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TITOLO: Bignamino su tagli e riduzione del debito

WRITTEN BY: Lorenzo Matteoli

DATE:16/05/2013

 

Bignamino su tagli e riduzione del debito
Lorenzo Matteoli
16 Maggio 2013

A più di cinque anni dall’inizio “ufficiale” della GFC (Global Financial Crisis) in diverse regioni del Pianeta si sono tentate diverse strategie di controllo della dinamica macroeconomica perversa. Obbiettivo: riduzione del debito sovrano degli Stati, recupero di un regime complessivo di scambi equilibrato e possibilmente in crescita qualitativa, se non quantitativa. Una importante differenza. Due sembrano i percorsi proposti: il modello USA/Giappone, il modello Eurozona.
Il modello USA/Giappone consiste nella iniezione di massicce dosi di liquidità sui mercati finanziari associato all’aumento della spesa pubblica su grandi progetti infrastrutturali e di manutenzione del territorio.
Il modello Eurozona consiste in pacchetti di austerità di varia confezione finalizzati alla riduzione del debito pubblico e all’innesco di un ciclo virtuoso del denaro: taglio della spesa pubblica, aumento della pressione fiscale, recupero della produzione industriale e della domanda di beni di consumo e durevoli, recupero di livelli fisiologici e socialmente accettabili della disoccupazione.
Le due strategie dovrebbero consentire di far ripartire la “crescita” economica e, nel lungo termine, riassorbire il debito pubblico e riportarlo entro limiti sostenibili.
Il pericolo del modello USA/Giappone è quello che la domanda artificiale innescata dalla enorme liquidità non sia in grado di far ripartire la dinamica macroeconomica di crescita e che in tempi più o meno brevi il sistema sia destinato a nuove, catastrofiche ricadute, se non addirittura al default. Tesi questa sostenuta da Gerardo Coco dell’Istituto Bruno Leoni.
Il pericolo del modello Eurozona è che la pressione fiscale necessaria a breve termine per rendere credibile ai mercati la strategia di stabilizzazione finanziaria deprima e spinga in recessione permanente il sistema macroeconomico e impedisca il recupero di una dinamica di crescita e, in ultima analisi, l’abbattimento del debito pubblico e il suo ridimensionamento entro limiti sostenibili.
Una condizione comune ai due modelli è che i mercati finanziari mantengano la fiducia necessaria all’accesso al credito per il periodo per il quale le due strategie devono essere finanziate prima che i nuovi equilibri non vadano a regime.
L’altra condizione che sarebbe opportuno controllare è quella di una visione chiara delle strategie e delle loro fasi di svolgimento, indicatori di feedback per consentirne la guida e la gestione nonché la eventuale “correzione” in progress.
La differenza politica fra le due strategie è che mentre il modello USA/Giappone non implica durezza o eccessivi sacrifici sui soggetti nel breve termine a fronte di rischio sul lungo termine, il modello Eurozona richiede sacrifici a breve a fronte di una ipotesi di futuro più sereno. Tutte e due le strategie hanno una condizione di rischio: il successo non è sicuro e i tempi non sono certi.
Allo stato attuale non si danno altre possibili strategie se non combinazioni di varia caratura fra le due ricette sopra schematicamente proposte: keynes più laissez faire, austerità più keynes, austerità più laissez faire etc. Le scuole degli economisti discutono, non sempre serenamente. La sensazione è che si navighi a vista in acque inesplorate… uncharted territories. Sulla vecchie mappe c’era scritto “hic sunt leones”… Notte in cui tutte le vacche sono nere come ebbe a dire Hegel commentando le tesi filosofiche di Schelling. L’incertezza è anche dovuta al fatto che la GFC ha sovvertito tutte le grammatiche del monetarismo storico, e nuove teorie non sono disponibili né tantomeno provate.

 

Il caso italiano.

L’Italia soffre di tre condizioni negative:

  1. scarsa credibilità “storica” del nostro Paese;
  2. instabilità delle coalizioni di governo;
  3. sedimentazione strutturale del debito pubblico;
  4. forte condizione ideologica sul dibattito

 

Scarsa credibilità “storica” dell’Italia: per una tradizione storica e culturale nel mondo anglosassone e in Europa l’Italia non ha un profilo di grande affidabilità. Siamo apprezzati per la “vivacità” per l’”intelligenza”, per il “made in Italy”, per la “cucina italiana” e in genere per tutta una serie di connotazioni di “colore folkloristico”, ma non per la “solidità”, la “coerenza” e per la “reliability”. Che questo clichee sia ingiusto e basato su leggende idiosincratiche può anche essere vero, ma è un profilo con il quale purtroppo dobbiamo fare i conti.  Gli stessi che ne sono sostenitori quando hanno modo di conoscere meglio il “profilo” italiano e di verificarlo in circostanze pratiche si rendono conto che il carattere della gente italiana e del Paese è molto diverso dal clichee: la vivacità e l’intelligenza si associano sempre a una grande capacità di adattamento, resilienza e tenacia. Doti che sono il portato di una storia durissima secolare di difficoltà e di battaglie esistenziali. Il “profilo italiano” in genere emerge vincente e competitivo proprio nelle difficoltà e nelle crisi. Le testimonianze nel merito occupano volumi e sono storiche. L’altro tragico clichee che ci condanna è quello della “mafia”: su questo marchio sarebbe opportuno fare riflessioni serie sia a livello politico che a livello sociale e culturale. La penetrazione e diffusione della metastasi mafiosa nel tessuto sociale e imprenditoriale italiano, nella politica, nella finanza è una condanna letale per la nostra credibilità. Uscire da questa marcatura è una priorità urgente, ma non sarà né facile né problema di breve tempo. Un segnale di intenzione politica seria e vigorosa avrebbe un forte significato sull’immagine attuale del Paese.

Instabilità delle coalizioni di governo: il conto dei governi che si sono succeduti nella storia della Repubblica dopo la Seconda Guerra Mondiale non manca mai di stupire gli interlocutori internazionali: 62 governi, 26 primi ministri dalla proclamazione della Repubblica nel 1945. Questi numeri nascondono la caratteristica di “continuità” della “governance” italiana garantita dalla inamovibilità della burocrazia. Una caratteristica che può avere segno positivo, ma anche caratterizzare il sistema come fortemente sclerotico e reazionario, nonostante l’alternanza o la dinamica della guida politica. La situazione attuale con la “strana” coalizione non aiuta. Quello che meraviglia è la leggerezza puerile con la quale gli attori del teatro politico italiano si esercitano nel gioco della contrapposizione e dell’antagonismo spurio come scimmiette litigiose nelle gabbie di uno zoo. È urgente e indispensabile una severa azione (Napolitano? Letta? I media?) per far  comprendere a questa sotto-cultura quanto questi atteggiamenti siano dannosi per la credibilità del Paese oltre che massacranti per la personale credibilità dei soggetti.

Sedimentazione strutturale del debito pubblico:

Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato

 


La percentuale di spesa dello Stato al lordo dei trasferimenti ad altre AAPP secondo i criteri della contabilità nazionale non è identica alla quota del bilancio dello Stato. Ne fornisce tuttavia una buona approssimazione (al netto del rimborso dei prestiti).

Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato

I due diagrammi indicano due problemi nodali per una strategia di razionalizzazione (cioè riduzione) della spesa pubblica: la quota rilevante della voce “protezione sociale” e la importante percentuale (27%) della spesa rappresentata dai trasferimenti dalla amministrazione centrale ad altre amministrazioni pubbliche (Regioni, Province, Comuni). Qualunque strategia di controllo e razionalizzazione della spesa comporterà “sacrificio” sociale e significativa responsabilizzazione delle Amministrazioni alla periferia dello Stato. Interessante notare come tagli delle spese militari, anche pesanti, avrebbero un effetto marginale sulla spesa complessiva: contrariamente a quanto proclama la vulgata corrente.
I trasferimenti dello Stato ad altre amministrazioni pubbliche (AAPP) hanno rappresentato nel 1980 il 32,9% della spesa pubblica complessiva, nel 1985 il 37 %, nel 1990 il 28,%, nel 1995 il 24,1% nel 2000 e nel 2005 il 23,5% e nel 2009 il 26,9%.
Forte condizione ideologica sul dibattito: a causa della volatilità sui fondamenti o del vuoto di elaborazione teorica sul problema seguito al terremoto della GFC, il dibattito sulla macroeconomia, non solo in Italia, è caratterizzato da una forte condizione ideologica. Con molta approssimazione: il pensiero degli economisti “liberal” è favorevole al modello keynesiano, capo riconosciuto della tendenza Paul Krugman, mentre la linea dell’austerità fa capo alla scuola degli economisti del IMF (International Monetary Fund) il cui capo Olivier Blanchard ha però recentemente ammesso di avere dei dubbi. La linea di demarcazione fra le due scuole di pensiero macroeconomico non coincide necessariamente con la linea di demarcazione fra le aree ideologiche destra e sinistra. Tutto il settore e tutte le scuole sono peraltro in fase di riallineamento.

La nostra anomalia
La percentuale del bilancio che l’Italia deve riservare per pagare gli interessi sul debito pubblico varia tra l’8% e il 13% in funzione delle scadenze dei vari titoli emessi. Più o meno il doppio della nostra concorrenza Europea. Il grafico rappresenta chiaramente l’anomalia Italiana rispetto agli altri paesi dell’Eurozona.

Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato

La “vendita dell’argenteria” (patrimonio demaniale, Società dello Stato o a Partecipazione statale),  potrebbe ridurre il debito sovrano e quindi alleggerire la quota degli interessi da pagare ogni anno: una scelta che deve essere valutata strategicamente. Il significato in termini di immagine e di credibilità sui mercati di questa operazione potrebbe essere superiore al suo effettivo valore monetario. Secondo l’esperienza fatta in precedenti occasioni lo Stato è un pessimo venditore della sua “argenteria” e ci ha sempre rimesso a vantaggio di intermediari e controparti molto più abili e spregiudicate, per non dare definizioni più crude.

Conclusione.
Una strategia di riduzione della spesa pubblica italiana, di eliminazione degli sprechi e di tagli lineari o selettivi, si presenta con forte potenzialità per il margine di spreco che oggi la caratterizza, sia per quanto concerne la spesa diretta dello Stato centrale che per quanto concerne la spesa delle altre amministrazioni pubbliche (Regioni, Provincie,  Comuni et al.). Sui sistemi di spesa complessi tagli lineari dell’ordine del 5% dovrebbero essere assorbiti, previa iniziale protesta di prassi, senza molte difficoltà e senza sensibili sacrifici o riduzione dei servizi erogati. Percentuali superiori dovrebbero essere disegnate in modo specifico, qualificato e selettivo e potranno comportare “sacrificio” sociale più o meno severo.
Tutta la strategia di revisione della spesa pubblica richiede un governo autorevole e compatto e la totale incondizionata collaborazione delle burocrazie amminstrative a tutti i livelli del sistema amministrativo. La strategia dovrebbe consentire, in un secondo tempo, l’alleggerimento del peso fiscale e di conseguenza la promozione di investimenti e l’innesco di un ciclo virtuoso del denaro, non necessariamente di “crescita” quanto piuttosto di “qualificazione”.