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TITOLO: I giochi violenti del Medioevo, la nascita dello sport, il Palio di Siena

WRITTEN BY: Lorenzo Matteoli

DATE: Gennaio 2003

work in progress: bibliography and translation into English to be added




La cultura dello "sport" e lo sport nella storia.
Lo sport è talmente pervasivo nella nostra società, così presente nella quotidianità, così rumorosamente ovvio, da sfuggire alle esigenze di definizione.
Nessuno sente la necessità di "definire" una cosa con le caratteristiche di banale evidenza che connotano lo "sport".
Come l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo, o la sabbia sulle spiagge di Scarborough.
Come sempre succede, l’esercizio di analizzare cose banali riserva sorprese. Ci accorgiamo che banali non sono e che la loro "pervasività" inganna e suggerisce semplificazioni o luoghi comuni che tradiscono la reale intricata complessità e le profonde radici genetiche e antropologiche.
Due caratteristiche fondamentali della nostra matrice comportamentale sono il desiderio di competere, confrontarsi e vincere (agwnismòV) e il desiderio di vedere riconosciuto il nostro merito (areteia). Questi due "motori" genetici si esprimono a livello del singolo individuo e delle sue diverse aggregazioni sociali e antropologiche: famiglia, tribù, città, nazione, razza, specie…
L’agonismo e il desiderio di riconoscimento sono i due motori che hanno determinato, insieme a molti altri e insieme alla "razionalità", levoluzione selettiva nella specie umana e nel contesto ambientale per 500 mila anni e sono anche i due motori che, con molta probabilità, insieme alla "razionalità" e al suo mito, ci condurranno al drastico ridimensionamento o all’estinzione.
Competere, confrontarsi e vincere, affermare e vedere affermati i meriti e l’identità sono in sintesi la ragione del nostro successo e la premessa della ineludibile futura catastrofe. Non è quindi per caso che questi stessi elementi siano la struttura del gioco che chiamiamo "sport". Che in realtà è l’emblema del grande gioco esistenziale. Il gioco di vivere.


Le definizioni di sport e di gioco.
Sport Something that is a source of pleasant diversion (Webster)
Sport (deport fr. disport, diporto) Attività intesa a sviluppare le capacita’ fisiche e insieme psichiche e il complesso degli esercizi e delle manifestazioni, soprattutto agonistiche, in cui si realizza, praticati nel rispetto di regole codificate da appositi enti, sia per lo spirito competitivo (s. dilettantistici, s. olimpici) differenziandosi così dal gioco in senso proprio, sia, fin dalle origini, per divertimento, senza quindi il carattere di necessita’, di obbligo che è proprio di ogni attività lavorativa; (Treccani)
Play recreational activity; (Webster)
Gioco qualsiasi attività liberamente scelta a cui si dedichino, singolarmente o in gruppo, bambini o adulti, senza altri fini immediati che la ricreazione e lo svago, sviluppando ed esercitando nello stesso tempo, capacita’ fisiche, manuali e intellettive; (Treccani)
La comparazione fra i due termini in italiano non è facile: si può genericamente affermare che mentre tutti gli sport possono essere giochi, non tutti i giochi possono essere sport. Di fatto sono plausibili molte interferenze e sovrapposizioni
La comparazione fra i due termini in inglese è ancora più ambigua: c’e’ quasi sovrapposizione semantica. Forse non per caso: nomina substantia rerum.
Se poi andiamo a vedere gli specifici "giochi" ci accorgiamo che non molti possono sfuggire alla connotazione di essere in sostanza "sports".
Per rendere ancora più confusa la situazione va introdotto il concetto di "lavoro giocoso" (playful work) e in genere della ampia categoria di lavori che si prestano ad essere svolti come "giochi" o come "sport" e della simmetrica categoria di "giochi" e di "sport" che sono invece svolti come "lavoro".
Come spesso succede il tentativo di definire e di identificare porta qualche chiarezza, ma apre anche il problema a ulteriore complessita’. L’insegnamento che se ne puo’ trarre è quello che esiste una continuita’ fra le categorie del gioco, dello sport e del lavoro. La definizione degli elementi di questa continuita’ consente di individuare e caratterizzare ogni situazione particolare
Come il lavoro e come tutte le attività connesse con la sopravvivenza lo sport e il gioco sono sempre esistiti. Nel 1800 si è formalizzato il concetto di "sport" inteso come esercizio sistematico e normato dell’agonismo e dell’affermazione della identita’ degli individui.
L’idealismo moralistico dell’800 è responsabile del grande equivoco semantico sul termine "sport" quando è stato forzata la condizione di "disinteresse economico" come elemento qualificante dello sport invece della connotazione genetica dell’agonismo e dell’affermazione più o meno strumentale alla acquisizione di potere e di status sociale degli individui e dei gruppi.
La saggistica relativa allo sport è abbondantissima di materiale documentario (storia degli sport, date calendari, records, regolamenti, eventi etc.), ma molto limitata sul versante critico-epistemologico (antropologia, cultura, storia della cultura dello sport).
Resta un testo di fondamentale riferimento quello scritto nel 1938 da Johan Huizinga (Homo Ludens) dal quale riprendo una definizione di gioco che può estendersi allo sport con la opportuna critica attenzione.
"Summing up the formal characteristics of play we might call it a free activity standing quite consciously outside "ordinary" life as being "not serious", but at the same time absorbing the player intensely and utterly. It is an activity connected with no material interest, and no profit can be gained by it. It proceeds with its own proper boundaries of time and space according to fixed rules and in a orderly manner."

Lo sport e la guerra.
Come lo sport e per ragionamenti simili a quelli fin qui svolti anche la guerra è sempre esistita: la necessita’ di competere e vincere che motiva l’attività sportiva è la stessa che motiva la guerra. Competere e vincere per sopravvivere o vincere per vivere meglio. Sopraffare e annichilire per avere più potere o per sopravvivere. Solo raramente vincono quelli che combattono per sopravvivere: la storia purtroppo dimostra che quasi sempre vincono quelli che combattono per il potere. Nei millenni il profilo dei sopraffattori è diventato dominante nel profilo genetico della nostra specie.
Huizinga ritiene che la guerra sia molto vicina al gioco negli elementi strutturali:
"Indeed all fighting that is bound by rules bears the formal charactieristics of play by that very limitation. We can call it the most intense , the most energetic form of play and at the same time the most palpable and primitive. Young dogs and small boys fight ‘for fun’, with rules limiting the degree of violence; nevertheless the limit of licit violence do not necessarily stop at the spilling of blood or even at killing." (Johan Huizinga, Homo Ludens pg. 89)
La differenza è l’esito "letale" per il vinto che è tipico della guerra e che non è invece necessariamente conseguente alla sconfitta nello sport. A questa importante differenza si aggiunge anche quella del costo: le guerre sono molto più costose degli scontri o incontri sportivi in termini di vite, di sofferenza, di denaro e di ambiente.
In un ambiente a risorse limitate la ineludibilità della sopraffazione dei più forti nei confronti dei più deboli è da sempre evidente. è interessante notare che, insieme a questa ineludibilità, gestita con investimenti enormi e impegno di dimensione "storica", l’uomo ha da sempre anche investito enormi risorse per "temperarne" la crudeltà. Il paradigma è quello di sopraffarsi vincere, distruggersi riducendo nei limiti del possibile la sofferenza. La contraddizione è tipica della nostra complessa ambiguità: Croce Rossa, aiuti umanitari, ospedali, charities varie si associano disperatamente ai massacri per renderli meno "efferati". Una serie di attività umanitarie accessorie che rappresentano quello che resta dell’etica "ludica" nella guerra di sopraffazione e annullamento.
Lo sport è stato sempre un "simulacro" di guerra: le sue specialità sono da sempre chiaramente "militari": spade, giavellotti, corse, salti in alto, lotta, maratone, salto con l’asta, nuoto sono tutte attività che vengono impiegate nelle battaglie, negli assedi o nella gestione logistica degli eventi militari.
Gli sport di squadra oltre alla prestanza dei singoli individui, associano elementi di strategia e di tattica spesso molto sofisticati sia tecnicamente che psicologicamente.
La guerra è l’applicazione dello sport e lo sport è la formazione per la guerra. Nei secoli la "political correctness" si è svolta per confondere le cose e per togliere dall’immagine dello sport ogni "memoria" dell’origine e della motivazione di fondo. Quando oggi dobbiamo occuparci di patologia dello sport spettacolo, hooliganismo, violenza negli stadi, thugs dovremmo ricordarci della motivazione genetica originale che invece di venire moderata dai comportamenti indotti dal paradigma culturale viene da questo esaltata.
Nei giochi violenti medievali questa preoccupazione era assente: erano esplicitamente e volutamente violenti, erano una immediata simulazione di scontro fisico e duro, erano luogo di formazione e allenamento per il mondo reale. Senza molte finzioni.
I Tornei, le Giostre, le Melees sembravano spettacolo cavalleresco, ma erano cose molto serie. Tanto serie che i morti si contavano spesso e numerosi.
Lo sport e la politica
Questo è il settore più interessante e ambiguo delle complesse relazioni fra lo sport e la cultura sociale.
Lo sport è l’esercizio e l ’affermazione di valori di prestanza fisica e intellettuale: chi vince ha una immagine molto positiva nel contesto sociale.
La nazione che vince ha una immagine teoricamente positiva nel contesto internazionale e nella storia. La vittoria che una volta rappresentava la volontà del Dio o degli Dei, oggi è la prova e "documenta" la bontà di un regime o di uno stato sociale: una nazione che vince nello sport e’, secondo il paradigma consolidato, una nazione ben governata, sana, positiva. Un "modello".
E’ tanto forte questa presunzione, o, perlomeno, è stata tanto forte, da provocare la sua stessa crisi.
Tutti i regimi totalitari infatti investono somme enormi nello sport per poter prevalere nei grandi eventi internazionali (Olimpiadi, Campionati mondiali delle varie specialità) per dimostrare la loro validità e per raccogliere quindi il ritorno positivo di immagine, sia all’esterno che all’interno, esaltando l’amor proprio e i sentimenti nazionalistici della gente. Oltre alle somme investite spesso la gestione degli atleti finalizzata al massimo sfruttamento è disumana: il plagio e l’annullamento della volontà individuale mediante pratiche di brainwashing o, peggio, di coartazione fisica, sono correnti. L’uso di droghe è stata pratica normale nella Germania dell’Est e in molti paesi del blocco ex-Sovietico. Le nuotatrici della Repubblica Democratica Popolare Cinese hanno avuto sistematici guai con i controlli anti-doping.
Anche in paesi "relativamente" normali, come l’Italia ad esempio, l’impiego di droghe per migliorare i rendimenti degli atleti è stata pratica segretamente "tollerata" dal CONI (squadra nazionale femminile di nuoto ai tempi di Primo Nebiolo): i buoni risultati portano finanziamenti istituzionali e sponsorizzazioni con beneficio sia degli atleti che dei dirigenti sportivi, oltre ad aumentare il potere dei responsabili nelle gerarchie degli enti preposti allo sport. Immagine, denaro, potere.
Analogo e più delicato il rapporto tra allenatore e atleta: spesso si verifica che sia l’allenatore a drogare il suo atleta per la necessita’ di conferma e di successo professionale.
Come ai giorni nostri il successo sportivo porta immagine e lustro ai Governi, in tempi antichi la pratica sportiva era una esibizione del potere del Principe e dei suoi "guerrieri/atleti". Le gesta dei cavalieri nel Torneo incutevano giustificato rispetto.
Al tempo del Fascismo in Italia, del Nazionalsocialismo in Germania e del comunismo nei paesi dell’Est Europeo, l’impiego dello sport come strumento dei regimi (per promuovere l’identità e l’orgoglio nazionale, la superiorità razziale, lo spirito di corpo…) era al limite del grottesco. La mancanza di auto-ironia, che in genere si associa ai regimi totalitari, impediva l’autocritica e l’affanno degli adepti soffocava il buon senso. E’ nota la collera di Hitler dopo la vittoria nella corsa veloce del centometrista nero Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Fu in quella occasione che Leni Riefenstahl iniziò ad apprezzare la fisicità della razza nera.
I sinergismi tra sport e potere politico sono diventati così forti che, in molti Paesi, negli ultimi anni lo sport e, in particolare, lo sport/spettacolo (football, soccer, rugby, basketball, hockey), non si pratica o promuove per acquisire immagine, ma è uno strumento quasi diretto di comunicazione con le masse. Murdoch, Agnelli e Berlusconi acquisiscono immagine e potere attraverso le squadre di calcio ma, più importante, attraverso le squadre di calcio comunicano alle masse dei potenziali elettori la loro immagine e altri messaggi elementari di diretta valenza politica. Sul loro esempio migliaia di piccoli e medi industriali o imprenditori si comprano la squadra di calcio locale per avere uno strumento di comunicazione con l’elettorato che non ascolta un messaggio politico, in genere comunque di scarso spessore, ma segue il potente richiamo della identificazione emblematica con la squadra.
Il paradigma è: siccome il Milan e la Juventus "vincono" Berlusconi e Agnelli "hanno ragione".
Una volta le elezioni nelle democrazie "funzionanti" si vincevano sulla base della credibile proposta politica e dei programmi, oggi si vincono sulla base dei goal segnati.
Lo sport e il business.
Il business internazionale aveva capito da tempo l’importanza dello sport come strumento e come veicolo di immagine. Solo dopo l’avvento della televisione pero’ il fenomeno ha raggiunto dimensione travolgente tanto che oggi non può più esistere uno sport "indipendente" o libero dalle condizioni della sponsorizzazione pubblicitaria. Anni fa negli stadi Italiani i "falli" si commettevano o si simulavano davanti ai cartelloni del "parmigiano reggiano" o della "perugina" in modo che i fotografi potessero inquadrare "free of charge" il giocatore dolorante con lo sfondo del cartellone. Con l’avvento della televisione quei pochi secondi di inquadratura che raggiungonon una audience di centiania di milioni di persone possono valere milioni di dollari.
Sono ancora cifre irrilevanti rispetto al denaro che viene messo in moto dai diritti televisivi sugli eventi: le Olimpiadi non si potrebbero svolgere senza il fiume di denaro che generano le esclusive TV. Denaro che viene spartito ufficialmente e ufficiosamente in modi che non sono ne’ pubblicati ne’ pubblicabili.
Le cifre d’affari relative agli ultimi eventi Olimpici: Sydney, Korea/Japan, Atlanta, sono impressionanti e non contengono una voce importantissima: le spese sostenute dalle amministrazioni locali per la costruzione degli impianti e delle infrastrutture.
Rispetto a queste cifre l’evento sportivo, la sua specificità tecnica, la gloria l’onore e la sofferenza della vittoria, perdono qualunque valore: l’indotto economico dello spettacolo conta molto di più e a fronte di questo indotto gli eventi vengono modificati e le stesse caratteristiche tecniche delle specialità vengono adeguate.
Emblematica la eliminazione del "pentathlon" dalle prossime Olimpiadi: specialità troppo noiosa, assorbe spazio televisivo con poca audience e sottrae spazio televisivo a manifestazioni con molta audience. Ovvero toglie spazio a manifestazioni ricche di sponsor per ospitare manifestazioni senza sponsor pubblicitari. Game over.
Come per la politica dalla fase di utilizzazione dello sport da parte del business si passa alla fase nella quale lo sport si adegua alle esigenze del business: specialità vengono abbandonate, antiche regole vengono cambiate per rendere gli eventi più telegenici, rapidi, emozionanti e vendibili a audiences sempre piu’ vaste.


La Coppa d’America

La Coppa d’America è un altro interessante esempio del percorso dallo sport al business. Anni fa la Coppa era una sfida riservata a pochissimi multimiliardari che spendevano del loro per partecipare a nome di uno Yacht Club alla costosissima serie di eventi. Oggi ci sono industrie che si attrezzano da zero comperando know how, designers, cantieri, tecnologie, skippers e marinai per poter partecipare alla gara e quindi guadagnare dalla ricaduta di immagine. La gara, divenuta strumento pubblicitario, si è adeguata a questo nuovo contesto con le interminabili regate di eliminazione per la selezione del challenger (Vuitton Cup) e si adeguerà ulteriormente per consentire la massimizzazione dell’audience mondiale e quindi dei ritorni di diritti ed esclusive televisive.
Un evento originariamente riservato al confronto aristocratico fra yachtsmen di elite si è trasformato in un colossal della pubblicità per cui le industrie si comprano le barche (e il "completo") a cifre di svariati miliardi di dollari per poter partecipare e acquisire la ricaduta di immagine pubblicitaria del valore di svariati miliardi di dollari moltiplicati per 5 o 6 o 7.
L’agonismo e il naturale desiderio di vedere riconosciuto il proprio merito, elementi del patrimonio genetico della specie umana Cro Magnon da centinaia di migliaia di anni sono stati superati e sono divenuti strumento di una altro importante elemento del profilo genetico il desiderio di "potere" e di comandare. Condizioni fondamentali per la proiezione verso le future generazioni dei propri geni.


I Tornei del Medioevo
L’unica attività paragonabile allo "sport" nel Medioevo erano i tornei: la pratica dello sport come divertimento o come gioco era sconosciuta anche per effetto del rigore moralistico della Chiesa.
Sempre da Huizinga:
"The Mediaeval tournament was always regarded as a sham-fight, hence as play, but in its earliest forms it is reasonably certain that that the joustings were held in deadly earnest and fought out to the death, like the playing of the young men before Abner and Joab."
Il paradigma Medievale era molto più semplice ed esplicito: sport come allenamento e simulazione dell’evento bellico. In molte occasioni lo sport sostituisce il conflitto e questioni di potere e territorio o di onore vengono risolte nel torneo. La vittoria corrisponde alla approvazione divina. Famoso lo scontro fra 13 cavalieri italiani e 13 cavalieri francesi che nel 1503 risolse una controversia di onore cavalleresco durante una delle tante campagne tra Francesi (Anjou) e Spagnoli (Aragona) per la conquista dell’Italia Meridionale.
Perché il combattimento mantenga la connotazione etica di gioco deve essere un combattimento fra eguali: cessa di essere tale quando è confronto fra diseguali.
La transizione attraverso l’ipocrisia moralistica ottocentesca del "finto" disinteresse alla successiva travolgente strumentalizzazione economica non era ancora avvenuta: non esistevano grandi mercati che innescassero i profitti capaci di muovere il complesso procedimento.
I cavalieri medievali si affrontavano con lealtà e nel rispetto del codice d’onore per sopraffarsi ed eventualmente uccidersi al solo scopo di dimostrare la loro superiorità e quella del loro Principe. Potere e status sociale erano i motori primi della motivazione. Qualche volta gli scontri erano motivati da offese all’onore cavalleresco che dovevano essere riscattate nel confronto armato.
Sono rimaste alcune cose curiose nel mondo attuale: la necessita’ di "riconoscere" il cavaliere rivale prima dello scontro per evitare di scontrarsi con controfigure o millantatori richiedeva di sollevare la visiera dell’elmo e mostrare il volto. Il gesto è rimasto nell’attuale saluto militare. Non molti lo sanno.
Molte manifestazioni "medievali" sono rimaste, con l’originaria liturgia più o meno stravolta, e vengono ancora praticate oggi: molte sono messe in scena teatrali, più o meno sofisticate e ben fatte, di antichi eventi, molte sono plateali finzioni inventate di sana pianta a scopo turistico. Senza distinguere fra le due cose per amore di patria elencherò alcuni dei più noti eventi:
La giostra del Saracino
Il Palio di Asti (Asti)
Il Calcio Storico (Firenze)
La regata Storica (Venezia, Pisa, Amalfi, Genova)
Il Gioco del Ponte (Pisa, Venezia)
La disfida di Barletta

Il Palio di Siena
Fra tutte le manifestazioni di questo tipo ce ne’ è una, e credo che sia proprio una sola, che non è una rievocazione o una ricostruzione teatrale contemporanea di eventi antichi: è l’evento stesso che continua e si svolge ininterrotto da secoli. Non nel rispetto delle antiche procedure rievocate, ma nella loro esatta operazione attuale: un evento vigorosamente attuale e vivo: il Palio di Siena.
Il Palio di Siena si corre da 7 secoli due volte all’anno (2 Luglio e 16 Agosto), le stesse contrade, le stesse regole, la stessa piazza, le stesse liturgie e procedure, la stessa appassionata e travolgente partecipazione della gente di Siena.
Le caratteristiche della corsa sono "originali": niente scommesse, niente pubblicità, niente sponsor, un set di regole e un set di modalità altrettanto rigorose e validate dalla tradizione orale per non rispettarle, tutto vale: doppio gioco, mance, accordi espliciti, sottobanco e segreti ai danni delle contrade nemiche, accordi fra contrade e fantini di contrade avversarie, accordi fra fantini, finti accordi, finti veri accordi, veri accordi finti ecc.
L’interesse nella vittoria è la gloria della contrada e la gioja di umiliare gli avversari sconfitti senza ipocrisia e in termini volgari ed espliciti, il godimento perverso nella la beffa e nell’ingiuria beffarda…
Tutto questo risulta in una manifestazione di incredibile "veracità": tutti gli accordi e i controaccordi si svolgono o si annullano nella manciata di secondi della corsa che ha la potenza catartica di una esplosione.
La manciata di secondi della corsa non deve ingannare: il Palio dura tutto l’anno e vedremo come sia diventato dopo tanti secoli elemento strutturale della cultura della Citta’ di Siena e dei Senesi.


Il Palio di Siena
... Geme il palco
al passaggio dei brocchi salutati
da un urlo solo.
E' un volo! E tu dimentica!
Dimentica la morte.


Eugenio Montale,
Palio Le Occasioni Parte IV

Un osservatore turistico del Palio assistendo alla corsa e al corteo che la precede potrebbe qualificare il tutto come una manifestazione ad uso turistico, stigmatizzare la violenza dei fantini e la pericolosità del percorso per i cavalli. Porsi qualche curiosa domanda sul comportamento apparentemente dissennato dei Senesi. Ammirare colori, scenografia della Piazza del Campo, bandiere e sbandieratori. Lamentarsi per i prezzi esorbitanti di ristoranti, caffè, alberghi ecc. durante il Palio (e non). Non molto di più.
Un osservatore più attento si porrebbe domande sulla impressionante "attualità" del Palio, il comportamento dei Senesi lo indurrebbe a qualche riflessione successiva, il rigore della liturgia e la precisione della esecuzione sarebbero ulteriori elementi di attenzione.
Chi invece vive a Siena sa che il Palio è una struttura culturale che assorbe e comprende in modo totale la vita della Città. Certamente più importante della politica.
Chi studia il palio si rende conto di essere di fronte ad un eccezionale reperto storico-sociologico: un "fossile sociale vivente e attuale".
Per i contradaioli queste domande non esistono e non se le pongono affatto: vivono il Palio in totale immersione. Il Palio per loro non è un evento da osservare o da analizzare: è la vita oggi a Siena.
Il Palio di Siena si può porre come luogo emblematico di esercizio di sport con motivazione di puro divertimento passionale non inquinata da interessi economici.
Per questo è interessante studiarne la storia e analizzarne le modalità di svolgimento e la sua articolata integrazione nella vita quotidiana dei Senesi nel sociale, nella cultura e nella storia. Origini e profilo storico del Palio di Siena
Le origini del Palio non sono di facile collocazione storica. Si ha una prima notizia di una corsa di cavalli in Siena da documenti del 1239: il Podestà del Comune commina una multa a un nobiluomo o comunque a uomo di qualificato stato sociale per non avere ritirato il premio, consistente in un maiale, riservato all’ultimo arrivato nella corsa. Il rifiuto è considerato gesto offensivo nei confronti del Comune. Da allora le notizie si susseguono: nel 1306 la Signoria ordina lo svolgimento di una "carriera" da corrersi more solito e nel 1310 ci sono documenti che attestano della regolarità annuale della corsa e sono registrate spese del Comune per il suo svolgimento in onore della Madonna dell’Assunta. Gare di cavalli fuori le mura "palio alla lunga" e dentro le mura "palio alla tonda" si svolgevano comunque anche prima del 1239. Insieme e in data molto anteriore alle prime notizie del Palio altri giochi popolari violenti caratterizzavano la cultura cittadina: le "pugna" e le "emorie". Erano questi scontri fra bande provenienti dalle diverse parti della Città che si effettuavano con spirito carnascialesco ufficiosamente tollerati e controllati dal Comune. Erano episodi di notevole violenza e spesso ne risultavano morti e feriti.
Nel corso dei secoli avviene una complessa maturazione della struttura organizzativa del Palio, prima corso da soggetti individuali e poi a poco associato a organizzazioni ludiche (schiere) paramilitari (Compagnie) che in fine si identificano e collegano alle diverse parti della Città (Contrade). E’ del 1721 il primo regolamento della manifestazione prodotto dalla Balia che, con diversi, più o meno radicali, aggiornamenti arriva fino ai giorni nostri. L’ultima redazione del regolamento è del 1949. La formalizzazione delle contrade e dei loro nomi e territori è del gennaio del 1730, sancito dalla Governatrice Violante Beatrice di Baviera.
Il dibattito fra gli storici sulle origini del Palio verte sostanzialmente sulla sua matrice di festa popolare o di celebrazione religiosa. Sulle modalità della sua associazione con i diversi enti e istituti (schiere, compagnie, contrade) dove è difficile escludere con sicurezza una qualunque delle ipotetiche possibilità. Per avere una idea della "forza" che l’istituto del Palio aveva in Siena si pensi che nel "constituto" del 1262 si stabilisce che i fantini che correvano il palio non fossero perseguibili per omicidi o ferimenti da loro causati nel corso della carriera a patto che "praedicta maleficia non committerint studiose".
La corsa nei secoli si radica nel sociale Senese con una forza propria. Il suo svolgimento diventa "telos" complessivo della città, le regole, i codici scritti e non scritti, il paradigma organizzativo e la struttura logistica diventano componenti dominanti della cultura di Siena. Il Palio non è una "rappresentazione" storica è la storia stessa.
Gli avvenimenti Italiani, Europei e Mondiali sono riferiti al Palio. Quando Gaudenzia scosso vinse il Palio sul Bruco montato da Mezz’etto…
Il Palio si corre oggi in due date dell’anno (2 Luglio e 16 Agosto) e occasionalmente si danno Palii speciali per ricorrenze particolari.Il "regolamento" per il Palio
L’Art. 89 del Regolamento per il Palio recita:
E’ proibito qualunque partito o accordo diretto a far vincere il Palio ad una, piuttosto che ad un’altra contrada.
Il modo con il quale questo dispositivo regolamentare viene istituzionalmente contravvenuto è una delle caratteristiche del Palio. La tradizione pragmatica paliesca istituisce con maggiore forza del regolamento le modalità con le quali gli accordi (partiti, salve, servizi, associazioni temporanee, monti) vengono stipulati, sanciti e pagati.
Il Capitano con i suoi Mangini instaura una frenetica attività diplomatica ufficiale e segreta con tutte le contrade meno che con quelle per tradizione "nemiche", allo scopo di assicurare la vittoria alla sua contrada. Gli accordi possono essere fatti anche con i fantini o tra i fantini. Ogni contrada affida al proprio fantino una cifra in denaro con la quale il fantino può, se riesce, stipulare accordi fino all’ultimo minuto, nell’entrone o fra i canapi con gli altri fantini.
Al costume anglosassone questa sistematica e organizzata doppiezza appare immorale, ma si possono invece fare diverse e interessanti considerazioni sulla cultura dei "partiti" e degli accordi trasversali segreti del Palio di Siena.
Ecco come pone il problema Johan Huizinga nel suo autorevole trattato sul gioco (pag 52 "Homo Ludens" Routledge & Kegan Paul Ltd):


"People compete to be the first ‘in’ strength or dexterity, in knowledge or riches, in splendour, liberality, noble descent, or in number of their progeny. They compete ‘with’ bodily strength or force of arms, with their reason or their fists, contending against one another with extravagant displays, big words, boasting, vituperation and finally with cunning and deceit. To our thinking, cheating as means of winning a game robs the action of its play-character and spoils it altogether, because for us the essence of play is that the rules be kept - that it be fair play. Archaic culture, however, gives the lie to our judgement in this respect, as also does the spirit of popular lore. In the fable of the hare and the hedgehog the beau role is reserved for the false player, who wins by fraud. Many of the heroes of mythology win by trickery or by help from without. Pelops bribes the charioteer of Oenamus to put wax pins into the axles. Jason and Theseus come through their tests successfully, thanks to Meda and Ariadne. Gunther owes his victory to Siegfried. The Kauravas in the Mahabharata win by cheating at dice. Freya double crosses Wotan into granting the victory to the Langobards. The Ases of Eddic mythology break the oath they have sworn to the Giants. In all these instances the act of fraudulently outwitting somebody else has itself become a subject for competition, a new play theme, as it were."


Cosi il Palio di Siena, il suo regolamento e la prassi istituita di contravvenirlo con ogni sorta di accordo segreto e/o esplicito è nel suo complesso "un gioco": le regole e le antiregole sono alla fine la stessa convenzione. Le manovre dei capitani e dei mangini per assicurarsi la vittoria possono anche venire interpretate come un tentativo di "ingannare la fortuna" o di aumentarne la forza.
Certi "partiti" segreti non vengono rivelati dai Capitani nemmeno alle responsabilità della Contrada: sono scritti e registrati nei loro rapporti, ma soggetti a un vincolo di segretezza pluriennale o addirittura perpetuo.
Le forme con le quali una contrada può "aiutare" o "danneggiare" un’altra contrada sono svariate: tagliare la strada ai cavalli avversari, trattenere il fantino, nerbare il cavallo o il fantino avversario, spingere il cavallo avversario contro il cancellato o fargli allargare (alzare in gergo) irrecuperabilmente la traiettoria nelle curve pericolose, nerbare il cavallo scosso di una contrada amica per mantenerlo in gara ecc. ecc.Le Contrade
L’origine della attuali 17 contrade è molto discussa. si trattava probabilmente di una organizzazione logistica militare conseguente alla prima suddivisione della Città in tre parti (Terzo di Città, Terzo di San Martino, Terzo di Camollia). Ogni Terzo era a sua volta composto da venti contrade: in pratica poche case/famiglie ogni contrada. Forse in questa dimensione minima si radica il forte senso di appartenenza attuale dei contradaioli alla loro contrada quasi come una famiglia e per molti aspetti più di una famiglia.
Con le pestilenze (1300-1350) e la conseguente drastica riduzione di popolazione (20-30%) le contrade da 60 circa si ridussero prima a 42 e poi a 22 e infine alle odierne 17. Nel Corteo del Palio sfilano figure con il volto coperto che rappresentano le contrade "morte": perché non se ne perda la memoria.
Per entrare nella "cultura" del Palio, nel suo "senso" attuale è necessario comprendere le ragioni del rapporto intimo fra contradaioli e contrada. Un legame quasi biologico fra individui e "territorio" o contesto costruito che è forse il patrimonio più importante di Siena e che è sempre stato obbiettivo di impossibile imitazione da parte di molte altre realtà territoriali. Non è solo passione, sentimento, campanile, identità, amore di patria. Fra le contrade di Siena e i loro abitanti si è stabilito con la storia un rapporto di intimità biologica (sunbioV) del quale il Palio è una delle espressioni, certamente la più consistente, ma non l’unica. Il Palio, a sua volta, restituisce al legame contradaiolo/contrada una potente carica di continuo rinnovamento emotivo. Il Palio è l’espressione della cultura contradaiola e le contrade, a loro volta, si alimentano della passione che il Palio da secoli alimenta. Come in tutti i rapporti di forte sentimento è un flusso nelle due direzioni.
Il cittadino di Siena nasce e viene battezzato "contradaiolo", il Paggio Maggiore interviene al battesimo con il "bandierone", la Contrada manda gli auguri alla famiglia del neonato. Attraverso le tappe della sua vita sociale e religiosa (cresima, comunione, matrimonio) la Contrada è sempre presente. In caso di bisogno la Contrada può essere un riferimento non fiscale e non di grammaticale carità, ma di partecipata solidale attenzione. Anche nell’ultima cerimonia della vita del cittadino di Siena - il funerale - la Contrada è presente con la bandiera e una delegazione della comparsa monturata.
Le storie e gli aneddoti che attestano questo legame sono infiniti a Siena e oggetto di compiaciuta narrazione e testimonianza. Così come il contradaiolo "appartiene" alla Contrada, questa appartiene al contradaiolo in una relazione di significativo scambio affettivo.
Il Palio è la sublimazione del rapporto, la vittoria nel Palio è la massima tensione espressiva del rapporto: solo questa riflessione spiega l’entusiasmo, le lacrime di gioia o di disperazione, le forme esasperate con le quali esplode la passione dei contradaioli nella Piazza del Campo il 2 Luglio e il 16 di Agosto ogni anno. Il Palio è lo scopo della vita, la vita è il Palio.
Queste affermazioni possono apparire esagerazioni letterarie: il lettore si ricrederà se avrà occasione di vivere anche solo qualche giornata di "Palio" e vedere di persona la realtà dell’evento e il suo significato nella cultura della città.
In un mondo "globalizzato" non esiste centro e non esiste periferia, gli individui non "appartengono" più a nessuna specifica realtà (territorio, azienda, famiglia, città, regione, nazione) e sono automaticamente "soli". Dalla solitudine alla disaffezione e all’ostilità il passo è breve: una delle tante plausibili spiegazioni del vandalismo, della microcriminalità urbana, della disperazione giovanile e della droga.
Nel microcosmo della contrada Senese il senso di appartenenza è invece totale. Il contradaiolo non ha dubbi sulla sua identificazione con la sua Contrada.
La caratteristica assolutamente e ineludibilmente locale del Palio è un’altra prerogativa unica: mentre altre forme di sport e di gioco si esportano e diventano luogo di scambio e commercio internazionale e in questa traslazione inevitabilmente si corrompono, il Palio di Siena non ammette esportazione, vive e si rinnova sul suo tema creativo esclusivamente all’interno del sistema locale dal quale viene arricchito di significati proprio in quanto a sua volta produttore di valori sociali e culturali.
Molte cose sono diverse a Siena per effetto di questo senso di appartenenza, il lavoro, lo studio, l’impresa e la politica: quel complesso che si indica generalmente come la "cultura urbana". Forse per ritrovare nella storia qualche analoga esperienza dobbiamo andare alla poliV della Grecia classica, o alla Roma dell’epoca repubblicana.


Le contrade di Siena
Terzo di Città (6 Contrade)
Aquila (Eagle)
Symbol: Two headed eagle with crown
Colours: yellow with black and blue decoration
Chiocciola (Snail)
Symbol: Snail
Colours: red and yellow with blue decoration
Onda (Wave)
Symbol: Dolphin with a crown
Coloours: white and pale blue
Pantera (Panther)
Symbol: rampant panther with a crown
Colours: red and blue with whiter decoration
Selva (Forest)
Symbol: Rhinoceros under an oak tree
Colours: green and orange with white decoration
Tartuca (Tortoise)
Symbol: Tortoise
Colours: blue and yellow

Terzo di San Martino (5 Contrade)
Civetta (Owl)
Symbol: Owl with crown
Colours: red and black with white decoration
Leocorno (Unicorn)
Symbol: rampant unicorn
Colours: white and orange with blue decoration
Nicchio (Shell)
Symbol: scallop shell with a crown
Colours: blue with red and yellow decoration
Torre (Tower)
Symbol: Crowned elephant with a tower on its back
Val di Montone (Ram)
Symbol: Rampant ram with a crown
Colours: red and yellow with white decoration

Terzo di Camollia (6 Contrade)
Bruco (Caterpillar or silkworm)
Symbol: caterpillar with a crown
Colours: green and yellow with blue decoration
Drago (Dragon)
Symbol: flying dragon with a crown
Colours: red and green with yellow decoration
Giraffa (Giraffe)
Symbol: giraffe led by a Moor
Colours red and white
Istrice (Procupine)
Symbol: Bristling procupine with a crown
Colours: red, black and blue on a white background
Lupa (she wolf)
Symbol: she wolf with a crown suckling twin boys
Colours: white and blkack with orange decoration
Oca (goose)
Symbol: goose with a crown
Colours: white and green with red decorationI cavalli

I cavalli
Detti "barberi" (da Berberi: nota razza equina del Nord Africa) devono essere cavalli molto robusti e in grado di controllare il nervosismo. Specialmente allenati per una corsa breve, capaci di rapide accelerazioni, di partenze fulminee e capaci di reggere alle sollecitazioni delle curve. Vengono proposti alla "tratta" una ventina di cavalli e i capitani delle contrade votano a maggioranza l’esclusione o l’ammissione. Il criterio è quello di escludere cavalli troppo forti e veloci e quelli troppo lenti e bolsi per mantenere le sorti della corsa il più possibile aperte. I capitani non vogliono ammettere cavalli troppo forti nel giusto timore che possano capitare a contrade avversarie e cavalli bolsi perché potrebbero venire aggiudicati dalla estrazione successiva alla loro contrada. In questo modo il Palio viene mantenuto nella massima incertezza fino alla fine.
I dieci cavalli ammessi vengono successivamente abbinati alle dieci contrade sempre per mezzo di un sorteggio. La tratta è seguita dai contradaioli che conoscono bene i cavalli e che quindi esultano se la loro contrada si aggiudica nel sorteggio un buon cavallo o si disperano nel caso si vedano aggiudicato un cavallo bolso (brenna).
Il Palio di Siena è stato ed è tuttora oggetto di critica da parte degli animalisti per la pericolosità della gara nella quale può succedere che un cavallo debba essere abbattuto per le fratture irreparabili subite nella caduta.
Dopo l’aggiudicazione alle contrade i barberi vengono presi in carico dai "barbareschi" che non li abbandoneranno mai fino al giorno della corsa anzi fino al loro ingresso nei canapi.
E’ giusto ricordare il nome di qualcuno dei cavalli più famosi:
Ruello, Folco, Gaudenzia, Archetta, Tanaquilla, Panezio, Benito, Brandano, Vipera, Zodiac, Ugo Sancez.
Alcuni aneddoti sui cavalli sono divertenti: un famoso vincitore di diversi Palii negli anni della vecchiaia era diventato un tranquillo cavallo di un verduriere…venuto in Città sentii il rintocco del "Sunto" e memore delle antiche glorie si scatenò con il carretto delle verdure attorno al campo provocando notevole trambusto. Gaudenzia scosso volle a tutti costi vincere il suo ex fantino.
A fronte delle accuse di crudeltà degli animalisti Siena vanta un servizio Veterinario speciale per la tutela dei cavalli del Palio e sottolinea come il Palio sia rischioso sia per i fantini che per i cavalli: non c’ è privilegio dell’uomo sugli animali.

I fantini
A Siena si dice: "Traditore come un fantino". I fantini del Palio non sono mai di Siena, ma vengono da altre città della Toscana e spesso addirittura da altre regioni (Sardegna). Vengono assoldati dalle contrade e i migliori sono contesi a colpi di milioni. I fantini più famosi hanno corso e vinto per molte contrade (Andrea de Gortes famoso con il nome di Aceto ha corso 58 palii e ne ha vinti 14). Durante i giorni del Palio le contrade cercano di controllare i loro fantini "a uomo" per evitare che siano comprati e convinti a collaborare con altre contrade al di fuori dai "partiti" stipulati dai capitani, o a far parte di "monti" con altri fantini a danno della contrada, ma il controllo completo non è mai possibile.
L’abilità del fantino è fondamentale nel Palio: deve sapere approfittare di ogni opportunità, deve decidere in modo fulmineo durante lo svolgersi della corsa e in funzione di ogni cambiamento che può avvenire nelle diverse fasi e fino agli ultimi metri. Mantenersi sul cavallo "al pelo" (senza sella e senza staffe) al galoppo sfrenato e con gli scarti e le impennate che caratterizzano i tre giri del Campo richiede scioltezza e sinergia "animale" con i movimenti del cavallo, nerbare selvaggiamente i cavalli e i fantini avversari mantenendo il controllo del proprio animale non è semplice.
Il vero perdente della corsa è il secondo arrivato (perché avrebbe potuto essere primo). Chi è in terza posizione può al limite rinunciare al sorpasso per timore di arrivare secondo. Vince il primo e con lui vincono le contrade sue amiche che celebrano con lo stesso entusiasmo, o quasi.
I fantini si conoscono quasi sempre solo per il soprannome: Aceto, Pesse, Cianchino Bufera, Mistero, Trecciolino, De, Marasma, Randa, Bazzino, Bazza, Ciancone, Tremoto, Bucefalo, Topolone, Biondo, Veleno, Tristezza, Mezz’etto… Ogni soprannome una leggenda
Le contrade amano e odiano i loro fantini: il fantino perdente se non convince di non aver perso per sua colpa rischia botte e spesso alla fine della corsa. i fantini poco convincenti sono stati salvati dalla furia contradaiola dai carabinieri. I fantini hanno pessima fama: un recente libro che raccoglie le biografie di 30 fra i più famosi fantini del Palio si intitola "Ritratti di 30 assassini". E’ anche vero che senza un fantino esperto e letalmente abile il Palio difficilmente si vince con la sola buona sorte.
(insert pics of jockeys)
La tradizione che vuole i fantini forestieri suggerisce interessanti interpretazioni: come se i Senesi volessero mettere in mani terze i loro destini. Una alienazione scaramantica. Oppure, più probabile, la necessaria saggezza di evitare a un contradaiolo la responsabilità pesantissima e intollerabile della sconfitta.

La Corsa
Dopo il corteo storico che dura qualche ora, l’anello attorno al Campo viene sgomberato (pulito) dai carabinieri che allontanano tutti coloro che vi si attardano o che lo hanno indebitamente invaso. I fantini si sono cambiati, hanno dismesso l’abito da parata per indossare il "pigiama" con i colori della contrada con il quale correranno e sono nell’Entrone (il cortile della Palazzo Pubblico) Il mossiere ordina "a cavallo" e dal cortile del Palazzo i cavalli si avviano al Campo. Mentre escono dal cortile da una guardia civica gli viene dato il "nerbo": il frustino fatto con la pelle del pene di un torello. La pelle viene seccata tenendola tesa con un peso, il manico del frustino è ricavato da una zampa di capretto. Il nerbo viene impiegato solo nella corsa e dopo la mossa sul proprio cavallo e sul cavallo e sui fantini avversari allo scopo di disturbarli, disorientarli e confonderli. In questo senso il Palio è allo stesso tempo "corsa" e "giostra". Nel breve spazio di tempo che intercorre tra l’uscita dall’Entrone e l’arrivo nella Piazza del Campo vengono sorteggiate, con un particolare marchingegno, le posizioni al canapo e quindi l’ordine d’ingresso dei cavalli nei canapi e il cavallo di rincorsa. E’ fondamentale che l’ordine non sia conosciuto in anticipo per evitare accordi su manovre da svolgere alla partenza. Allo scopo di superare questa difficoltà di regolamento i fantini ricevono dai loro capitani di contrada una disponibilità di denaro che possono spendere per accordi all’ultimo minuto con le contrade vicine in partenza e ingannare fino all’ultimo la Dea bendata. Osservando i fantini in attesa di entrare nei canapi si nota la frenetica attività negoziale: intese, segnali, parole vengono scambiate rapidissimamente per garantirsi il sostegno o la non ostilità dei concorrenti.
I canapi sono tesi e il mossiere chiama fra i canapi le contrade secondo l’ordine sorteggiato. Il nervosismo dei cavalli e dei fantini è al massimo e mantenere l’ordine non è facile. Il mossiere attende il momento nel quale valuta che le posizioni siano corrette e chiama la Rincorsa. La decima contrada (Rincorsa) entra al galoppo nei canapi e il mossiere rilascia il canapo. Se tutto è regolare la partenza è valida, ma possono verificarsi molti incidenti e il mossiere può chiamare la partenza falsa.
Particolare importanza riveste l’intesa o la non intesa fra il mossiere e la Rincorsa. E’ il mossiere che indica alla "Rincorsa" che può entrare nei canapi, ma questa può manovrare diversamente se ritiene che il momento non sia propizio per la posizione dei cavalli al canapo o per danneggiare la contrada nemica o favorire la contrada amica. Oppure la rincorsa può tentare di forzare la mano del mossiere entrando con anticipo nei canapi. Se il mossiere allenta il canapo di partenza quando la rincorsa è appena entrata nei canapi questa risulterà notevolmente svantaggiata, cosi come viene danneggiata se lo rilascia più tardi e la costringe a trattenere il cavallo già lanciato. Il sincronismo perfetto vedrebbe la Rincorsa al galoppo entrare nei canapi e andare alla partenza con il cavallo già lanciato e con conseguente notevole vantaggio sugli altri nove cavalli.
Il mossiere può sempre annullare la partenza che non ritiene valida per motivi che non deve necessariamente spiegare: è un arbitro al di sopra delle parti e i suoi eventuali errori fanno parte dell’alea. Ovviamente le discussioni sulla mossa occuperanno lunghissime serate nelle contrade: il mossiere non è mai di Siena, si tratta in genere di un autorevole e molto esperto membro di nobile famiglia Toscana. Il mossiere non è mai stato oggetto di mire corruttive, ciò non vuole dire che sia sempre stato esente dal sospetto e da pesanti critiche in caso di "mosse" pasticciate..
Durante la corsa il fantino deve ricordare i "partiti" che la sua contrada ha stipulato e comportarsi di conseguenza. L’importanza delle posizioni nel canapo è fondamentale: è alla partenza che si possono compromettere al massimo le possibilità di vittoria tagliando la strada e costringendo verso l’esterno i cavalli avversari oppure schiacciandoli deliberatamente contro la barriera.
Superata la fase cruciale della partenza bisogna passare le due micidiali curve di San Martino e del Casato la prima con i materassi di protezione e la seconda senza. Anche alle curve le manovre di supporto o di intralcio consistono nel costringere i cavalli avversari a traiettorie larghe (alzate), ma queste manovre vanno fatte con scarti e finte molto rapidi mantenendo il proprio cavallo in un percorso possibilmente ottimale.
Data la forte possibilità di cadute e di partenze svantaggiose ci sono elevate probabilità che un cavallo ottimo con un ottimo fantino sia eliminato: questo aumenta le possibilità di vittoria delle contrade che non hanno avuto in sorte un buon cavallo.
I cavalli che perdono il fantino (cavalli scossi) possono vincere se arrivano primi al traguardo senza perdere la spennacchiera, cioè i colori della contrada. Hanno il vantaggio di correre più leggeri, ma possono perdere motivazione. Nel 1854 il regolamento venne modificato per impedire ai fantini di cadere volontariamente dal cavallo.
I tre giri si compiono in un minuto e 20 secondi, circa (più o meno 10 secondi), ma difficilmente la corsa si risolve prima degli ultimi 30 secondi: i colpi di scena sono la norma.
Come dicono a Siena il Palio si corre fra dieci contrade e l’undicesimo cavallo è la Fortuna.