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TITOLO: Riflessioni sulla Global Financial Crisis

WRITTEN BY: Lorenzo Matteoli

DATE: April 2009

 

 

 

 

 

 

GFC

Riflessioni
sulla grande
crisi finanziaria mondiale
sul prezzo del petrolio
e sui possibili svolgimenti
a breve-medio termine

 

Lorenzo Matteoli
Aprile 2009

 

 

Prevedibilità e credibilità.
Ci sono due importanti considerazioni da fare sull’esercizio della previsione di lungo termine.

La prima
…è quella sulla fondamentale inconsistenza della condizione che generalmente viene posta di  “assenza di sorprese”.  Una condizione questa di totale fantasia, che non si è mai verificata nella storia.
Negli ultimi venti anni (1989-2009) si sono verificati quattro episodi che hanno radicalmente sovvertito l’equilibrio geo-politico mondiale: nel novembre del 1989 il crollo del muro di Berlino, l’undici settembre del 2001 l’attacco alle Torri Gemelle e nell’autunno del 2008 è iniziata la crisi finanziaria che sta travolgendo l’economia del pianeta e le cui conseguenze sono ancora difficili da inquadrare.
Anche perché è difficile inquadrare l’esatta dinamica che ha provocato il collasso finanziario di quella che veniva ritenuta la più forte economia del mondo, e che ha messo in crisi l’idea stessa del capitalismo e del libero mercato. O, quantomeno, della rapinosa interpretazione che si era affermata di questi istituti negli Stati Uniti, ancora esasperata negli anni della amministrazione Bush-Cheney.
Il quarto evento eccezionale è quello della dinamica del prezzo del petrolio greggio nel 2008, salito fino a 146 $ USA nel Giugno e poi sceso a 40 $ USA nel Dicembre dello stesso anno, è difficile ancora oggi stabilire se il crollo del prezzo del petrolio sia stata con-causa o effetto della crisi finanziaria.


 

La seconda
… considerazione da fare è che tutti i quattro eventi “imprevedibili”  che ho elencato in realtà erano stati anticipati, se non previsti, e descritti in vari modi.
Infatti il crollo del muro di Berlino era stato annunciato dalla “perestroika” di Gorbachev e dal disastro economico del regime comunista Sovietico: ne fu la figura catartica e conclusiva.
L’attentato alle Torri Gemelle era stato oggetto di simulazione da parte dei servizi segreti Americani, una simulazione talmente realistica che destò anche sospetti, sui quali si è dibattuto a lungo e sui quali qualcuno ancora discute.
La crisi finanziaria Americana era stata anticipata da Paul Krugman nei suoi editoriali sul New York Times, e da molti altri osservatori economici. Chiunque avesse seguito le vicende finanziarie americane degli ultimi dieci anni aveva previsto che il bubbone sarebbe scoppiato: era chiaro che l’America non poteva andare avanti a lungo con un modello di spesa insostenibile, finanziato unicamente dal fiume di denaro che i Cinesi rovesciavano ogni anno nel pozzo USA. Gli scandali Enron e Worldcom erano stati poderosi avvertimenti.
Per quanto concerne il prezzo del petrolio l’Economist aveva pronosticato il ritorno del prezzo del barile a 18 $ USA: un pronostico che, a suo tempo, era stato da molti (anche dal sottoscritto) ridicolizzato.

Le due considerazioni si contraddicono in modo evidente: la prima rappresenta il sentire collettivo della gente e la seconda rappresenta la riflessione critica degli osservatori specializzati. La documentata previsione degli eventi eccezionali non sembra essere patrimonio del sapere collettivo e della percezione da parte della pubblica opinione e nemmeno della opinione “politica”.
Non intendo approfondire questa discussione, ma forse più che della non prevedibilità degli eventi bisognerebbe parlare della praticabilità delle previsioni. Gi eventi erano stati previsti e anticipati da istituti e soggetti di elevata professionalità (CIA, Krugman, Economist...), ma le previsioni non sono state ritenute “praticabili” (doable con un logismo inglese attribuito a Bush) e quindi nessuna misura è stata presa per prevenire, contrastare, controllare, utilizzare, guidare in sede preliminare gli eventi stessi.
Non saprei in quale modo definire criteri di “praticabilità” delle previsioni, si tratta probabilmente di un problema di competenza politica.

Consideriamo ad esempio la crisi finanziaria globale. Quello che meraviglia è che la pletora di istituti, “think tanks”, uffici studi, ministeri, banche mondiali e fondi monetari, che hanno fra le varie responsabilità quella di monitorare e studiare andamenti, tendenze, segnali anticipatori di crisi, non siano stati in grado di recepire in termini gestionali o di politica finanziaria la previsione che sicuramente molti di loro avevano fatto.
È più probabile che l’evento, previsto da molti operatori, sia stato debitamente comunicato alle responsabilità aziendali, monetarie di governo e ignorato per un fenomeno di rimozione difficile da giustificare, ma facile da comprendere.
Oppure perchè, anche se avvertite, queste autorità erano del tutto impotenti e qualunque azione sarebbe stata forse più pericolosa della attesa inerte. La previsione proposta non era “praticabile”.
Informare il pubblico avrebbe innescato panico e l’assalto alle banche. Informare le banche con  molto anticipo avrebbe consentito una difesa, ma le banche sapevano bene a che gioco stavano giocando e volevano restare dentro la giostra fino all’ultimo minuto per guadagnare quanto era possibile prima del collasso. Chi non ha colto il momento esatto per uscire ha pagato caro, ma chi è uscito in tempo ha guadagnato molto.
Solo fra molti anni conosceremo qualche dettaglio in più, come solo oggi siamo in grado di sapere esattamente cosa è successo nel 1929: ottanta anni fa.
Capire dall’esterno è difficile. Ma si ha la netta impressione che anche per coloro che sono “dentro le cose” le ombre sulla vicenda e sulle responsabilità sono fitte. Gli illuminati sono pochi e non hanno interesse a parlare. L’informazione, per avere valore, deve rimanere disponibile a pochi.
Alcuni non possono ammettere perchè direttamente responsabili: da quanto tempo Alan Greenspan sapeva che il paradigma finanziario USA era destinato al collasso? Certamente lo sapeva anche quando rassicurava i mercati sulla solidità dell’economia Americana? Come avrebbe potuto fare altrimenti?

Nessuno avrebbe comperato fondi tossici se fosse stato informato di come erano stati organizzati: riunendoli a centinaia di migliaia in “equities” o fondi di investimento e poi venduti come prodotti sui mercati finanziari. Questi venivano successivamente spezzati a seconda delle fasce di rischio e ricollocati sul mercato, in un gioco che, di fatto, era uno schema a piramide. Quando si sono verificate le insolvenze tutto il castello è crollato con le richieste di liquidazione degli investitori.
Chi ha comperato ha fatto tutte le domande per sapere cosa comperava? Ha avuto tutte le riposte? Le ha tutte comprese? Chi rispondeva era chiaro o forniva risposte rassicuranti, incomplete, parziali e comunque inesatte? Quanti non hanno capito, ma non hanno avuto il coraggio di dirlo e di farsi spiegare ancora? Quanti fra coloro che dovevano dare risposte era nella categoria di coloro che non avevano capito?  Ma come faceva una banca a dare risposte che avrebbero contraddetto la sua stessa politica di acquisti?

Le banche che hanno comperato fondi impestati non erano in grado di sapere? Incredibile, ma probabile e umiliante per i dirigenti responsabili. Comunque significativo della loro scarsa competenza e capacità manageriale. Oppure bisogna pensare che, pur sapendo, abbiano comperato per godere dei ricchi margini di interesse confidando di poter uscire in tempo, oppure di poter scaricare le perdite sui loro clienti. Molte banche peraltro hanno comperato e tenuto i fondi nei loro portafogli. Di nuovo cosa pensare dei loro uffici studi, dei loro esperti, dei loro consulenti, dei loro dirigenti?  Della loro trasparenza e credibilità professionale. Ci si può ancora fidare di questo personale dopo il grande collasso? Con quale coraggio esigono ancora fiducia? Con quale coraggio gli può essere ancora accordata?
Sarebbe interessante sapere come verranno trattati dalle superiori gerarchie i giovani yuppies rampanti della turbo-finanza che hanno portato al disastro. Sarebbe interessante sapere fino a che punto le “superiori gerarchie” non siano state esse stesse conniventi. Spinte dalle commissioni e dai pingui interessi promessi dai venditori di carta degli istituti finanziari Americani. Nessuno si è dimenticato di come le banche Italiane a suo tempo truffarono i loro clienti con le azioni della Parmalat.
Quando qualcosa è troppo bello per essere vero in genere non è vero. If it’s too good to be true then it’s not true. Una vecchia massima di saggezza solidamente ignorata dalla avida frenesia della turbo-finanza.

Il problema adesso è capire come si svolgerà la complessa vicenda nel futuro a breve e medio termine. Per quanto tempo la gente si terrà i soldi nel materasso, e quanto tempo ci vorrà perchè il mercato dimentichi e riprenda a funzionare. Quante aziende saranno costrette al fallimento per mancanza di credito. Quante imprese falliranno per mancanza di ordini. Quanto tempo ci vorrà perchè le banche riprendano a scambiarsi crediti. Quanto tempo ci vorrà per ripulire il mercato dai fondi tossici ancora in giro e alla fine chi si farà carico del costo complessivo del collasso.
La recente iniziativa dell’Amministrazione Obama sembra dare un primo segnale: promuovere l’acquisto da parte di investitori privati dei “fondi tossici” coprendo una parte del rischio (tutto in effetti) sperando che con questa iniziativa i fondi tossici vengano valutati in modo meno generalizzato e quelli effettivamente recuperabili in termini di rischio vengano recuperati in una logica di mercato.
Molti denunciano la manovra che per recuperare una dinamica di mercato interviene eliminando il rischio con fondi pubblici: indubbiamente uno strano concetto di mercato.
Interessante sarà anche capire se di questo episodio resterà traccia nei comportamenti e nelle norme che regolano i mercati finanziari. Sicuramente molti Istituti stanno già pensando di creare  “prodotti” finanziari “sicuri” o “assicurati” per recuperare la fiducia degli investitori. Come faranno gli istituti a recuperare la fiducia del mercato senza operare drastici cambiamenti del personale eliminando i responsabili a tutti i livelli? Chi riuscirà a farlo? Molte di queste domande non hanno oggi risposte convincenti.

La iniziativa di Obama/Geithner, presa sotto la pressione della necessità, finisce per premiare proprio quegli operatori finanziari che sono stato responsabili del disastro. È probabile che per il futuro a medio termine Obama abbia in mentre altre strategie.

Quando tempo fa dicevo che era probabile un ritorno al baratto evocavo una possibilità non lontana di transazione diretta non monetaria fra aziende e mercato e fra azienda e azienda: sostituendo il credito con uno scambio merci o servizi gestito da centri di clearing settoriali o intersettoriali. Cosa rappresenterebbe in modo più immediato quella che viene oggi evocata come l’economia reale?
Questo sistema era in vigore (e lo è ancora) quando si commerciava con paesi la cui valuta non era trattata dai mercati valutari e quindi di fatto priva di riscontro monetario praticabile negli scambi.
Si vedranno sorgere allora nuovi operatori in grado di gestire questo tipo di scambio con la competenza necessaria a garantirne i rischi. Come facevano i mercanti di Firenze, Lucca, Venezia, quando esportavano tessuti, preziosi oggetti in vetro, manufatti vari e importavano lana, aringhe, acciughe, cuoio, legname, metalli...in una Europa dalle mille monete di diverso taglio aureo e di diversa credibilità valutaria.
Competenze ben diverse da quelle degli arroganti yuppies solo abili (si fa per dire) nell’azzardo dell’overnight trading fra le diverse piazze, con i soldi altrui.
Nel frattempo tutti scrutano il mercato quotidiano per scorgere i primi segnali del “rimbalzo”, sempre con il dubbio che sia un segnale manipolato e significativo solo di una prossima futura ricaduta determinata dalle vendite dei disperati che cercano di recuperare qualche percento dei loro risparmi svaniti.
Quando ci sarà, se mai, il grande rimbalzo, molti si potranno arricchire, ma non saranno gli stessi che nel collasso hanno perso i loro pochi risparmi o le loro grandi fortune.

 

L’intrigo del petrolio.
Un discorso particolare merita il petrolio e l’andamento del suo prezzo da Giugno 2008 ad oggi: 146 dollari al barile a Giugno 2008 e oggi 50 dollari. Un prezzo che, a detta dei paesi produttori e delle compagnie petrolifere, non paga i costi di estrazione in molti giacimenti e punisce l’investimento in prospezione e in nuove e più efficaci tecnologie produttive. Predisponendo una nuova fase critica molto più severa di tutte quelle finora sperimentate, che aprirà anticipatamente l’economia del “dopo-petrolio”.
Come mai? ci si chiede. Poco credibile la spiegazione che attribuisce il crollo del prezzo alla diminuita domanda (una diminuizione irrilevante nel Giugno 2008) Escludendo l’ipotesi fantapolitica del complotto USA per strangolare economicamente Putin, Chavez e Ahmadinejad, altre spiegazioni possono essere costruite più coerenti con la logica del mercato.

 


Un esempio può chiarire cosa è veramente successo (con le riserve del caso): dal 2005 (o anche da prima) la banca o l’investitore privato XY compra petrolio futuro a 150 $ al barile (un milione di barili?) scadenza giugno 2008 sicuro che il prezzo del barile salirà fino a 250 dollari al barile e oltre, confortato in questa fiducia da tutte le previsioni di esperti e osservatori economici specializzati. Quando scade l’opzione al 30 Giugno 2008 il petrolio è quotato solo 146 $ al barile. XY deve scegliere: o paga la cifra pattuita di 150 $ e acquista il milione di barili di petrolio oppure paga il diritto di recedere dall’opzione che peraltro è pesantemente punitivo. XY paga i 150 dollari e trasforma l’opzione di petrolio di carta in petrolio vero subendo la relativa perdita. Siccome XY (un investitore privato o una banca) non ha struttura dove immagazzinare il petrolio vero non ha altra scelta che venderlo immediatamente sul mercato spot. Sul mercato arrivano contemporaneamente i milioni di barili di tanti altri speculatori come lui. Così è iniziato il crollo dei prezzi del petrolio che oggi si attesta sui 50$ al barile: più o meno un terzo di quello che costava dopo la crisi del 1973 in termini di potere d’acquisto del dollaro USA.
Oggi il prezzo delle opzioni di oil futures al 2015 è di 75 $ al barile questo significa che la disponibilità di petrolio di carta a quella data sarà  in fase di esaurimento perchè la cifra è vicina a quello che molti osservatori ritengono debba essere il prezzo di mercato.
La sovrapposizione dei due bubboni, petrolio e fondi tossici, ha determinato il collasso dell’economia Americana e di quelle economie che su quella erano basate o delle banche che avevano fortemente investito in fondi USA inquinati e in oil futures.
Quello che meraviglia è la dimensione delle migliaia di migliaia di miliardi di dollari del “buco finanziario” evidentemente formatosi nel corso di oltre dieci anni di continua scommessa. I fallimenti e le perdite attuali sono quelle che bilanciano gli incredibili arricchimenti  avvenuti prima del collasso. I soggetti sono però diversi: chi si è arricchito allora non è necessariamente chi ha perso adesso.
La metabolizzazione da parte dei mercati di oil futures e di fondi tossici richiederà dai cinque ai sette anni anche con gli interventi eccezionali dei diversi governi e delle banche centrali. Mentre oggi si hanno poche informazioni sulle banche che ancora detengono fondi tossci, pochissime informazioni ci sono sulle banche che hanno oil futures nè a quali prezzi e scadenze. Questo significa che il futuro a medio breve termine riserva ancora sorprese.

Il ruolo della Cina.
La Cina da anni investe sistematicamente negli Stati Uniti sia in immobili e attività industriali che in buoni del tesoro USA (Treasury Bonds). Capitale Cinese ha certamente partecipato alla corsa alle opzioni di oil futures negli ultimi anni anche se la linea canonica degli investimenti Cinesi non è mai stata favorevole alla speculazione avventurosa: d’altra parte gli oil futures non sono mai apparsi rischiosi, tutti gli osservatori li davano come cosa sicura (meno l’Economist che per il suo atteggiamento sul petrolio venne anche ridicolizzato). I media alimentavano questa sicurezza, anzi ne facevano oggetto di drammatizzazione strumentale.
Il tracollo dell’economia USA comporterebbe perdite enormi per la Cina. Di qui l’imperativo Cinese di continuare a sostenere l’economia USA, e il dollaro che la rappresenta sui mercati mondiali, immettendovi miliardi di dollari fino alla ipotetica “ripresa”.  I due partners (più o meno volontari) sono legati da un patto ineludibile: nessuno dei due si può permettere di perdere l’altro e nessuno dei due è in grado di porre condizioni all’altro.
La Cina deve continuare ad investire in America e l’America sa che la Cina non ha altra scelta, la Cina sa che l’America sa, e l’America sa che la Cina sa che l’America sa.
Questo equilibrio sembra resistere, e ha resistito, ad ogni sorta di prova (contrasto sulla Corea del Nord, conflitto WTO, conflitto GATT, confronto sui diritti umani, confronto sul problema Palestinese, confronto sull’Iran, etc.).
Sembra un gioco di brinkmanship alla Foster Dulles, ma in realtà le due parti sanno che non possono “rompere”: le perdite sarebbero troppo gravi per entrambi. Anche se non si sa dell’esistenza di un tavolo specifico, formalizzato, fra i due Paesi, il dialogo avviene sicuramente e viene continuamente aggiornato a tutti i livelli e su tutti gli argomenti, tanto sono evidenti le sinergie e i movimenti paralleli. Ogni divergenza temporanea o provvisoriamente non risolta determina contraccolpi sui mercati: famoso il crollo dei titoli Americani innescato sulle borse Asiatiche quando Bush-Cheney minacciò opzioni militari contro l’Iran.  Minaccia subito rientrata e poi coperta dalla solerte diplomazia delle cancellerie.
Quando si dovessero leggere segni di disimpegno Cinese dagli Stati Uniti oppure di ricerca Americana per modalità diverse di sostegno del debito, sarà il caso di considerare seriamente la possibilità che si inneschi una revisione delle strategie geopolitiche mondiali, forse un altro clamoroso “black swan”.
Secondo James Fallows (Atlantic Monthly, April 2009, China crumbles, can the U.S. cope?) è realistica l’ipotesi che la crisi dei consumi mondiali danneggi enormemente la Cina con il crollo delle sue esportazioni. Questo potrebbe essere il black swan prossimo venturo: la Cina senza liquidità non sarebbe più in grado di sostenere l’economia in deficit degli Stati Uniti e la crisi Americana sarebbe incontrollabile.
Segni di questa dinamica sono evidenti in Cina secondo Fallows: si fermano i cantieri di Shanghai, di Guangzhou e di Pechino, si chiudono le fabbriche, aumenta la disoccupazione, si assiste al grande ritorno alla campagna dei milioni di Cinesi urbanizzati negli anni 90 durante il tumultuoso aumento del PL Cinese e il boom delle esportazioni.
L’unica salvezza per la Cina, ma non per gli Stati Uniti, sarebbe un forte incremento del mercato interno Cinese: data la forte centralità del governo Cinese questa è una ipotesi rivoluzionaria, ma plausibile in quel paese che ci ha abituato a drastici cambiamenti di linea ideologica e di programma, sempre nel quadro della interpretazione Cinese del Manifesto Comunista. Forse vedremo Obama alla ricerca di nuovi investitori. Dovrà essere molto convincente.

Il ruolo dell’Europa
L’Europa, secondo o terzo mercato mondiale caratterizzato da moneta unitaria  (Cina, India, Europa, Stati Uniti) avrà il problema di proteggere i livelli di occupazione nei confronti della concorrenza esercitata dai mercati del lavoro terzomondiali. Questo comporterà radicali e oggi imprevedibili cambiamenti nelle politiche sindacali, revisione delle normative che regolano i mercati mondiali (GATT, WTO, Doha Round etc.), equilibrio e compensazione negoziale delle probabili tendenze protezionistiche. In questo campo il patto di necessità che lega Cina e Stati Uniti comporterà non poche difficoltà all’Europa e ai mercati terzi, ma sarà anche luogo di opportunità se i Governi Europei troveranno la necessaria unità di azione. Una cosa in questo momento non facile perchè Francia Germania e Inghilterra non sono allineate e perchè esiste uno stato di implicita tensione fra il nucleo storico dei paesi della Conunità e i paesi dell’Est di recente adesione. L’Europa sarà comunque debole sul piano negoziale fino a quando non si dia una maggiore unità politica e consistenti strumenti esecutivi: la Banca Contrale Europea deve avere fondi capaci di renderla soggetto attivo nella manovra monetaria indispensabile per tutelare la valuta unica in questa difficile fase storica.
Una forte campagna di razionalizzazione energetica dei parchi insediati e dei processi industriali, imposta a livello Europeo, potrebbe dare all’Europa un solido vantaggio sugli Stati Uniti e sulla Cina stessa, in attesa che le tensioni interne alla Cina, o il crollo delle sue esportazioni, non determinino la fine del vantaggio consentito agli esportatori Cinesi e asiatici dal basso costo del lavoro o, quantomeno, una sua sensibile correzione.

Barack Obama
Volendo estendere il concetto di evento eccezionale potremmo anche considerare tale l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti: il contemporaneo collasso finanziario mondiale rende questo evento ancora più significativo. Questo perchè la presidenza di Obama apre ad opzioni nuove e oggi imprevedibili la dialettica dei rapporti internazionali. 
La catastrofe politica e finanziaria provocata dagli otto anni di Bush richiederà tempo per essere recuperata, ma una figura degli Stati Uniti meno arrogante, meno potente, meno centrale, meno aggressiva, più dialetticamente disponibile nel teatro geo-politico mondiale può essere il risvolto positivo portato da Obama dopo gli anni della stupidità criminale di Bush-Cheney e dei loro tragici errori.  Un augurio o un desiderio augurale. Restano differenze fondamentali fra gli Stati Uniti e l’Europa che non saranno facili da mediare: la filosofia Americana privilegia il fare e quella Europea il normare. Un esempio molto evidente è l’attuale divergenza che vede gli Stati Uniti orientati verso la rivitalizzazione dei mercati come strumento per uscire dal tunnel e l’Europa (con l’eccezione forse dell’Inghilterra) invece privilegiare gli aspetti di regolamentazione rispetto a un ripristino delle dinamiche di mercato senza preventiva revisione delle “regole”.

 

Quali conseguenze
Il collasso finanziario avrà conseguenze di lungo termine, di scala planetaria, continentale, regionale e locale e non è possibile descriverle se non in linee di grande generalità, e con molti rischi. Ogni specifica realtà territoriale reagirà secondo modalità diverse dipendenti dalla geografia, dalla politica, dalla economia e dalla cultura locale.
Una qualunque previsione, eventualmente anche sbagliata, può valere comunque come elemento di provocazione.
Una prima conseguenza è che il pagamento del debito contratto dalla economia virtuale nei confronti della economia reale richiederà il lavoro e il risparmio di almeno due generazioni a venire (50 anni). Bisognerà fare attenzione a che questo debito non venga manipolato e contraffatto e che venga pagato dalle economie responsabili e non dalle fasce deboli sociali o geografiche. Un pericolo difficile  (praticamente impossibile) da evitare dati gli interessi in gioco e la loro adiacenza al potere politico, ma l’attenzione potrà comunque essere utile.
Una seconda conseguenza è che il ripianamento del debito distrarrà fondi da altre voci dei bilanci (sanità, pubblica istruzione, ricerca, assistenza sociale, opere pubbliche): comportando un generale impoverimento dei paesi e un abbassamento generale degli standard di vita. Aumenterà la fragilità dei paesi nei confronti di emergenze e catastrofi naturali. Diminuiranno i fondi per la solidarietà e l’assistenza ai paesi emergenti.
La crisi apre anche una speranza utopica: potrebbe essere l’inizio di una epocale transizione verso una economia più coerente con le risorse effettive, più giusta nella ripartizione di oneri e guadagni, meno aggressiva nei confronti dell’ambiente e delle future generazioni di suoi utenti.
Sulla base delle attuali reazioni congiunturali di governi e istituzioni questa speranza non sembra avere molto fondamento: la ripresa è affidata a “stimoli” che appartengono in modo totale al catalogo del “more of the same”. Ricapitalizzazione delle banche che hanno originato la dinamica perversa, grandi finanziamenti alle industrie automobilistiche che sono l’essenza del capitalismo consumistico e che sono oggi solo capaci di produrre oggetti già obsoleti sulle linee di montaggio.
La volatilità delle monete e delle ragioni di scambio consentirà rapidi accumuli di denaro, ma questi verranno bilanciati da clamorose perdite. La drastica riduzione degli scambi interbancari opererà come calmiere del vorticoso giro finanziario che aveva caratterizzato la turbo-finanza degli ultimi venti anni. L’assalto dei grandi fondi, USA e multinazionali, alle valute e alle economie marginali sarà caratterizzato da maggiore prudenza, ma continuerà a produrre indebito arricchimento bilanciato da maggiore rischio. Man mano che verranno in scadenza nuove opzioni su oil futures si verificheranno altre gravi perdite degli istituti indebitati e non pochi fallimenti, o salvataggi, per mezzo di nazionalizzazione più o meno dichiarata ed esplicita. Lo stesso vale per quanto concerne i fondi tossici ancora da riscattare.

In pratica
La crisi dei consumi prodotta dalle nuove tendenze culturali del pubblico e dalle oggettive limitazioni del credito provocherà una drastica revisione dei cataloghi di prodotti.
I cambiamenti più rivoluzionari avverranno nel settore dell’auto, della mobilità e della residenza.
L’auto in particolare dovrà affrontare e risolvere in termini di radicale innovazione le seguenti esigenze:

ridurre il numero di auto
ridurre le percorrenze medie annuali
ridurre gli spostamenti quotidiani
ridurre i consumi di combustibile
cambiare combustibile o fonte di energia
aumentare l’efficienza di sistema (operando sul territorio e sulle culture di utenza)
aumentare il fattore di capacità
ridurre i costi di manutenzione
ridurre il peso dei singoli veicoli
aumentare la vita media delle flotte di veicoli

Un elenco omologo (adeguato ad ogni situazione specifica) può essere scritto per molti altri oggetti, sia nel campo dei beni durevoli (elettrodomestici, mobili e arredamento, impianti e componenti per edilizia) che nel campo degli oggetti di breve durata e largo consumo (abbigliamento, tessili, scarpe, economia domestica).
Il campo dell’innovazione indotta dalle nuove esigenze sarà vastissimo, impegnativo, e ricco di opportunità di impresa e di progetto.
Considerazioni particolari vanno fatte per il settore alimentare che vedrà una maggiore essenzialità di prodotti, riduzione della varietà, cambiamenti drastici nelle confezioni (packaging),  forte rivalutazione dei prodotti locali.
L’agricoltura dovrà ridisegnare il profilo energetico dei suoi processi e mantenere elevata la produttività dei terreni e delle diverse colture, progettando, nel medio termine, le possibili alternative ai fertilizzanti ad elevato contenuto di energia o di origine petrolchimica.
Il settore dei fertilizzanti, tradizionali e alternativi, è un settore di solido futuro nel quale l’investimento è relativamente tutelato.
Il sistema distributivo delle merci sarà oggetto di profondi cambiamenti: ci sarà, da una parte, un aumento della autonomia regionale e locale per determinati beni, e dall’altra un consolidamento selettivo dei circuiti globali energeticamente efficienti ed ambientalmente competitivi.
Gli scambi in conto trasformazione e in conto merci prenderanno campo, specialmente nei mercati caratterizzati da forte volatilità monetaria. Tutte le misure contrattuali che consentono di ridurre esposizione finanziaria o di ridurre il rischio della volatilità degli scambi di valuta prenderanno campo. Agenzie e servizi di brokeraggio e di escrow (pagamento condizionato da garanzia o da certificazione qualitativa) sostituiranno in molte funzioni le banche e gli istituti di credito commerciale.

Il parco edilizio esistente e le nuove costruzioni.
Il parco edilizio esistente è responsabile di circa il 30% della conversione di energia in Italia. Un campo sul quale è possibile intervenire realizzando, a breve termine, cospicui ritorni di energia con investimenti relativamente contenuti.  Sono necessarie norme e incentivi adeguati associati a una adeguata strumentazione di controllo e monitoraggio dei risparmi effettivamente conseguiti a fronte del finanziamento agevolato ottenuto.
Vale la pena riportare il comunicato stampa conclusivo del recente convegno Cityfutures a Milano (4-5 Febbraio 2009 MADE Expo), di per se sufficiente ad illustrare il problema e le potenzialità disponibili alle responsabilità di governo.

 

Cityfutures  2009
Milano

Comunicato stampa.
Una risposta italiana di incredibile e immediata efficacia alla grande crisi finanziaria

Si è conclusa a Milano, promossa da MADE Expo con l’apporto scientifico della Società Italiana della Tecnologia (SITdA), la due giorni sul futuro delle città.
Nove relatori da tutto il mondo (Cina, Giappone, USA, UK, Australia, Grecia, Portogallo e Brasile)  e tre tavole rotonde di controrelatori italiani, tutti  i massimi esperti nel campo energia/ambiente/insediamento, hanno fatto l’analisi delle  prospettive future della situazione ambientale, energetica, funzionale e sociale delle città e delle regioni metropolitane e hanno definito, insieme al quadro conclusivo drammatico, una proposta di portata ed efficacia immediata  “esplosiva”. Dalla due giorni di Cityfutures 2009 emerge, condivisa da tutti gli intervenuti, una forte indicazione per una strategia di intervento di rapida attuabilità: investire il massimo possibile delle risorse disponibili in una campagna di manutenzione ordinaria e straordinaria su tutto il parco edilizio, residenziale, terziario, scolastico e ospedaliero. La campagna, finalizzata specificamente alla ottimazione energetica e ambientale degli edifici, avrebbe una enorme immediata potenzialità agli effetti del rilancio dell’economia reale, dell’occupazione, della promozione degli investimenti privati operando in modo diffuso su un complesso di centinaia di migliaia di aziende del settore edilizio e dell’indotto edilizio che rappresentano 2-3 milioni di posti di lavoro in tutto il Paese
La campagna manutentiva proposta, a differenza di altre proposte di investimento, potrebbe partire immediatamente con gli interventi alla scala dei singoli edifici e proseguire in modo continuo e crescente con gli interventi alle scale dei sistemi insediati via via più complessi.
Secondo gli autorevoli speaker, con questa iniziativa l’Italia si candiderebbe a essere la più innovativa tra le nazioni sviluppate nel varare il proprio piano Marshall per trovare soluzioni immediate che fondono: lavoro, investimento, ritorno economico, ritorno ambientale.
Oltre alla partenza immediata e la significativa rapida efficacia di spinta sull’economia e sull’occupazione, la campagna avrebbe come ritorno a breve e medio termine una riduzione dei consumi di energia valutabile fin d’ora intorno al 20% dell’energia attualmente assorbita dai settori interessati (residenze, uffici, scuole, ospedali) intervenendo su tutte le tecnologie: involucri, serramenti, esterni, elettrodomestici, illuminazione, riscaldamento, condizionamento, reti elettriche, reti idrauliche, riduzione dei rifiuti urbani solidi, trattamento delle acque reflue, etc.
Tutti gli esperti intervenuti hanno sollecitato l’attenzione del decisorio politico per predisporre una corsia privilegiata di grande priorità a questa linea operativa.

In questa direzione vorrebbe andare la recente iniziativa del Governo (Italiano) di semplificare le procedure relative all’ottenimento di licenze edilizie, manca peraltro di una condizione essenziale che è quella della consistenza energetica e ambientale delle nuove costruzioni e degli incentivi finanziari necessari a promuoverla sull’esempio dei green loans Australiani e di molte altre analoghe iniziative attualmente prese da molti governi Europei per promuovere l’aggiornamento energetico dei parchi costruiti esistenti, oltre che delle nuove costruzioni che saranno comunque, per molti anni, una percentuale minima del patrimonio edilizio.

Un rapido sguardo alle voci del bilancio energetico delle città consente di apprezzare l’enorme potenziale di intervento per strategie di eliminazione dello spreco, risparmio e di innesco delle fonti alternative rappresentato dai tessuti metropolitani:

a. riscaldamento, ventilazione e condizionamento degli edifici
b. illuminazione pubblica e privata
c. reti di comunicazione e telecomunicazione (radio, TV, telefoni e computers)
d. reti di monitoraggio, controlli elettronici, emergenze e sicurezza
e. trasporto merci e derrate
f. trattamento e pompaggio acqua potabile
g. trasporti pubblici
h. trasporto privato
i. trasporti verticali
l. manutenzione e gestione spazi pubblici
m. conservazione derrate deperibili (magazzini e mercati)
n. movimentazione stoccaggi e magazzini
o. conservazione alimentari (singole unità residenziali)
p. elettrodomestici privati
q. trattamento e pompaggio liquami e acque grigie
r. trattamento rifiuti solidi (conferimento, selezione, riciclaggio, combustione)

Le città richiedono circa un terzo dell’energia complessiva convertita da un paese industrializzato e la maggior parte delle conversioni è di basso livello termodinamico: dove è massima la potenzialità di sostituzione con fonti alternative e di razionalizzazione di processo.

Adesso cosa fare
Diverse sono le responsabilità ai diversi livelli di impegno  politico e sociale.
La mano pubblica deve tutelare l’occupazione con progetti di pubblica e sociale utilità “roosveltiani” in tutti i campi e a tutti i livelli: infrastrutture, strutture, manifatturiero, servizi, sanità, pubblica istruzione, ricerca.
Promuovere campagne di manutenzione e di retrofit ambientale ed energetico di edifici e strutture urbane.

L’industria deve ridefinire i cataloghi delle diverse produzioni per tenere conto del cambiamento della domanda in atto e futuro. Adeguata legislazione e normativa devono essere istruite e applicate per regolare il settore terziario della finanza, del credito e degli investimenti in modo da ridurre il rischio di nuove crisi provocate dalla leva finanziaria speculativa.  Regole severe devono impostare l’informazione dei risparmiatori e degli investitori per evitare la disinvoltura nella vendita di prodotti finanziari rischiosi.
Il risparmio deve di nuovo trovare la strada dell’investimento sotto la tutela di organi di vigilanza obbiettivi e terzi.
Le responsabilità che hanno determinato la crisi devono essere identificate, denunciate e isolate per ricostruire la credibilità degli istituti e ristabilire la fiducia del pubblico.
Non sarà mai credibile un nuovo sistema gestito dagli stessi operatori, o regole, che hanno provocato il collasso.

Le scuole di economia devono essere credibilmente responsabili della informazione del pubblico e quindi autonome e indipendenti da finanziamenti provenienti da parti interessate.
I media devono attrezzarsi con redattori competenti, critici e terzi in modo da essere in grado di individuare lacune e ombre negli schemi finanziari proposti al mercato ed esporli al pubblico.
L’Università deve attrezzarsi in tutte le discipline per analizzare i futuri a breve e medio termine e farne oggetto di integrazione dei curricula tradizionali. Il problema di molti corsi universitari è quello di formare professionisti “obsoleti” a causa dello scarso rinnovamento degli organici docenti provocato dalle assurde normative che oggi regolano l’accesso alle diverse carriere afflitte da personale la cui età media è più vicina ai 60 anni che ai 30.
La selezione meritocratica severa ed efficace deve regolare la formazione degli studenti e la carriera dei docenti. Vanno poste in essere procedure di valutazione e qualificazione dei docenti di caratura internazionale. La valutazione delle pubblicazioni e delle attività di ricerca deve rispettare le norme alle quali sono soggetti ricercatori e docenti dei diversi Paesi Europei eliminando situazioni di privilegio e di settarietà che oggi umiliano molte discipline.
L’industria per sua parte deve attrezzarsi con le necessarie competenze per affrontare le radicali innovazioni che le nuove tendenze ambientali imporranno ai mercati, scoprendole nei suoi attuali quadri organici, nell’offerta proveniente dal mercato dei neolaureati, o predisponendo adeguati processi formativi interni.

Per uscire dal tunnel
Sarebbe un errore pensare di risolvere la crisi finanziaria con strumenti solo finanziari perchè la matrice profonda e lontana della crisi è ideologica, culturale ed essenzialmente politica. Sono i valori degli anni 70 e 80 che hanno innescato la distrazione sociale che ha portato allo scollamento tra la realtà storica e la virtualità fittizia e in ultima analisi al collasso. Il guadagno deve compensare lavoro e impegno reale e non risultare da manipolazione finanziaria speculativa.

Se dopo la prima serie di interventi congiunturali i Governi e le Istituzioni si renderanno conto della vera dimensione e della vera matrice della crisi e ne assumeranno coscienza politica potremo vedere misure e “stimoli” molto diversi dalle attuali grammatiche, misure e stimoli che potranno eventualmente innescare la vera uscita dall’attuale situazione.

 

Lorenzo Matteoli
Aprile 2009
Scarborough, Western Australia

 

 

Mi riferisco a quegli eventi difficili da prevedere, con conseguenze enormi, rari e in genere fuori dal dominio delle cose immaginabili. Black Swans secondo la teoria elaborata da Nassim Nicholas Taleb.

Come non citare il mito di Cassandra condannata dagli Dei a non essere mai creduta nelle sue profezie vere e catastrofiche...

Sulle responsabilità di Alan Greenspan ecco l’opinione di Paul Krugman:
Un'ultima osservazione, rivolta al passato. Quanta colpa ha l'ex governatore della Fed Alan Greenspan? Nessuno è responsabile di questa crisi. Ma se si volesse proprio individuare qualcuno a cui tirare uova marce allora toccherebbe proprio a Greenspan, perché più di ogni altro avrebbe potuto fare qualcosa almeno per ridurre la portata dell'evento. Quando è esplosa la bolla immobiliare - e il problema era evidente - insisteva a dire che non c'era nessuna bolla. Era stato avvisato con precisione sui subprime e non fece nulla, opponendosi sempre a qualsiasi regolamentazione. E continuava a rassicurare tutti che le cose andavano benissimo, rifiutandosi di prendere provvedimenti. La crisi ci sarebbe stata anche se alla guida della Fed ci fosse stato qualcun altro. Forse, senza Greenspan, non sarebbe stata altrettanto devastante. (dal New York Times del 4 Aprile traduzione a cura de La Stampa di Torino)