (1997) Climate Change from an Insurance Perspective, Update, Dec. Institute for Business and Home Safety, UN Environmental Program. Urban Pilot Project Annual Report (1996, 1997) Joseph Rowntree Foundation, Brussels.
Hawken, P., Lovins, A., Hunter, L., 1999, Natural capitalism: creating the next industrial revolution, Boston, New York, London, Little, Brown and Company.

Energia, petrolio peak oil.

Benyus Janine M., Biomimicry, innovation inspired by Nature, William Morrow & Co. Inc., New York, 1997.
Bossel, Ulf, “Does a Hydrogen Economy make sense?”
Bryce, Robert, (2008) Gusher of Lies: The Dangerous Delusions of Energy Independence http://www.efcf.com/reports/E21.pdf
Campbell, C.J., 1997, The coming oil crisis, Geneva, Multiscience Publishing Company & Petroconsultants.
Cairncross Frances, Costing the Earth, The Economist Books, London, 1991.
Daly, E. H., 1996, Beyond Growth: the economics of sustainable development, Boston, Beacon Press.
Daly, H., Cobb, J.B. (1989-1994) For the common good: redirecting the economy toward Community, the Environment and a Sustainable Future, Boston: Beacon Press.
Hubbert, M.K. (1993) Exponential Growth as a Transient Phenomenon in Human History, in Daly and Townsend Eds. Valuing the Earth: Economics, Ecology, Ethics, Cambridge Mass.: MIT Press.

Ehrlich, Paul,
Process of Evolution (1963)
The Population Bomb (1968)
Population, Resources, Environments: Issues in Human Ecology (1970)
How to Be a Survivor (1971)
Man and the Ecosphere: Readings from Scientific American (1971)
Human Ecology: Problems and Solutions (1973)
The End of Affluence (1975)
Biology and Society (1976)
Ecoscience: Population, Resources, Environment (1978)
The Race Bomb (1978)
Extinction (1981)
The Golden Door: International Migration, Mexico, and the United States (1981)
Earth (1987, co-authored with Anne Ehrlich)
Science of Ecology (1987, co-authored with Joan Roughgarden)
The Cassandra Conference: Resources and the Human Predicament (1988)
Human Natures: Genes, Cultures, and the Human Prospect (2002)
One With Nineveh: Politics, Consumption, and the Human Future (2004, co-authored with Anne Ehrlich)
The Dominant Animal: Human Evolution and the Environment (2008, co-authored with Anne Ehrlich)
The Population Explosion (1990, co-authored with Anne Ehrlich)

Jacobs Jane, Systems of Survival, Hodder & Stoughton, London, 1992.
Krugman, P., 1997, Earth in the balance sheet, in Slate, April 17, also in Accidental theorist, page 167, New York, W.W. Norton & Company.
Lomborg, Bjorn, (1998), The skeptical environmentalist, measuring the real state of the World, Cambridge University Press, Cambridge, UK.
Lomborg, Bjorn, (2007) Solutions for the World's Biggest Problems.
Lomborg, Bjorn, (2007) Cool It: The Skeptical Environmentalist's Guide to Global Warming.
Matteoli, Lorenzo, Crude and dangerous, http://matteoli.iinet.net.au/html/Articles/Crude&dangerous.html
Matteoli, Lorenzo, The hydrogen fluke;
http://matteoli.iinet.net.au/html/Articles/fuelcellflukeeng.html
Morrison, R., 2000, The spirit in the gene: humanity's proud illusion and the laws of nature, Ithaca & London, Cornell University Press.
Odum, H.T., 1996, Environmental accounting: emergy and environmental decision making, New York, John Wiley & Sons, Inc.
Peretti Gabriella, Verso l'ecotecnologia in architettura, BE-EMA Editrice, Milano, 1997.
Toepfer Law, http://www.iuscomp.org/gla/statutes/KrW-AbfG.htm, Gesetz zur Förderung der Kreislaufwirtschaft und Sicherung der umnweltverträglichen Beseitigung von Abfällen. 1994
Von Weizsacker, E, Lovins, A B and Lovins, L H (1998) Factor 4: Doubling Wealth and Halving Resource Use, London: Earthscan Publications Ltd.

Yergin, D.
Shattered Peace (1977): The Origins of the Cold War and the National Security State. New York: Houghton Mifflin,. Reprints: Penguin, 1978, 1980; Penguin, rev. & updated, 1990.
The Dependence Dilemma (Harvard Studies in International Affairs 43): Gasoline Consumption and America's Security. University Press of America, 1980. Reprint: Rowman & Littlefield, 1984.
1989 Fuels report hearing on the oil price forecast and scenario planning (CEC contract). Cambridge Energy Research Associates, 1989.
The U.S. Strategic Petroleum Reserve. Cambridge Energy Research Associates, 1990.
The Prize: The Epic Quest for Oil, Money, and Power. New York: Simon & Schuster, 1991. Reprint: Simon & Schuster, 1992.
Gasoline and the American People. Cambridge Energy Research Associates, 1991.
Energy Future: The Report of the Energy Project at the Harvard Business School. New York: Random House, 1979. Reprints: Ballantine Books; Knopf, 3rd ed., 1982, Random House, new revised 3rd ed., 1990. [With Robert B. Stobaugh.]
Global Insecurity: A Strategy for Energy and Economic Renewal. New York: Houghton Mifflin, 1982. Reprint: Viking Penguin Books, 1983, [With Martin Hillenbrand.]
Youngquist, W. (1997) Geodestinies: the inevitable control of Earth resources over Nations and Individuals, Portland Oregon: The National Book Company.
Alternative energy sources, http://www.oilcrisis.com/Youngquist/altenergy.htm
Spending our great inheritance -- then what? http://www.hubbertpeak.com/youngquist/geotimes.htm
Minerals on the move, http://www.hubbertpeak.com/youngquist/mineralsmove.htm

Il cambiamento del clima.

Gwynne Dyer, (2009), Climate Wars, Vintage Canada Edition (Random House of Canada), Toronto.
IPCC International Panel on Climate change, http://www.ipcc.ch/
NIPCC Non Governmental International Panel on Climate Change, Climate change re-considered, http://www.nipccreport.org/?gclid=CPr6r73H3ZwCFVRM5Qod_WnkKw
Climate Change http://en.wikipedia.org/wiki/Climate_change
Henson, Robert (2008), The Rough Guide to Climate Change, 2nd Edition. Schmidt, Gavin, Wolfe, Joshua, and Sachs, Jeffrey D. (2009),Climate Change: Picturing the Science.
Burroughs, William James (2007), Climate Change: A Multidisciplinary Approach.
Dessler, Andrew E. and Parson, Edward A. (2006), The Science and Politics of Global Climate Change: A Guide to the Debate.
Emanuel Kerry, Layzer Judith A., and Moomaw William R. (2007) , What We Know About Climate Change (Boston Review Books).
Dow Kirstin and Downing Thomas, (2007), The Atlas of Climate Change: Mapping the World's Greatest Challenge Atlas Of... (University of California Press).
Mathez, Edmond A., (2009), Climate Change: The Science of Global Warming and Our Energy Future.
DiMento, Joseph F. C. and Doughman, Pamela M. (2007), Climate Change: What It Means for Us, Our Children, and Our Grandchildren (American and Comparative Environmental Policy).
Spencer, Roy (2008), Climate Confusion: How Global Warming Hysteria Leads to Bad Science, Pandering Politicians and Misguided Policies that Hurt the Poor .
Garvey, James (2008), The Ethics of Climate Change: Right and Wrong in a Warming World (Think Now) .
Woodward, John, (2008), Climate Change (DK Eyewitness Books.)
Intergovernmental Panel on Climate Change (2007), Climate Change 2007: The Physical Science Basis.

La grande crisi finanziaria.

Ariès, Paul, Décroissance ou barbarie, Éditions Parangon (ou Éditions Golias)
Bellamy, Foster John and Magdoff, Fred, (2009), The Great Financial Crisis: Causes and Consequences.
Bernard, Michel (dir), Objectif décroissance, vers une société harmonieuse, Éditions Parangon, 2003.
Cobianchi, Marco, Bluff, perchè gli economisti non hanno precvisto la crisi e continuano a non capirci niente, ORME, 2009.
Cooper, George, (2008), The Origin of Financial Crises: Central Banks, Credit Bubbles, and the Efficient Market Fallacy
Durand Frédéric, La décroissance: rejet ou projets? Croissance et développement durable en question, Éditions Ellipses, Paris, 2008.
Georgescu-Roegen, Nicholas, La décroissance. Entropie-Écologie-Économie. Années 1970.
Krugman, Paul, (2008), The Return of Depression Economics and the Crisis.
Latouche, Serge, Justice sans limites. Le défi de l’éthique dans une économie mondialisée, Fayard, Paris, 2003.
Latouche Serge, Justice sans limites. Le défi de l’éthique dans une économie mondialisée, Fayard, Paris, 2003.
Latouche Serge, Le Pari de la décroissance, Fayard, 2006.
Moreau Gérard, Dictature de la croissance, Ginkgo éditeur, 2005
Latouche, Serge, Le Pari de la décroissance, Fayard, 2006.
Zandi, Mark, (2008), Financial Shock: A 360º Look at the Subprime Mortgage Implosion, and How to Avoid the Next Financial Crisis.