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Ruth Benedict,
" The Chrysanthemum and the Sword"

July, 19th, 2003 NYT article by
Alexander Stille about the
famous book that helped the US
dealing with Japanese
culture after WW1

My previous notes on Iraq:

February 2003

March 2003

Another Vietnam in Iraq? Not al all!
Amir Taheri

More about Amir Taheri

Setting out a disaster: a manual
of amateurish naivete i.e. US
planning for post war Iraq from
the Washington Post July 24th

 

Check this article in the NYT
Nov. 25th 2003

a clear roadmap proposed by Leslie Gelb

TITOLO: Dopoguerra in Iraq - Aftermath in Iraq

WRITTEN BY: Lorenzo Matteoli

DATE: July 18th 2003

editing of English translation by W. Charnell



Il "dopoguerra" in Iraq
Lorenzo Matteoli
18 Luglio, 2003

 

I motivi per fare la guerra all’Irak, senza distinguere fra reali, dichiarati, falsi, non dichiarati, utopici, ideologici e di pura propaganda erano:


a. eliminare il pericolo delle armi di distruzione di massa: biologiche, chimiche, nucleari in essere o potenziali
b. porre fine alla dittatura sanguinaria di Saddam Hussein
c. porre le basi per un regime democratico e laico in Iraq
d. azzerare la funzione di supporto al terrorismo dell’Iraq
e. garantire agli Stati Uniti l’accesso e/o il controllo delle riserve petrolifere dell’Iraq
f. bloccare i contratti petroliferi dell’Iraq con Francia, Russia, Germania, Cina e Giappone ed ipotetici altri (Yugoslavia, Argentina, Brasile)
g. dimostrare la capacita’ degli Stati Uniti di controllare o politicamente o militarmente il bacino petrolifero dell’Asia Centrale
h. istruire con tutti i mezzi, senza escludere gli interventi militari, una nuova strategia di politica estera degli Stati Uniti specificamente finalizzata alla difesa degli interessi e dei privilegi dell’unica superpotenza mondiale
i. impostare la base per una campagna elettorale vincente del presidente Bush Jr alle prossime elezioni presidenziali


Ognuno e’ libero di mettere in qualunque ordine gerarchico l’elenco e di qualificare come meglio ritiene la credibilita’ o la veridicita’ di ogni singolo motivo.
Per quanto mi risulta i motivi a, b, c, d sono stati esplicitamente dichiarati dagli Stati Uniti.
I motivi e, f, g, h, i emergono invece con evidenza anche da una semplice critica storico/economica.
Una discussione piu’ dettagliata puo’ essere interessante, ma gli scopi del mio attuale componimento sono diversi.
Sono passati sei mesi dall’inizio della guerra e cinque dalla fine della sua fase prettamente operativa/militare. Siamo ora in regime di "occupazione militare" dell’Iraq e dovrebbe essere da tempo iniziata la fase di "ricostruzione".
Una valutazione sul numero degli obbiettivi raggiunti e sul successo specifico acquisito nel raggiungerli non puo’ che essere deludente. Anche il piu’ ottimista degli osservatori arriva necessariamente a bilanci inequivocabilmente negativi.
Anche in questo caso una analisi piu’ elaborata puo’ essere interessante, ma, di nuovo, lo scopo di questo esercizio e’ piu’ generale. Non mancheranno future opportunita’.
Una sola battuta: anche l’obbiettivo che potrebbe sembrare piu’ sicuramente raggiunto, l’eliminazione di Saddam, e che suscito’ gli entusiasmi dei primi momenti dopo la "liberazione" di Baghdad, e’ oggi dubitabile. La guerriglia in corso dimostra che o lui o sue dirette emanazioni sono ancora in controllo e in grado di fare danni enormi.
Subito dopo la guerra, nel Marzo 2003, facevo un bilancio "a caldo", nel quale individuavo nella gestione del dopoguerra la fase cruciale per la giustificazione stessa della decisione di invadere l’Iraq. Nei numerosi "links" associati a quella nota ho seguito per parecchie settimane la tragedia quotidiana del fallimento prima di Garner e poi di Bremer nella gestione del "dopoguerra". Il grande, e innegabile merito, di avere abbattuto il regime di Saddam veniva a poco a poco macchiato e ridotto dalla gestione di assurda incompetenza e talvolta criminale del dopoguerra Irakeno. Alla presenza passiva dei marines prima e del Third Infantry poi avvengono saccheggi sistematici di ospedali, scuole, musei e la distruzione delle infrastrutture (acqua, fogne, energia elettrica). Si formano bande armate e milizie private, la citta’ di Baghdad, dove la vita di ogni cittadino e’ continuamente a rischio, e’ completamente fuori controllo. Si ripetono, quasi come in un incubo, le immagini della peggiore esperienza Americana in Somalia. Le responsabilita’ dei generali Americani sono enormi: un esercito di un paese terzomondiale si sarebbe comportato meglio. Il mondo intero si domanda come sia possibile una catastrofe di questo genere. Probabilmente era gia’ in corso la predisposizione di una guerriglia controllata dai resti del deposto regime: lo scopo era quello di esasperare l’opinone pubblica e di creare il massimo caos e disagio per attribuirne le responsabilita’ all’esercito di occupazione. Non essersene accorti e non avere predisposto gli adeguati presidi e’ una responsabilita’ che va molto oltre la semplice incompetenza. Una generale riflessione sulle carenze "culturali" delle istituzioni militari USA dovrebbe essere svolta. Ammesso che parlare di cultura di un esercito non sia un ossimoro.
Dopo avere progettato la fase bellica nei dettagli piu’ minuti la macchina militare Americana non aveva la minima informazione ne idea su come operare dopo la "vittoria".
Peggio: queste idee e queste informazioni erano state fatte ben presenti all’Amministrazione USA da piu’ parti: basti citare la piu’ autorevole quella del Presidente dei Capi dello Stato Maggiore (Chiefs-of-Staff Chairman) Generale Shinseki che sulla base dell’esperienza fatta in Serbia e Kosovo (dove una situazione di gueriglia non si e’ mai verificata) aveva previsto la dimensione di 500.000 uomini per l’occupazione dell’Iraq. La esperta previsione di Shinseki era stata dismessa dagli "eletti al governo" come irrilevante.
Ieri (17 Luglio 2003) il generale John P. Abizaid il nuovo Comandante del Third Infantry in Iraq ha riconosciuto che l’esercito Americano deve ora combattere una guerra di guerriglia relativamente organizzata e coordinata.
Nesssun esercito negli ultimi 50 anni di storia militare ha mai vinto una guerra di guerriglia, in genere e’ successo sempre il contrario: Indocina, Vietnam, Algeria, Irlanda, Messico, Cuba, Palestina, Sudafrica.
Il ciclo negativo del "guerrilla warfare" e’ lo sfascio morale dell’esercito occupante, invasore o liberatore che sia, la sua reazione diventa sempre piu’ crudele e inumana (torture, arresti ingiustificati, search and destroy etc.) con il conseguente consolidamento della struttura di guerriglia e delle sue motivazioni, fino alla conclusione ultima, emblematicamente rappresentata dall’abbandono di Saigon, con i disperati assalti agli elicotteri che partivano dal tetto dell’Ambasciata Americana.
La durata delle guerre di guerriglia e’ un altro elemento cupo: 10, 15, 20 anni…
Il motivo per cui la guerriglia vince e’, sempre e senza eccezione storicamente registrata, la sua radicazione nella gente e nel "sociale". La guerriglia "interpreta", in modo estremo e crudele, il senso comune della gente (orgoglio nazionale, appartenenza etnica, fede religiosa, etc.) e cosi’ ne conquista l’appoggio e la protezione: il guerrigliero si muove fra la gente come un pesce nell’acqua.
La guerriglia si avvale come strumento operativo fondamentale del terrore sia contro l’esercito "invasore" che contro la popolazione "invasa". Bombe, massacri, stragi, torture vengono applicati sistematicamente sui due fronti. La popolazione protegge i guerriglieri per timore di orribili rappresaglie: per rendere queste potenziali rappresaglie credibili ed efficaci queste vengono attuate, in modo preventivo e a titolo di "dimostrazione", contro soggetti emblematici, o indicati come tali.
In Iraq la dinamica classica della guerriglia si sovrappone, o integra, con il conflitto fra le etnie Sunniti, Sciiti, Kurdi, a sua volta complicato dalle diverse interpretazioni del dettato religioso islamico. Sul tutto gravano tensioni indotte da interessi nazionalistici Iraniani, Turchi e Pakistani spesso espresse con strategie di destabilizzazione terroristica e di infiltrazione sovversiva.
Sulla base di quanto e’ successo finora non sembra che i generali dell’esercito USA siano attrezzati con "intelligence" e "cultura" adeguate alla gestione di questo micidiale assetto esplosivo. La scelta che hanno fatto dei loro interlocutori Irakeni e’ a dir poco infelice se non apertamente criminale (cfr Chalabi), la loro competenza sulle condizioni storiche e sociali ell’Iraq e’ precaria, i comportamenti fino ad oggi istruiti confusi, contraddittori e talvolta di aperta provocazione, consapevole e non.
I serbatoi di competenza culturale sull’Iraq disponibili in molti "campus" degli Stati Uniti non vengono intercettati e il Segretario di Stato preferisce le fonti CIA o di altra ambigua matrice, nonostante l’evidente carenza e incompetenza da queste gia’ catastroficamente dimostrata.
In difetto di una visione culturale adeguata non ci sono molte speranze di uscita positiva dall’attuale intrico, e le "visioni culturali" si possono comperare, ma e’ molto difficile "parteciparle", farle proprie e utilizzarle nella prassi quotidiana corrente. Un’impresa forse al di fuori della capacita’ di Rumsfeld e Powell.
Il filo di speranza che la guerriglia Irakena possa essere sconfitta e’ che sia veramente una operazione gestita solo dai resti del regime Baathista/Sunnita e dai sopravvissuti luogotenenti di Saddam. Se cosi’ fosse gli unici elementi strutturali della guerriglia sarebbero il terrore, la violenza e la crudelta’ imposti alla popolazione dai torturatori del vecchio regime. Mancherebbe l’elemento ideologico di coagulazione, il fondamentale legame di solidarieta’ tra la gente e i guerriglieri che e’ l’indispensabile garanzia per la vittoria finale di ogni strategia di guerriglia (cfr Vietnam, Algeria, Cuba)
Un tentativo di ricetta?
a. liberare gli Irakeni dal terrore di Saddam con operazioni di "costruzione di fiducia";
b. rompere la potenziale, mortale connessione solidale dei "guerriglieri" con la popolazione attraverso programmi di partecipazione economica (il petrolio degli Irakeni);
c. impostare una strategia separata, specifica e diversa per le tre regioni etniche Suni, Sciiti, Kurdi;
d. individuare e organizzare l’operativita’ di interlocutori Irakeni che siano espressione di sentimenti e valori locali e non delle Agenzie di Washington (CIA, Dipartimento di Stato, amici di Rumsfeld, amici di Kissinger, amici di Bremer, amici di Chalabi etc.);
e. strutturare per Baghdad/Mossul/Bassora specifiche Authority urbane;
f. accelerare e concludere a qualunque costo i lavori di ripristino delle infrastrutture fondamentali (acqua, energia, telefoni, fogne, trasporti, scuole e ospedali) nelle aree metropolitane: Baghdad, Mossul, Bassora
I sei punti dovrebbero essere esecutivi senza specifica priorita’: tutto, subito.

 

Il discorso di Tony Blair al Congresso Americano


Ieri (17 Luglio 2003) di fronte alle sessioni riunite del Congresso Americano Tony Blair, emaciato e logorato fisicamente, ma idealmente fortissimo ha fatto forse il piu’ bell’intervento della sua carriera. Difficile non farsi prendere dalla passione travolgente di Blair e dalla sua logica tesa e raffinata dalla condizione psicologica di assedio. Meglio, molto meglio la passione "politica" di Blair dell’ipocrisia contorta della vecchia Europa di Chirac, Schroeder, Putin.


"… come possiamo essere sicuri della associazione fra terrorismo e armi di distruzione di massa? Diciamo solo che se abbiamo sbagliato, avremo comunque distrutto un potere che come minimo e’ stato responsabile di massacri e sofferenze inumane.
E questo e’ qualcosa che la storia sicuramente perdonerà.
Ma se chi ci critica ha sbagliato, e se noi siamo nel giusto, cosa che io credo e della quale sono convinto con ogni fibra del mio istinto e della mia mente, e se sapendo, fossimo rimasti inerti e avessimo esitato di fronte a questa minaccia invece di intervenire come e’ dovere categorico di chi ha responsabilità di comando, questo e’ qualcosa che la storia non perdonerà"….

…E così l’America deve guidare e al tempo stesso deve ascoltare. Ma, membri del Congresso, non giustificatevi mai per i vostri valori…"

"… e so bene che e’ difficile per l’America, e che in qualche piccolo angolo di questo grande paese, laggiù nel Nevada o nell’Idaho o in questi posti dove non sono mai stato e dove avrei sempre voluto andare… so bene che là c’e’ qualcuno che trascorre la sua vita felicemente,occupandosi delle proprie cose e chiede a voi, i leader politici di questo paese - ma perché proprio io? perché noi? e perché l’America? -
E la sola risposta e’: perché il destino ti ha messo in questo posto nella storia, in questo momento nel tempo, e questo e’ il tuo compito.

Ed è anche il nostro compito, del mio Paese che vi ha guardato crescere, con il quale avete combattuto e che adesso combatte con voi e che e’ orgoglioso della nostra alleanza e dei nostri comuni legami di affetto: il nostro compito e’ di essere là con voi.
Non sarete soli. Saremo con voi in questa battaglia per la libertà. E se le nostre idee saranno giuste e il nostro coraggio fermo il Mondo intero sarà con noi."

Tony Blair ha indicato all’Europa, senza incertezze, che chi e’ leader nel mondo non si puo’ permettere la neutralita’ e l’astensione di fronte a genocidio, massacri, torture e killing fields; ha ricordato agli Stati Uniti che non si puo’ essere leader senza ascoltare, ha denunciato il nodo mortale del conflitto tra Palestina e Israele come luogo "matrice" del veleno terrorista. Nel suo discorso la franchezza dura del messaggio si e’ accompagnata all’autorevolezza del rigore logico e alla forza della passione sincera. L’ascolto del Congresso Americano e’ stato quello delle grandi occasioni storiche.
I membri del Congresso degli Stati Uniti avranno modo di riflettere piu’ a fondo e non senza amarezza sulle parole di Blair quando cercheranno di capire le cose che Blair non ha detto, ma che ha fortemente evocato, per chi sa intendere, con l’invito ad "ascoltare": la poverta’ del terzo mondo indotta dal protezionismo Americano, il torbido passato degli Stati Uniti come fomentatori e finanziatori del terrorismo nell’America Centrale e in Sud America (Guatemala, Chile, Colombia, Venezuela…), in Indonesia e in Irlanda, la poverta’ disperata del "quarto mondo" nel cuore della societa’ Americana, la segregazione dei neri in molti Stati del Sud, la ghettizzazione degli omosessuali, lo sfruttamento della pornografia infantile da parte del grande business, la gun culture … Chi vuole essere leader mondiale e campione di liberta’ e di democrazia, chi vuole avere il titolo per esportare questi valori, chi vuole veramente essere nella posizione di "non doversi giustificare per i propri valori" deve avere il coraggio di affrontare il tradimento e la decadenza del grande sogno Americano, e di riscattarlo per le prossime generazioni.
Se gli errori finora commessi in Iraq saranno riconosciuti e imporranno la necessaria umilta’ ci potra’ essere il perdono della storia. Se no le decine di migliaia di morti Iraqeni (un intero esercito annientato) e le centinaia di morti della Coalizione resteranno senza riscatto.
L’intervento di Tony Blair, interrotto piu’ volte (18 volte) dagli applausi ammirati dei membri del Congresso in piedi, accolto alla fine da 5 minuti ininterrotti di "standing ovation", e’ il discorso della "fondazione" di un nuovo modello per le relazioni internazionali e per le strategie che le devono guidare.
Se questo dovesse diventare il nuovo modello sul quale orientare le Nazioni Unite, dovrebbero essere contati i giorni di Mugabe nello Zimbabwe, di Kim Il Yong in Corea, della Junta militare a Burma, dei signori della guerra in Rwanda, Burundi, Nigeria e Liberia.
Cosi’ come dovrebbero essere contati i giorni di Arafat in Palestina e di Sharon in Israele.
Se le Nazioni Unite non riusciranno a crescere in questo ruolo e a rappresentarlo adeguatamente, dovremo contare solo sulle coalizioni di nazioni che si assumono la responsabilita’ di supplenza. E quando dovesse succedere non avrei dubbi sulla parte di barricata dalla quale vorro’ essere, con amarezza e tormento per l’alternativa perduta.
L’odore del petrolio e il sospetto della strumentalita’ sono piu’ accettabili del lezzo dell’ignavia Europea che, comunque, copre ipocritamente gli stessi identici interessi.
LM


Nota:
mentre in Iraq viene ammazzato un soldato Americano e qualche decina di civili Irakeni al giorno e mentre gli Stati Uniti devono affrontare una situazione critica (militare, economica, politica e culturale) fra le piu’ gravi della loro storia la prima pagina dei giornali Americani del 18 luglio apre con il titolo centrale sulle avventure sessuali di un giocatore di pallacanestro della NBA. Forse la democrazia gestita dai media e dall’ignoranza e’ arrivata al capolinea ed e’ tempo di rileggersi il De Re Publica di Platone e sognare le "oligarchie di saggi". Con buona pace di Tony Blair e di molti altri, me compreso.
(lm)

 



"Aftermath" in Iraq
Lorenzo Matteoli
July 18th, 2003

 

The reasons for waging war against Iraq, with no distinctions made between real or false, stated or unstated, utopian, ideological, or mere propaganda, were:


a. to free the World from the danger of WMD: chemical, biological or nuclear, either existing or planned;
b. to bring to an end Saddam’s bloodthirsty regime
c. set out the basis for a democratic Iraqi government
d. to bring to an end Iraqi support of terrorism
e. to secure US access to Iraqi oil resources and reserves
f. to stop or inhibit Iraqi oil contracts with France, Germany, Russia, China, Japan and possible other parties (Argentina, Brazil, former Yugoslavia)
g. to prove US capability to control Central Asia, either politically or militarily
h. to implement by any possible means, military intervention included, a new US foreign policy strategy with the specific purpose of defending and upholding interests and privileges of the only World Superpower.
i. to set out the conditions for a successful presidential campaign for the incumbent W. Bush Jr.


The items may be ranked differently, and their credibility qualified, according to a preferred hierarchical order and available knowledge. However, as far as I am concerned, items "a" to "d" have been strongly stated by the US Administration and items "e" to "i", are obvious through simple economic and historical analysis.
In-depth elaboration would be interesting, but beyond the scope of my essay.
Six months have passed since the beginning of military operations in Iraq and five months since the end of the blitz. Iraq is now "occupied" and the "reconstruction" should be well on its way.
Assessment of the goals achieved and the specific success for each of them is disappointing, to say the least. Even through the eyes of the most optimistic observer, the situation is dreadful.
In this case also some further characterisation could be of interest, but again does not lie within the scope of this essay. There will be future opportunities.
One comment, however: Even the toppling of Saddam is today the subject of some doubt, albeit claimed with great enthusiasm as the unquestionable outcome, directly after the "liberation" of Baghdad. The ongoing "guerrilla warfare" proves that either he, or somebody directly connected to him, is still in control and capable of producing enormous damage.
At the end of the "blitz" in March, I stated that the management of the "aftermath" would have been crucial in order to justify the decision to invade Iraq in the first place. I followed the situation in Baghdad for weeks, updating my original notes with links and recording the failure of Garner in the first few weeks and of Bremer after him.
The unquestionable merit of toppling Saddam was gradually diminished by the absurd, and at times criminal incompetence of the postwar management.
Under the eyes of the passive Marines and of the 3rd Infantry the cities were looted; their hospitals, schools, public buildings and museums vandalised and set on fire; infrastructures (water, power plants and lines, sewage systems, telephone exchanges) destroyed and vandalised.
Armed gangs and private militias mushroomed in the city of Baghdad, completely out of control, and nobody’s life was safe. The nightmare of the worst American experience in Somalia was re-enacted, yet again.
The responsibilities of American top brass are huge: a "third world army" would have behaved better. The whole World was aghast: how could such a catastrophe have occurred?
It is quite possible that a guerrilla/boycott action had already been implemented by the survivors of the toppled regime with the aim of inciting the people and creating chaos and casualties that would be blamed on the occupying army.
The total lack of awareness and naivete goes far beyond simple incompetence. Some of Rumsfeld’s statements on the "normality" of the situation are appalling, in hindsight.
A general consideration about the "cultural" shortcomings of American military institutions could be useful here, even if the "culture" of an army sounds like an oxymoron.
Whereas the actual military operations seemed to be planned and designed down to the minutest detail, the American military machine failed miserably in its operation once "victory" had been achieved: A total blunder, made worse by the fact that the problems had been clearly spelled out to the Administration by many competent parties. To quote the most authoritative: General Shinseki Army Chiefs of Staff Chairman, on the basis of the Serbia/Kosovo experience, had warned that an occupation army capable of securing Iraq should have had a force of 500.000 men. General Shinseki’s advice was dismissed as irrelevant by those elected to govern. Yesterday (July 17, 2003) General John P. Abizaid, the new Commander in Chief of the Third Infantry Division in Iraq, acknowledged that the US Army is dealing there with organised and coordinated guerrilla warfare.
No army in the last 50 years of military history has ever been able to win or control a guerrilla warfare strategy. The contrary has generally been the case, as in Indochina, Vietnam, Algeria, Ireland, Mexico, Cuba, Palestine and South Africa.
The negative cycle of guerrilla warfare is the moral breakdown of the opposing army, be it an invader or a liberator, or simply the institutional government Army. The reaction becomes cruel and inhumane (torture, unjustified arrests and detention, generalised search and destroy, heavy police measures) which consolidates the guerrilla structure and its motivations. The emblematic final image is of the abandonment of Saigon, with desperate people assaulting the choppers leaving from the roof of the American Embassy.
The duration of guerrilla warfare is another element of gloom: 10, 15, 20 years… with the related price.
The reason why guerrilla warfare usually triumphs, with no historically recorded exception, is the fact that it is rooted in the people and in the society. ‘Guerrilla’ is an extreme and cruel interpreter of people’s common sense (national pride, ethnic belonging, religious faith …) thereby gaining protection and support from the people: the guerrilla moves among the people like a fish in water.
Guerrilla warfare utilises terror as a basic operational method, both against the opposing army and against the population.
Bombs, massacres and torture are systematically applied against both sides.
The population supports the guerrilla out of fear of retribution: to make it more credible it is often perpetrated as a preventive measure for demonstration purposes against emblematic or allegedly emblematic subjects/victims.
In Iraq the classic scheme of guerrilla warfare is complicated by ethnical feuds among Sunis, Shi'ites and Kurds, and by hatred among followers of different interpretations of Islamic doctrine.
Added to this are tensions induced by Iranian, Turkish, and Pakistani nationalism that are expressed by terrorist tactics and commando infiltrations.
Considering what has been happening until now, the US Army Generals seem to be assisted by neither "intelligence" nor "culture" capable of handling the explosive intricacy of the situation.
The choice of Iraqi partners by the Army, or brought in from the US exile community by the Department of State was generally unfortunate: incompetent people, some with criminal records, have been imposed on the Iraqis (like Mr. Chalabi) their knowledge on Iraqi history and social conditions being meagre or non-existent. Their instructions on appropriate behaviour were confused, ambiguous and often consciously, or unconsciously, insensitive to the local culture, often offensive or blatantly provocative.
The competent "think tanks" on Iraq (available in many US Universities and campuses) have not been contacted and the Secretary of State prefers CIA or
other ambiguous sources, notwithstanding their obvious and catastrophic record of ineptitude. Without an adequate cultural vision there is little chance of escaping from the present mess. "Cultural visions" can be bought, but it is not easy to actually make them one's own and consistently use them to assist in the daily decision-making processes, a challenge seemingly beyond the reach of Messrs. Rumsfeld, Wolfowitz and Powell.
The only hope of defeating Iraqi guerrilla warfare lies in it being substantially operated by the survivors of the Baath/Suni regime and by Saddam’s lieutenants. If this is the case, the only structure of the guerrillas would be terror, violence and cruelty imposed on the population by the hangmen of the old regime. Thus, the ideological bond between the people and the guerrillas would be lacking, which is the paramount condition for eventual victory. A possible strategy breakdown?
a. Free Iraqi people from Saddam’s terror with trust-building operations;
b. Break the potentially lethal solidarity connection of the guerrillas to the people economic participation projects (Iraqi oil to the Iraqi people)
c. Set up and operate different and specific strategies for the three ethnical regions: Suni, Shi'ites and Kurds.
d. Find and organise Iraqi partners who express local values and local communities and not the Washington Agencies (CIA, Department of State, friends of Rumsfeld, friends of Kissinger, friends of Bremer, friends of Chalabi…)
e. Set up specific Urban Authorities for Baghdad, Basra and Mossul;
f. At any cost rebuild and put into operation the basic infrastructures in the metropolitan regions (water, energy, telephones, sewage system, transportation, hospitals) Baghdad, Basra and Mossul;
These six items should be implemented, with no specific priority, but without delay.
The US should understand that what is at stake is their own credibility: political, financial, economic, historical. If they do not deliver, this will be the beginning of their abject decline - the fall of the Empire.


The address of the British Premier, Mr. Tony Blair, to the United States Congress


Yesterday, July 17, 2003, Tony Blair, physically emaciated and weary, but at the same time morally strong and totally committed, delivered what I believe to be the most compelling address of his political career. It is difficult to resist Tony Blair’s overwhelming passion and his logic, refined and honed by the psychological siege to which he has lately been subjected. Better, however, much better, Blair’s political passion than the hypocritical attitude of the so called "old Europe" of Messrs. Chirac, Schroeder and Putin.


".....Can we be sure that terrorism and weapons of mass destruction will join together? Let us say one thing: If we are wrong, we will have destroyed a threat that, at its least is responsible for inhuman carnage and suffering. That is something I am confident history will forgive.
But if our critics are wrong, if we are right, as I believe with every fibre of instinct and conviction I have that we are, and we do not act, then we will have hesitated in the face of this menace when we should have given leadership. That is something history will not forgive.......
…...So America must listen as well as lead. But, members of Congress, don't ever apologise for your values..…
.....And I know it's hard on America, and in some small corner of this vast country, out in Nevada or Idaho or these places I've never been to, but always wanted to go.....
I know out there there's a guy getting on with his life, perfectly happily, minding his own business, saying to you, the political leaders of this country, "Why me? And why us? And why America?"
And the only answer is, "Because destiny put you in this place in history, in this moment in time, and the task is yours to do."
And our job, my nation that watched you grow, that you fought alongside and now fights alongside you, that takes enormous pride in our alliance and great affection in our common bond, our job is to be there with you.
You are not going to be alone. We will be with you in this fight for liberty.
We will be with you in this fight for liberty. And if our spirit is right and our courage firm, the world will be with us."


Tony Blair told Europe and the World, with great clarity, that the leader of the World is not allowed to be neutral and that inaction in front of genocide, massacres, torture and killing fields is not a choice; He also told the United States that leadership comes with the duty to listen. He denounced the Israel/Palestine conflict as a deadly matrix of terrorist poison. In his address, a powerful message was conveyed with the authority of logical rigour and with the strength of sincere passion. The American Congress listened with the awe and attention due to such great historical events.
Tony Blair's message was strong and clear and his address a "moral call to order". Just as important, however, is what he did not say, but very clearly indicated with his bid to listen to the United States, - urgent and dire matters requiring serious critical assessment:
The poverty induced in the Third World by American protectionism;
The dark history of the United States as financial supporters and political promoters of terrorism in Central and South America (Guatemala, Honduras, Panama, Colombia, Chile, Venezuela), in Indonesia and in Ireland;
The desperate poverty of the Fourth World in the very heart of the American Metropolis;
The segregation of the Blacks in the Southern States of the US;
Intolerance towards homosexuals;
Child pornography exploitation by big business;
The gun culture.


If you want to be World Leaders and champions of "liberty" and "democracy", if you want to have the right to export these values, if you really want to be in the position not to "ever apologise for your values", you must have the courage to deal with the betrayal and decay of the great American Dream and to claim it again for future generations.
If the mistakes that have been made in Iraq up to now are acknowledged by the US and by the Coalition and if this results in the appropriate humility, then History may forgive. If not, the tens of thousands of Iraqis (a whole Army annihilated) and the hundreds of Coalition casualties will have been a tragic waste.
Tony Blair’s address was interrupted eighteen times by standing ovations and at the end, the Congress stood up and applauded for five minutes. I consider this the address for the "foundation" of a new paradigm for international relations and for the strategies that must guide them.
If this should actually become the new ethical model for the United Nations, the days of Mugabe in Zimbabwe, Kim Il Yong in Korea, the military Junta in Burma, and the war lords in Rwanda, Burundi, Nigeria and Liberia are numbered - as should be the days of Arafat in Palestine and Sharon in Israel: both of them, for different reasons, unable to control the radical extremists in their countries.
If the United Nations is not able to fulfil this role and to consistently and nobly represent it, we will have to rely on the coalitions of Nations who will take the responsibility.
If this should happen, I will be sure which side to support, with considerable torment and regret for the lost alternative.
The smell of oil and the suspicion of instrumentality are, in any case, more palatable than the stench of European hypocrisy that covers the same interests and does nothing.
LM

Note:
While in Iraq, one or two American soldiers and a few dozen Iraqi civilians are killed every day and while the US is facing possibly the most serious crisis of its history, the headlines of almost all the American Newspapers on July 18th were about the sexual fancies of an NBA basketball player!!
Maybe democracy, fostered by ignorance and by the media, has come to an end and it is time to read Plato again and dream about the oligarchy of the Wise - whether Tony Blair, many others and myself, like it nor not.
(lm)