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Cultura di Torino

TITOLO: Il "Delle Alpi" e gli Architetti

WRITTEN BY: Lorenzo Matteoli

DATE: Dicembre, 1999

 

Commento sul conformismo della Facolta' di Architettura di Torino
e sulle
responsabilita' culturali dell'Universita' in genere.



Molti docenti svolgono sistematicamente con gli allievi analisi, indagini, studi progettuali ed elaborano proposte sui problemi della citta': il centro storico, le periferie, i Murazzi, i "vuoti" industriali", i parchi urbani, il verde pubblico, la viabilita', etc. Gran parte del lavoro di analisi e di proposta resta peraltro dentro le mura del Castello [del Valentino]: raramente la Facolta' si esprime in modo pubblico sempre timorosa di interferire e fiera della sua vera o presunta "
eburnea verginita". In qualche caso il lavoro degli studenti e dei docenti fa parte di contratti tra la Facolta' e la Citta', ma i risultati restano quasi sempre una cosa privata fra gli Assessori committenti e i responsabili accademici: gli archivi della Civica Amministrazione (e della Facolta') sono abbondantemente forniti di un formidabile catalogo di buone intenzioni e di buone illusioni ed e' un peccato che il patrimonio di idee e di pensiero non trovi una risposta piu' significativa dell'oscuro silenzio degli armadi. Non tutto e' perduto comunque: le idee prodotte contribuiscono alla crescita di una cultura generale sulla citta' che, prima o poi, da' sempre i suoi frutti.

La Facolta' ha, comunque, una responsabilita' precisa sul territorio in quanto da oltre 50 anni forma i professionisti che su questo operano e i funzionari che, per la Citta,' lo rappresentano.

Nel caso della decisione stadio nel 1987 la Facolta', e precisamente il Dipartimento Territorio, organizzo' una "rappresentazione" dove i docenti svolsero i ruoli delle diverse parti: la Concessionaria, l'assessore, le squadre, l'opposizione, i costruttori, i verdi etc. e simularono lo scenario della vicenda. (Se non ricordo male Attilia Peano aveva il ruolo di "assessore allo sport", Roberto Gambino quello di "assessore all'urbanistica", Riccardo Quarello era il "verde", ma potrei sbagliare) Alla rappresentazione segui' un ampio e approfondito dibattito. Non seguii a quel tempo la cosa perche' impegnato nella vicenda "reale", ma ritenni l'esercizio interessante anche se il tenore complessivo della simulazione era critico e sotto molti aspetti polemico nei confronti della decisione di costruire un nuovo stadio. Ma la "rappresentazione" servi' per informarsi e informare in modo meno subalterno della banale lettura delle cronache della stampa locale.

Dopo quell'iniziale interesse la Facolta' ha ignorato la vicenda e ognuno si e' informato secondo le personali predilezioni. Io ho prodotto diversi documenti e uno e' stato anche stampato (a mie spese) cercando di fornire un quadro che sfuggisse al paradigma cucinato dalla stampa che rifletteva sostanzialmente il "teorema" del PCI. Ma pochi lo hanno letto: era un compendio delle "solite querimonie" di Matteoli come le chiamava Carpanini e quindi non degno di molta attenzione. La vicenda, nell'immaginario della Facolta', e' quindi rimasta sostanzialmente designata dal tenore della sistematica campagna dei media torinesi: una roba della quale era meglio non occuparsi, un pasticcio, chissacosacedietro... per alcuni. Per altri, la grande maggioranza, piu' attenti lettori dei Recanatesi e dei Lorenzi Mondo una "vergogna", "il mal de la cittade", la "colonna infame", la "follia degli anni 80", lo "stadio del malaffare". Non avevo gli strumenti per contrastare la marea e alla fine del servizio di assessore nel 1992 scelsi di andare via piuttosto che vivere in un ambiente che mi provocava un radicale rigetto. Quando nel Maggio del '96 il sindaco fece la proposta di demolire lo stadio questa fu accolta dalla Facolta' con indifferenza e quasi con sollievo: finalmente si sarebbe cancellato dalla faccia di Torino il monumento dell'infamia degli anni '80.

La reazione dei colleghi professori era quasi scontata, dato il feroce condizionamento operato dai media torinesi, ma una riflessione piu' generale si impone, specialmente alla luce di quello che e' successo dal '96 ad oggi.

Non e' privo di interesse il fatto che docenti della Facolta' informati nel 1999, con una certa brutalita', sulla documentata storia della vicenda si svegliano da un lungo sonno, si meravigliano e scoprono, chi il "quadro inedito", chi la "luce inquietante" chi la "irragionevolezza" di Castellani e "l'ambiguita'" di Corsico. Rigorosi operatori professionali della ricerca storica, scientifica, progettuale che si sono sempre blandamente affidati alla "stampa" e al "sentito dire". Proprio coloro che insegnano l'imperativo' del rigore documentale, che venerano solo le "fonti" originali, che credono solo alla evidenza fisica sperimentale diretta, che insegnano la ineludibile chiarezza della prova matematica, del calcolo e del "metodo" scientifico, candidamente mi comunicano il loro stupore nell'apprendere che le cose sono diverse dal paradigma cucinato dalla stampa d'ordine torinese e da quello che avevano sempre acriticamente pensato.

Improvvisamente si rendono conto della "luce inquietante" della "irragionevolezza" della "ambiguita'", del "quadro inedito".

Francamente trovo preoccupante la blanda inerzia della Facolta' di fronte alle attuali proposte di Castellani e Corsico e non posso fare a meno di confrontarla con il diverso, vigile, atteggiamento della stessa Facolta' nel 1987 quando il Dipartimento Territorio e un gruppo numeroso di docenti senti' la necessita' di aprire un dibattito pubblico, critico, documentato sulla iniziativa della Civica Amministrazione. Avevo allora appena terminato il mio servizio di Preside ed ero ancora direttore di un Dipartimento del Politecnico (Scienze e Tecniche per i Processi di Insediamento) oltre che l'assessore competente per lo stadio.

Cosa e' cambiato? Cosa c'e' di diverso oggi? Perche' allora si potevano prendere iniziative critiche e oggi non ci si pensa nemmeno? Eppure la provocazione della proposta di Castellani/Corsico e' violenta: nel 1987 si voleva fare uno stadio nuovo, qualificare a nuove funzioni quello vecchio e qualificare una vasta porzione di territorio della zona nord Ovest di Torino con infrastrutture il cui significato andava ben oltre la specifica congiuntura dello stadio. Il patrimonio della Citta' e dei Torinesi e la qualita' complessiva della Citta' venivano decisamente incrementate. Oggi si dismette (per la demolizione) a titolo pressocche' gratuito un manufatto del valore di centinaia di miliardi si cedono, sempre in termini di grande liberalita', se non a titolo gratuito, vaste aree di territorio attrezzato e infrastrutturato. Si premia, con concessioni del valore di altre centinaia di miliardi un soggetto privato il cui unico merito e' la ricattualita' avida e la arroganza con la quale tratta la cittadinanza intera. I torinesi vengono espropriati e impoveriti per i prossimi cento anni (durata dell'enfiteusi chiesta dalla Juventus) per valori patrimoniali di migliaia di miliardi. E la Facolta' asssiste silenziosa. A dir poco silenziosa. L'asservimento al potere sembra essere il carattere dominante di questa cultura "accademica". E' interessante registrare che un sindaco socialista e un assessore socialista potevano essere liberamente criticati. Con un sindaco di marca PCI e unto dalla Fiat e' meglio "adattarsi". Bravi professori e colleghi! Don Abbondio docet! Il fascismo e l'arroganza del potere in Italia sono il necessario corollario di questo costume servile.

Il bavaglio della "correttezza politica" imposto dalla partecipazione del PCI/PdS al governo cittadino e' cosi' stretto? Il "timore" di offendere "compagni" e futuri possibili committenti e' cosi' forte? Una Amministrazione pentapartita a guida socialista poteva essere oggetto di critica e sfida, un assessore-collega si poteva liberamente e duramente criticare, ma l'attuale governo cittadino di marca PCI/Fiat e' intoccabile? Il "pacchetto" cucinato dai cronisti di servizio della Stampa e' assunto come "dettato" da una Facolta' che non ha mai avuto timidezze nei confronti del potere quando questo non era marcato dal PCI? O la Facolta' e' cambiata? Nel 1987 era Preside un collega di marca socialista (Gigi Mazza) e io avevo appena finito il mio servizio di sei anni alla Presidenza: il mio programma era stato di forte ricostruzione e incoraggiamento della dialettica interna ed esterna assopite da dodici anni di guida cattolica/comunista (Mario Federico Roggero/Roberto Gabetti/PCI/CGIL).

E' possibile che otto anni di conduzione della Facolta' da parte di una cultura "vicina" al PdS/PCI (Riccardo Roscelli, Carlo Olmo e Vera Comoli) abbiano cosi' pesantemente cloroformizzato e assuefatto lo spirito critico dei docenti? Oppure il conformismo servile consente solo di criticare chi non e' unto dal PCI? E se questo fosse esattamente quello che sta succedendo con il famigerato Berlusconi? Dalema finanziava Milosevich con il silenzio connivente di questa sinistra cosi' attenta alle vaccate di Berlusconi. E' piu' rischioso, Italia, criticare la sinistra che criticare la destra. O no?

Va detto con molta franchezza: la responsabilita' dei "professsori universitari" deve essere diversa dalla responsabilita' dei giornalisti del regime. Un "professore universitario" non puo' permettersi di essere lettore comodamente conforme o ascoltatore di "sentito dire". L'uso delle virgolette e del grassetto per "professore universitario" non e' casuale. La parabola dei talenti insegna ancora.

E veniamo al punto importante: si vive in Italia un momento politico oscuro. Una sinistra inesistente e disorientata, una destra non plausibile, un centro farraginoso, equivoco e inaffidabile. La stampa e i media comprati dalle diverse parti e a tutti i livelli. I "vati" di mille stagioni consumati e frusti, silenziosi o ridotti al silenzio. Nel vuoto si sprecano parole e si scatena la forza di coloro che invece hanno fini, scopi, obbiettivi precisi: gli "smanagers" degli affari grandi e piccoli, il profitto individuale, lo scippo aziendale, la rapina corporativa. Questi comprano tutto: idee, stampa, media, giornalisti, cronisti, uomini, professori, consulenti, progettisti, partiti, squadre di calcio, tifosi e pallone, e tutto strumentalizzano per lo scopo aziendale. Crollati i muri, e i contromuri, crollate le ideologie, sono crollate anche le tensioni ideali, il "telos" utopico o razionale che motivava un impegno sociale, una visione transgenerazionale, la sensazione e la volonta' di futuro. Il "progetto" , con un termine nostro, si e' svuotato. L'operare quotidiano senza quel "progetto" diventa deprimente e insulso e la prassi avida prevale su tutto, e tutto travolge.

Ora, se l'unica categoria di persone capace di critica, e proprio per questo fine ben pagata dallo Stato, tace o si adegua al quadro conforme le cose sono veramente tristi.

Perche' sia chiaro, amici o compagni, non e' solo la didattica e la ricerca quello che siamo tenuti a fornire in cambio dello stipendio (e nel mio caso della pensione), ma anche, ed essenzialmente, e prima di tutto, un pensiero libero e la sua espressione. Ancorche' scomoda. La sola ipotesi della massa pecorile che altrimenti si produce attraverso l'Universitas Studiorume' agghiacciante: tutto materiale di consolidamento per il "paradigma" dei futuri regimi. Tutti nuovi "comodi e conformi lettori" e ascoltatori dei sentito dire.

Quindi non e' lo Stadio delle Alpi e la sua vicenda torinese: e' l'aggressione alle istituzioni della democrazia, ai valori di una societa' libera, ai modelli di un socialismo che, tradito dai socialisti in Italia, ha oggi piu' ragioni che mai di essere difeso, ricordato e praticato.

Non dobbiamo fare rivoluzioni: ci sono le strutture, sono gia' installate le liturgie, i riti, i canoni della democrazia liberale/socialista. Basta occupare questi spazi con l'espressione critica e attenta della nostra opinione e non lasciarli deserti, con il comodo silenzio che non si distingue dalla connivenza.
Il coraggio di dire le cose che altri non possono dire: la vitale funzione dell'intellettuale secondo Regis Debray.

Ci vorranno anni prima che questa banale verita' trasudi attraverso la resistenza conservatrice delle burocrazie, del potere consolidato, del paradigma conforme e dei media di regime, ma come tutte le banali verita' alla fine sara' facile da leggere per tutti. Non e' una sanguinosa e torbida rivoluzione ogni cento anni, e' il libero scetticismo quotidiano quello che cambia il mondo. Il coraggio di avere una opinione, di esprimerla, di sbagliare e di cambiare, di apprendere e di insegnare: la funzione dell'Universita'.

Nota 1. Tanto per non dimenticare ecco due citazioni sulle due dialettiche fondamentali che devono garantire lo svolgimento della funzione culturale e critica di una Facolta' Universitaria: sono tratte dal documento con il quale nel 1981 presentai la mia candidatura per la Presidenza della Facolta':

"La dialettica interna: la condizione fondamentale che consente identificazione, collocazione critica e presenza sui problemi emergenti e sulle diverse priorità, ed è uno strumento insostituibile di 'autoregia' per un sistema complesso come quello nel quale operiamo. Non esistono modelli o formule che consentono l'innesco di questo costume in modo automatico e immediato e, anzi, è necessario fare molta attenzione ad ogni forzatura perché si rischia il rifiuto e il rigetto categorico. L'istruzione di un comportamento comunicazionale aperto è un programma a lungo termine che, peraltro, ha il suo momento fondativo nella posizione immediata della sua necessità. Ogni atto compiuto e decisione all'interno della Facoltà deve avere presente questo obbiettivo. "

"La dialettica esterna: il collegamento vivace con il contesto e con tutte le forze che vi operano, è la base per una continua finalizzazione del servizio didattico e di ricerca alle esigenze storicamente emergenti e, in ultima analisi, la struttura fondamentale per garantire ai nostri laureati lavoro e competenza. E' da questa dialettica che si consolida e si definisce il ruolo di 'guida' che è fondamentale responsabilità dell'Istituto Universitario rispetto alla Società per la quale vuole operare." 

Lorenzo Matteoli