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Bibliography
Bibliografia
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Utopia and Environs, September, 1995
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Crude and Dangerous, April, 2000
City Futures, May, 2002
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Gabriella Peretti, Verso l'Ecotecnologia in Architettura, BE-MA Editrice, Milano 1997.
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Franco Battaglia, scritti vari ne http://www.ilgiornale.it/la_aut.pic1?ID=5750
altri scritti e documenti "contro":
http://globalwarmingscare.wordpress.com/category/scientist-who-oppose-global-warming-theories/
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TITOLO:
35 years after Yom Kippur: idee per la transizione |
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WRITTEN BY:
Lorenzo Matteoli |
DATE:
Marzo 2008 |
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Energia, sostenibilità, ambiente:
una riflessione dopo 35 anni dalla crisi del kippur
(1973)
Idee per la transizione
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Lorenzo Matteoli
Per l’ICCI Magazine di Perth
Marzo 2008
Mi occupo di energia dal 1973. Di ambiente dal 76. Di sostenibilità dal 77. Nel 78 ho scritto, insieme ai miei ricercatori, (1) il primo manuale italiano di tecnologia e ambiente. Titolo “Azione Ambiente”. 500 pagine: solare, vento, biomassa, sistemi integrati. Economia delle alternative. Metodi di calcolo e dimensionamento di collettori solari, normative per la integrazione edilizia dei collettori. In quel libro dettavo, per la prima volta in Italia, la regola fondamentale di una strategia di transizione energetica/ambientale:
A. prima si elimina lo spreco (cambiando le tecnologie, aumentando le efficienze di primo e secondo ordine)
B. poi si risparmia (cambiando il modello di uso, le abitudini, la cultura dell'utenza)
C. poi si mettono le energie alternative
Elementare per evitare di mettere nuova energia, di qualunque genere, ma sempre più costosa, su un sistema che ne spreca e che non usa razionalmente l’energia disponibile. Una sequenza in apparenza banale, ma stranamente ancora oggi sovranamente ignorata dai responsabili politici delle decisioni energia/ambiente. Nel 1978 abbiamo realizzato il più importante progetto europeo di edifici (a basso costo) riscaldati con energia solare. 500 alloggi di case popolari in Piemonte con un finanziamento della Commissione Europea. Collettori ad aria che con la ventilazione forniscono anche una quota del 30-35% del carico termico degli edifici. Sono ancora oggi funzionanti dopo quasi trent’anni. Per la Commissione Europea abbiamo fatto molti altri progetti: scuole, agricoltura, allevamenti zootecnici. Ci siamo poi occupati di energia e territorio con due studi che sono stati fondativi della disciplina in Italia: un modello della Sardegna basata sulle rinnovabili “Sardegna 2010” e un progetto per l’Isola di Pantelleria “solare”. La metodologia di questi due studi è stata poi ripresa dall’ENEA e dal CESEN e applicata ad altre regioni Italiane. Una delle emergenze di quelle esperienze fu che il modello energetico di un territorio è legato alla cultura insediata: non si cambia l’uno senza intervenire sull’altra. E viceversa. Il progetto su Pantelleria venne ucciso dalla forzata fornitura all’isola di un dissalatore multiflash da parte dell’EFIM. Oggi inutilizzato. (2) Nel 1981 ho cominciato con il mio gruppo di ricercatori a occuparmi di patologia dei climi urbani e delle ipotesi tecnologiche e di pianificazione per la soluzione del problema: malattia delle città. Lo studio è compendiato in una ricerca commissionata dal CNR Energetica “Tecnologie per il controllo della patologia dei climi urbani.” Fatto in collaborazione con l’Istituto Ricerche Ernesto Breda prima della sua criminale liquidazione da parte dell’EFIM. Nel 1993 sono andato in pensione e sono venuto a vivere a Perth, dopo tre nni di servizio come addetto scientifico all’Ambasciata Italiana di Jakarta. Nel 1998 ho tenuto una lezione all’RMIT (Royal Melbourne Institute of Technology) dal titolo “Beyond Sustainability” e nel 2002 proponevo al RAIA un progetto di seminario annuale sul tema Cityfutures. Not quite appreciated by the RAIA Chairman of the time. Il progetto Cityfutures elaborato per il RAIA è stato poi pubblicato nel 2002 dall’Accademia dei Lincei nel convegno di Roma “Nuova cultura della città”. Quando oggi vado alle conferenze e ai seminari sull’energia, e sull’ambiente in Australia, in Europa, in Canada e negli Stati Uniti, mi diverto, pateticamente: è come frequentare i luoghi della mia giovinezza accademica. Faccio uno sforzo per capire come mai tutte le cose dette e previste da trentacinque anni a questa parte non sono successe e non succedono, oppure succedono molto, molto lentamente. Quale errore ha commesso la mia generazione, ed io; come abbiamo fatto a fallire in modo così clamoroso, su un problema di questa evidenza e di questa portata. È stato un vero fallimento? Ed è poi vero che si sia commesso un grave errore? Ed esattamente quale e quando?
Forse conviene riprendere il dibattito alla luce di quello che è avvenuto in trentacinque anni e di quello che sta avvenendo oggi, allo scopo di ri-orientare l’impegno e ridefinire alcune priorità. Ho sempre creduto che guardare criticamente al passato serva in qualche modo ad avere una idea del futuro.
La fattibilità del progetto alternativo. Secondo il senso comune conforme e “accademico” ci sono alcuni punti fermi, per qualunque progetto, in qualunque settore:
* il progetto deve rispettare le regole dell’economia corrente, deve garantire convenienza e profitti a chi investe nell’ambito dell’economia in essere e nei termini di tempo che questa impone ai suoi operatori.
* Il progetto deve essere gestibile e praticabile dalla professioni disponibili sul territorio.
* Il progetto deve essere comprensibile agli enti responsabili per il suo finanziamento e la sua gestione.
* Le tecnologie necessarie devono essere testate e affidabili.
* Le implicazioni ambientali a breve, medio e lungo termine devono essere chiare e risolte.
Sembrano tutti solidi elementi di buon senso. Oppure no?
Decisamente no. Non lo sono.
Infatti, se questi punti fossero veri, difficilmente potrebbero esserci cambiamenti, svolgimenti, evoluzioni, modifiche di qualsivoglia genere. Tutto sarebbe immobile e le decisioni automatiche e prive di alea: perchè sono condizioni difficilmente probabili nella dinamica reale. Ecco come potrebbero venire espressi questi punti in modo più congruente con la complessità del mondo reale:
** l’economia corrente deve necessariamente essere forzata, possibilmente senza strappi, e ai limiti della capacità di comprendere della gente. Ci sono sempre resistenze, qualche volta comprensibili se non giustificabili.
** i profitti e la convenienza ci possono essere, ma a fronte di rischi poco valutabili, ci possono essere vantaggi a lungo termine a fronte di svantaggi a breve.
** le professioni disponibili devono essere capaci e avere gli strumenti per attrezzarsi per l’innovazione e per le nuove competenze, si deve tener conto degli investimenti e dei tempi necessari. Ci deve essere un servizio di aggiornamento professionale continuo, una condizione necessaria.
** gli enti responsabili devono accettare l’alea e i privati devono essere protetti da rischi eccezionali.
** le tecnologie devono essere plausibili e devono essere effettivamente in grado di sostituire energia fossile e di tutelare l’ambiente, per una durata di tempo capace di compensare l’investimento effettuato, ma non potranno essere assolutamente provate, è necessario coprire con adeguata assicurazione l’alea perché il privato non si debba accollare rischi per conto della collettività.
Questo secondo sistema di condizioni è più realistico, meno chiaro, dai contorni meno definiti e decisamente molto più difficile da svolgere. Ma queste sono le vere regole del gioco. Vediamo dunque come si deve operare nell’ambito di queste regole meno limpide e più reali. (3)
L’economia della transizione. La salute energetica e ambientale di una società avanzata è un problema transgenerazionale: questa generazione deve farsi carico di porre le basi per un futuro decente e deve investire per ritorni che saranno disponibili in termini di sicurezza ambientale ed energetica solo fra 50-70 anni. Purtroppo si deve agire nell’ambito di un paradigma economico che non prevede i costi ambientali attuali e tantomeno quelli futuri: energia e ambiente sono esternalità perché al tempo dei fondatori dell’attuale economia (da Adam Smith, David Ricardo, John Stuart Mill, Leon Walras, Karl Marx, fino a John Maynard Keynes) energia e ambiente non erano un problema ed erano assunti come entità illimitate. Tutto sarebbe molto più semplice, e forse né l’energia né l’ambiente sarebbero oggi un problema, se il loro valore fosse stato correttamente computato e pagato fin dall’inizio dell’evo moderno. Un concetto che va ripetuto: questa generazione ha indubbiamente goduto di molti vantaggi risultati dal “furto” ambientale sistematico degli ultimi secoli: now it’s payback time. Ma il debito nei confronti delle prossime generazioni deve essere supportato e pagato dalla collettività, non è giusto accollarlo ai singoli.La sostituzione dei combustibili fossili, ovviamente parziale, con fonti alternative ambientalmente più compatibili non può avvenire quando le alternative devono competere con prezzi del gas naturale, del carbone e del petrolio che sono tenuti artificialmente bassi. L’attuale prezzo del barile a 108 dollari (13 Marzo 2008), che può sembrare altissimo, non lo è. Infatti il potere di acquisto di 30 Dollari US nel 1973 equivarrebbe nel 2007 alla cifra di 139.94 Dollari US (4) . (Lawrence H. Officer and Samuel H. Williamson). Nel 2008 potrebbe essere circa 144.00 Dollari US. Gli incentivi che vengono dati, esenzioni fiscali, o finanziamenti a tassi agevolati sono ben lontani dal compensare la spesa incrementale di chi, sensibile all’appello ambientale, vuole riscaldarsi con l’energia solare o produrre la sua elettricità con l’energia eolica o con il fotovoltaico. Qui si incrocia un altro conflitto di interessi: i governi (specie quello italiano) sono restii a dare incentivi per sostituire i combustibili fossili dai quali traggono un enorme gettito fiscale, questa resistenza, che verrà sempre negata politicamente, è nei fatti. Se nel costo dei combustibili fossili dovessimo inserire i costi ambientali, sociali, della morbilità, geopolitici, bellici necessari alla loro acquisizione, e conseguenti alla loro combustione e smaltimento dei residui solidi e gassosi, l’energia solare e quella eolica sarebbero già solidamente insediate. Questi costi, invece, oggi vengono elegantemente qualificati come “esterni”, e messi a carico delle future generazioni e saranno economicamente e ambientalmente catastrofici. Il dibattito di quanto questo sia giusto, opportuno o conveniente non appartiene a questo mio breve appunto, non è dei più semplici da svolgere: è materia per filosofi ed esperti di etica (o non-etica). (5) Purtroppo ci almanaccano, devastando, anche le religioni e i preti. Questa generazione, comunque, ha goduto dei notevoli vantaggi conseguenti ai furti ambientali di almeno 10 generazioni precedenti. Nell’ipotesi che prima della rivoluzione industriale l’insediamento antropico sul Pianeta avesse connotazione sostenibile. Payback time?
Quello che dopo trentacinque anni di discorsi e di battaglie, energetiche, ambientali, economiche, accademiche e radicali, è preoccupante è vedere che la strumentazione per la “transizione” dall’età del petrolio al “dopopetrolio” oltre ad essere ancora lontana nel tempo è anche lontana concettualmente e politicamente: non esiste nemmeno la traccia di un “progetto” della transizione. Come la recente conferenza sul “climate change” delle Nazioni Unite a Bali ha messo in drammatica evidenza. (Bali, Nusa Dua, 3-14 Dicembre 2007) (6) Sui tavoli dei centri decisori competenti non si vede una sequenza tecnicamente praticabile sulla quale impegnare un programma politico e finanziario, un disegno, anche a grandi linee, delle tecnologie, un elenco delle condizioni e delle priorità per una strategia, anche approssimativa. Per non parlare di un progetto credibile, assistito da volontà credibile e da adeguata strumentazione politica e plausibile strategia finanziaria. Questo vuoto di visione politica e progettuale è anche più drammatico se si tiene presente la crescita esponenziale che caratterizza tutti i sistemi antropici e di insediamento: popolazione, agricoltura, città, trasporti, processi industriali. Fatti salvi fenomeni di immane portata (e catastrofica) non prevedibili la popolazione mondiale nel 2030 potrebbe essere di 8 miliardi di persone (9 secondo la previsione massima delle NU, 7 secondo la minima) concentrate per il 75% nelle grandi conurbazioni. Rispetto ai 6 miliardi attuali.
Ogni tanto qualche giornalista furbo e ignorante, citando a spanne e senza verifica pezzi di relazioni scientifiche, propone l’età dell’idrogeno senza sapere (o volutamente tacendo) che per produrre una unità energetica di idrogeno ci vogliono almeno tre o quattro unità energetiche di combustibili fossili.(7) Recentemente un quotidiano autorevole come la Repubblica in Italia ha lasciato che un suo redattore proponesse come mirabolante soluzione l’auto ad aria compressa. Il pennuto giornalista (dotato di penna da scrivere) proponeva ai suoi lettori il pieno di aria compressa con una spesa di un euro e mezzo (mentre gli altri spendono 60 o 70 euro scriveva). Il dato preoccupante è che il soggetto (8) si qualifica anche come esperto in motori. La domanda su come (con quale energia e con quali rendimenti di sistema) si comprime l’aria non gli ha sfiorato l’anticamera del cervello. Volendo tacere degli altri problemi irrisolti: brina e gelo sui condotti e nel motore per la espansione del gas compresso, sicurezza delle bombole, peso delle bombole, rifornimento, autonomia. L’iniziativa della Tatra si qualifica come uno “stunt” fatto per altri scopi.
Corrente è la affermazione, e la convinzione di molti, che l’energia nucleare sia la soluzione: non è così. Secondo le previsioni dello studio NPC (2007 National Petroleum Council) l’energia nucleare nel 2030 potrà fornire solo il 5% della domanda anche in ipotesi (poco probabili) di un suo forte sviluppo. Per avere una idea sul sistema italiano (quattro moltiplicazioni sul rovescio di una busta): 10 centrali da duemila MW (20 mila MW sarebbero il 25% della potenza installata attuale e il 40% della domanda di picco) sostituirebbero circa il 15% della domanda di energia elettrica. Questa d’altra parte rappresenta solo il 30% della domanda complessiva: il 15% del 30% rappresenta il 4,5% della conversione globale italiana. Il tempo per costruire le 10 centrali, in linea ottimistica, potrebbe essere di 12 anni, e l’investimento di capitale oggi è difficile da valutare, ma sicuramente tale da rendere l’energia nucleare la più costosa fra tutte le alternative (fonte DOE). Le centrali arriverebbero tardi e, comunque, a fronte di un investimento enorme sostituirebbero solo una aliquota minima di combustibili fossili. Se quel denaro venisse investito in razionalizzazione del sistema (eliminazione degli sprechi) il ritorno energetico, sarebbe assai superiore al 5% e si potrebbe acquisire in tempi più brevi, con tecnologie, provate e sicure. Dopo 50 anni il parco delle centrali nucleari dovrebbe essere smantellato con metodi, tecnologie, strumenti ad oggi sconosciuti e a costi diffficili da immaginare. Lasceremmo alle generazioni future iun altro bel problemino da risolvere. Un'altra cambiale da pagare. Bisogna spiegarlo all’onorevole Casini che parla di energia nucleare con sovrana, irresponsabile incompetenza. Come un giovane boy-scout.
In Italia ci sarebbe anche un altro problema: un progetto nucleare avrebbe difficoltà a trovare personale specializzato e competenze per il progetto, la costruzione e la gestione delle centrali e questo personale si forma in non meno di dieci anni. I tempi necessari alla transizione sono un altro argomento interessante: a suo tempo il passaggio dal carbone al gasolio (non ancora completo oggi) richiese più di 100 anni. La rivoluzione tecnologica, strutturale, ambientale e culturale necessaria per il passaggio dai fossili alle energie di flusso è di complessità almeno 10 volte superiore su un sistema insediato almeno 100 volte più grande rispetto a 150 anni fa con una popolazione del pianeta 5 volte superiore. Vero che oggi la rapidità dell’innovazione tecnologica e gli strumenti disponibili sono molto più sofisticati e potenti di quelli del 1850. Comunque non ci vorranno meno di 70 anni, tre generazioni, dato molto prudente. Per questo periodo è necessario trovare le energie e le ingegnerie che supportino e alimentino la fase “intermedia”.
La transizione. Non è difficile prevedere che saranno i combustibili fossili a portarci al dopo-petrolio: certamente bruciati in modi molto diversi da quelli attuale. Certamente molto più costosi. Il compito difficile, oggi, è spiegare a operatori politici che pensano solo ai prossimi tre o quattro anni qualcosa che li obbliga a pensare ai prossimi venti, trenta, quaranta anni. È stato il compito che non siamo riusciti a svolgere negli ultimi trenta anni. O, perlomeno, che abbiamo svolto in modo decisamente insufficiente. C’è anche da dire che la collaborazione e la disponibilità dei soggetti è stata impervia.
I profitti della transizione. Se teniamo presenti i tre momenti (eliminazione sprechi, innesco risparmio, introduzione alternative) e li analizziamo in modo meno generico, possiamo fare alcune considerazioni utili. Prima di tutto la sequenza va gerarchizzata in modo coerente: è vero che non bisogna mettere energia alternativa (costosa) su reti e sistemi tecnologici colabrodo. È anche vero che certe tecnologie hanno tempi molto lunghi prima di poter arrivare alle reti di utenza, altre (se non tutte) richiedono cambiamenti radicali nelle reti di distribuzione, nella logistica di fornitura e nella cultura degli utenti. L’energia elettrica di origine fotovoltaica è fornita come corrente continua e quindi va risolto l’interfaccia con erlettrodomestici che funzionano e sono progettati per la corrente alternata. Come l’eolico-elettrico, il fotovoltaico ha dei tempi e dei cicli di conversione che sono accidentali e non possono essere modulati sulla dinamica quotidiana della domanda, se non risolvendo problemi di accumulo, non facili e comunque costosi. Oggi il problema è risolto, brillantemente, mettendo la energia di origine eolica o fotovoltaica, quando arriva, nella rete. I produttori/utenti prendono poi l’energia dalla rete, quando ne hanno bisogno, e pagano una cifra che è funzione della differenza fra quanto immesso nella rete e quanto estratto dalla medesima (tenuto conto del costo del servizio e di varie fiscalità). Con l’aumentare dei produttori/utenti il sistema tenderà ad andare in crisi e sarà necessario trovare altre soluzioni per la gestione delle incongruenze tra la disponibilità di energia solare nel tempo e gli andamenti della domanda. Bisogna quindi concepire e disegnare una strategia di transizione, e le relative tecnologie, che preveda l’adattamento graduale ed economico dell’interfaccia con le reti di distribuzione e con i modelli di utenza. In parte sarà possibile operare in termini di retrofit sulle strutture e sulle tecnologie attuali, in parte si tratterà di effettuare una sostituzione radicale dell’esistente: tutti aspetti e problemi che necessitano concezione logica e progettuale, attrezzatura tecnica e robusto investimento finanziario. Non ultima disponibilità culturale. Non è certo qualcosa che possa essere lasciato all’accidente della spontaneità del mercato e all’investimento dell’utente ultimo, come per ora si continua a cercare di fare in omaggio a una concezione vetero-capitalistica abbondantemente obsoleta.
Ci vuole una nuova visione politica, una nuova volontà politica, una nuova strategia finanziaria e un nuovo progetto tecnico. E una nuova cultura degli uomini che devono far funzionare il tutto.
Di tutto questo oggi, a trentacinque anni dalla crisi del Kippur, si vede poco sui tavoli dei decisori politici e degli strateghi industriali e meno ancora sul territorio o nel manifatturiero. Parole invece tante. Eppure ognuna delle fasi brevemente evocate comporta spazi di impresa potenziali enormi e ancora deserti o pochissimo frequentati, immani potenzialità per l’innovazione metodologica e tecnica, grandi potenzialità commerciali e di profitto premianti. La responsabilità dei governi è quella di operare con programmi che aprano questi spazi alla volontà di impresa, alla capacità e all’impegno dei singoli. I governi e i loro istituti finanziari devono avere la lungimiranza del progetto transgenerazionale, che non può essere chiesta alle singole imprese o ai soggetti individuali. Una volta che a questa lungimiranza si siano dati strumenti normativi e finanziari il mercato non deve più avere scuse per disimpegnarsi.
Le professioni per la transizione, il capitale umano. Nell’arco dei prossimi dieci anni il 60-70% degli attuali addetti al settore dell’energia (domanda e offerta) andrà in pensione. Già adesso siamo in presenza di una grave lacuna di offerta di competenza professionale e tecnica e i tempi necessari per la formazione di queste competenze sono dell’ordine di 10-15 anni. Uno dei problemi seri di questo fenomeno è la difficoltà di istruire e produrre curricula adeguati: le facoltà di ingegneria e architettura devono insegnare oggi a operatori che entreranno in funzione tra 10-15 anni. Devono insegnare qualcosa che dovrà essere ancora valido fra 15-20 anni: data la rapida obsolescenza dei patrimoni conoscitivi nel campo della scienza applicata e delle tecnologie questo problema richiede una radicale revisione degli istituti responsabili della formazione. Che sono già oggi afflitti da un problema di senescenza degli organici docenti e da una enorme viscosità del turnover. Un enorme investimento in ricerca e formazione è già molto in ritardo e nella volontà politica dei governi, non si legge una sufficiente attenzione al problema. L’investimento sulla formazione ha connotazione strategica e urgente. Un problema che vede quasi tutti i paesi OECD in crisi, e uno dei motvi dei costi elevati degli organici in tutto lo spettro (upstream e downstream) delle attività connesse alla energia. Di qualunque genere. Il carico didattico corrente sarà inoltre aggravato dalla necessità di fornire educazione permanente e di aggiornamento: non è difficile prevedere situazioni drammatiche in questo settore. Esiste un problema concettuale per l’organizzazione pratica dei processi formativi di competenze professionali nel campo dell’energia. Mentre sono chiare le discipline che governano il settore a monte della domanda di combustibili fossili (dalla prospezione geologica, alla coltivazione ed estrazione dei combustibili fossili, tecniche, tecnologie e metodi) meno definito è il campo per quanto concerne le discipline che governano le fonti alternative solare termico, solare PV, vento, biomassa, geothermal, onde marine, correnti marine a bassa velocità. Meno definito ancora è il campo della domanda: l’energia è una transdisciplina e investe ogni settore di attività antropica, coltivare, trasformare, produrre, trasportare, abitare, curare, prevenire. Per intervenire è necessaria visione sistemica. L’ottimazione energetica del sistema di trasporti e della mobilità limitata alla efficienza dei mezzi tecnici, non coglierebbe aspetti organizzativi, logistici e di struttura del territorio che sono invece, in molti casi, più importanti del consumo di combustibile per chilometro. Solo un esempio. L’innovazione tecnologica e progettuale indotta dalla condizione energetica richiede visione sistemica, competenze progettuali di ingegneria e di design che la sola competenza energetica non può coprire e che le articolazioni disciplinari tradizionali (Composizione architettonica, Progettazione Architettonica, Pianificazione Territoriale) non sono in grado di fornire.
Ci vuole il progettista architetto “energeticamente informato ”.
Basta leggere i programmi dei docenti di progettazione architettonica e composizione, guardare quello che esce dalle loro scuole, e vedere il prodotto degli attuali “maestri” (Daniel Libeskind, Frank O.Gehry, Rem Koolhaas, Peter Eisenmann, Zaha Hadid, Coop Himmelblau) per rendersi conto del problema. Che peraltro è anche un problema di educazione delle committenze.
La suddivisione dei rischi.
Le tecnologie Le tecnologie devono essere affidabili e devono durare il tempo necessario a restituire l’investimento in termini di denaro e di energia (e di ambiente ovviamente). Un criterio per la valutazione della convenienza energetica è quello semplice e di facile computo del “costo dell’energia conservata”. Il costo dell’energia conservata CEc si calcola come rapporto tra energia non consumata ogni anno e rata annuale per la restituzione del capitale investito secondo la formuletta:
Era
Cec = -----------------
Cxr
Era energia risparmiata o non convertita all’anno grazie alla tecnologia acquisita,
C capitale necessario per acquisire la tecnologia.
r parametro di annualità che tiene conto dell’interesse sul capitale e degli anni di probabile durata della tecnologia acquisita.
Un metodo semplice e di facile impiego (r si trova sui manuali per il numero di anni e l'interesse) proposto da Arthur Rosenfeld al seminario EEE di Santa Cruz nel 1978 .
Se CEC è superiore al costo dell’energia sostituita, la tecnologia non è conveniente se è inferiore, la tecnologia è conveniente. Se si tiene conto dei costi ambientali quasi tutte le tecnologie alternative sono convenienti. Se non se ne tiene conto si apre un dibattito: in poche parole gli interventi di incentivazione devono essere progettati in modo che il CEC sia sempre vantaggioso per il privato coprendo la differenza con finanziamento o incentivo della mano pubblica. Una cosa è certa: fino a quando l’ambiente e l’energia non avranno prezzi consistenti con il loro effettivo costo, per questa generazione e per le generazioni future, è difficile pensare di poter innescare una effettiva transizione. Come poi si debba distribuire l’onere economico fra individui e società è un interessante luogo di dibattito.
Una risposta cinica al problema è quella che viene data con la attuale indifferenza.
Il gap culturale. Come nel 1973 quello che manca ancora oggi è la “visione transgenerazionale”: la generazione al potere è ancora quella cresciuta nella cultura del consumo. Un sindaco capisce l’investimento in metropolitane, ponti, tunnels, ma non capisce l’investimento in strategia ambientale ed energetica.
I ponti, i treni e i tunnels li può deliberare e costruire in tempi elettoralmente utili. La strategia energetica e ambientale della città la può deliberare, ma i tempi non gli sono elettoralmente utili.
I media non sono in grado, fatte salve rare e limitate nicchie, di svolgere la funzione di educazione dell’opinione pubblica a causa della incompetenza energetica e ambientale delle loro redazioni e della disponibilità allo scoop vacuo. La corretta informazione del pubblico è il cardine sul quale gira tutta la dinamica del rinnovo della classe politica. Quelli che alla fine decidono.
Quello che fa paura in America non è tanto Bush quanto il “sistema” che lo mette al potere. Su scala diversa la stessa preoccupazione vale per Mastella-Bassolino-Pecoraro Scanio-Storace et al. in Italia.
Cosa è cambiato dal 1973. Guardando il campo in una ottica ampia si possono fare alcune osservazioni generali (o generiche):
A. c’è stato un enorme progresso nelle tecnologie sia sul versante dell’offerta che sul versante della domanda.
B. c’è stata una notevole maturazione della sensibilità energetica nell’opinione pubblica purtroppo promossa da una informazione più allarmistica che competente.
C. non c’è stato eguale progresso nella competenza dei livelli di decisione politica: amministratori e decisori strategici sono praticamente digiuni di competenza e di informazione competente, basta raccogliere un campione delle loro dichiarazioni per avere un quadro disarmante: a partire da Bush per arrivare a modesti soggetti nostrani come Casini o Prodi quando devono esprimere opinioni relative all’ambiente o all’energia dimostrano l’informazione di un dodicenne e analoga competenza.
D. si è andata confermando e drammaticamente documentando l’intuizione che avevamo avuto nel 1975: sta mancando lo spazio dove bruciare altra energia fossile, mentre energia fossile ce ne è ancora. Le città sono invivibili per l'inquinamento da combustione. Mentre la CO2 non sembra essere il vero problema vedi il documento di Ernst Beck a:
http://www.anenglishmanscastle.com/180_years_accurate_Co2_Chemical_Methods.pdf
E. a parte posizioni dequalificate, il sogno nucleare è stato ridimensionato e non viene più proposto come “la soluzione" del problema, l’intensità di capitale e le incertezze sui costi di lungo termine sociali, ambientali ed economici riducono la quota credibile di energia nucleare nei prossimi cinquanta anni a meno del 5% nelle proiezioni più convinte. Previsioni più realistiche propongono percentuali inferiori.
F. resta deludente l’informazione del pubblico da parte dei media, superficiali, imprecisi e spesso promotori di grossolani errori (ad esempio idrogeno e aria compressa).
G. si è ingigantito il problema dell’acqua: mancherà prima l’acqua dell’energia. Molte città hanno costruito e stanno costruendo impianti per il riciclaggio delle acque di fogna. L’acqua per l’agricoltura è già motivo di conflitti armati in molte regioni aride.
H. la congestione delle aree metropolitane, la patologia dei climi urbani e l’insostenibilità delle tecnologie per il riscaldamento e il condizionamento degli edifici, l’insostenibilità delle tecnologie per la mobilità sul territorio che trenatcinque anni fa erano vagamente evocate oggi sono drammaticamente attuali.
Bruno Caudana propone una diversa articolazione dei punti, se possibile più dura e specifica, e la riporto integralmente nella nota (9) come testimonianza della complessità concettuale del dibattito e della lucidità della visione di Caudana, sempre stimolante.
Non sono ottimista neppure io, ma credo che oggi sia necessario un pessimismo costruttivo: it will be shit but, hey, guys! Let’s do something anyway!
Le risposte tecnologiche. La ricerca di nuovi giacimenti e lo sfruttamento ulteriore dei giacimenti conosciuti e già in produzione negli ultimi trent’anni sono state radicalmente rivoluzionati da nuovi strumenti tecnologici tanto che il picco della famosa campana di Hubbert è stato più volte spostato verso il futuro. L’anno fatale doveva essere una volta tra il 2005 e il 2012 ora viene collocato fra il 2013 e il 2040. Non mancano dubbi e secondo autori e istituti molto competenti il "picco" l'abbiamo già superato. Non è una data facile da collocare: oltre alle obbiettive difficioltà geominerarie ci sono le feroci riserve dei paesi produttori e delle compagnie che non vogliono dare informazioni precise sulle loro riserve, per ovvie ragioni.
Questa è la posizione del Government Accountability Office sul prpblema:
"Most studies estimate that oil production will peak sometime between now and 2040. This range of estimates is wide because the timing of the peak depends on multiple, uncertain factors that will help determine how quickly the oil remaining in the ground is used, including the amount of oil still in the ground; how much of that oil can ultimately be produced given technological, cost, and environmental challenges as well as potentially unfavorable political and investment conditions in some countries where oil is located; and future global demand for oil. Demand for oil will, in turn, be influenced by global economic growth and may be affected by government policies on the environment and climate change and consumer choices about conservation."
Un picco è stato già raggiunto: quello delle scoperte di nuovi giacimenti (North Field nel Qatar) nel 1970. Da allora il volume delle scoperte è andato continuamente calando. In parte per effetto dei diminuiti investimenti che allora erano strozzate dal prezzo basso del barile, ma che oggi si scontra con il limite geominerario fisico.
Per una trattazione completa ed esauriente dei nuovi strumenti di prospezione e sfruttamento rimando al report dell'NPC 2007 e mi limito di seguito a citarne solo alcuni:
* la perforazione orizzontale, multilaterale, a spina di pesce,
* il drenaggio a gravità assistita da vapore,
* la prospezione sismica veloce a 3D,
* l’elettromagnetismo controllato per ricerche in acque non profonde (CSEM),
sono alcuni degli strumenti che hanno facilitato la ricerca di nuovi giacimenti e lo sfruttamento ulteriore di quelli che si ritenevano esauriti o sul punto di essere esauriti (ad esempio il giacimento gigante di Ghawar in Arabia Saudita). Nuove tecnologie per l’estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose e dagli scisti bituminosi hanno reso competitiva o avvicinato alla competitività la coltivazione degli enormi giacimenti a cielo aperto Canadesi (Alberta) sia per il gas che per olio pesante.
L’innovazione più importante è però avvenuta nei sistemi di controllo di tutti i processi, sia dalla parte dell’offerta che della domanda. Grazie alla articolazione e all’intelligenza elettronica dei sistemi di regolazione e controllo l’efficienza e il rendimento di tutte le conversioni (processi industriali, trasporti, agricoltura, riscaldamento e condizionamento) sono aumentati in modo significativo.
Le case. L'edilizia (riscaldamento, condizionamento, illuminazione, elettrodomestici) asssorbe circa il 25-30% dell'energia convertita in un paese industrializzato. L'ottimazione energetica ex post (retrofit)
(eliminazione spreco, risparmio, alternative)del parco costruito
è un processo che deve essere associato con i programmi di manutenzione ordinaria e straordinaria su un arco di tempo di 10-20 anni.
Alla fine del programma gli edifici potrebbero essere produttori di energia o al limite bilanciare energia presa dalla rete con energia messa in rete (mediante pannelli fotovoltaici e se posdsibile generatori eolici)
Il catalogo di componenti consente di intervenire sull'involucro esterno (isolamento, doppi vetri, vetri speciali, schermi esterni, schermi interni), sui tetti, mediante serre applicate, e componenti attivi (pannelli solari termici, pannelli fotovoltaici, generatori eolici)
Sulla base delle priorità energetiche si interverrà poi sugli apparecchi di illuminazione e quinaid sugli elettrodomestici.
I programmi verranno differenziati per le diverse tipologie edilizie. (residenziale, commerciale, uffici, alberghi). Tutti gli edifici nuovi dovrebbero venire progettati e commissionati insieme al programma di manutenzione ordinaria, straordinaria e di retrofit.
L'auto. L'auto merita un discorso speciale sia perché è rappresentativa di una complessa sovrapposizione di parametri sia perché è indicativa di tendenze della cultura di utenza, della cultura di mercato e della cultura tecnologica/industriale e della cultura di governo (norme e accordi intergovernativi). Per una informazione completa e sofisticata rimando a uno studio di Lee Schipper del World Resources Institute EMBARQ "Automobile Fuel; Economy and CO2 Emissions in Industrialized Countries: Troubling trends through 2005/2006."
I dati relativi a consumi, inquinamento, kilometraggi, potenza, pesi, percorrenze annue, numero di spostamenti giornalieri fotografano per gli anni dal 1975 al 2005 dinamiche non facili da interpretare e spesso contraddittorie. Sono significative le differenze tra Europa, Stati Uniti e Giappone e rappresentano i diversi atteggiamenti dei governi e delle culture di utenza. Determinante la morfologia territoriale e insediativa (densità territoriale degli insediamenti, distanze dei percorsi medi), la situazione delle strade (strette e tortuose o grandi autostrade) e del traffico (nessuno è in grado di calcolare il peso economico, ambientale e sociale dei milioni di ore passate al volante dai milioni di pendolari nel mondo), disponibilità di parcheggi e, non ultimo, lo stile di guida. I diagrammi che raccontano sinteticamente cosa è successo e che possono suggerire linee di tendenza da favorire o da contrastare sono:
1. il consumo su strada: dal 1970 al 2005 il consumo su strada delle auto negli Stati Uniti è passato da 18 litri per 100 km a 11.8 con un calo significativo tra il 75 e l'85. In Giappone il consumo su strada è aumentato passando da 9 litri a 10.2 per 100 km dopo aver quasi toccato i 12 litri negli anni dal 1995 al 2000. Per i paesi Europei il consumo su strada è passato da una forchetta compresa tra 8.1 e 11.1 nel 1970 a una forchetta compresa tra 7.0 e 8.1 nel 2005. Le auto Italiane sono quelle che consumano meno in tutto il panorama mondiale.
2. il peso su strada: dal 1975 al 2005 il peso su strada della vettura media europea è passato da circa 900 kg a circa 1250 kg, l'auto negli USA è invece passata da 1800 kg in media a 1600 kg circa.
3. la potenza media: negli USA è passata da 120 kW a 150 kW dopo un calo negli anni tra il 1970 e il 1990 mentre per l'Europa la potenza ei motori è passata da una media di 60 kW a una media di 80 kW. L'Italia da 48 a 54 kW nello stesso periodo.
4 il rapporto consumo di carburante rispetto al peso (litri per 100 km rispetto a kg) è diminuito in modo significativo per tutta la flotta di auto mondiale da valori intorno a 0.0095 nel 1975 a valori intorno a 0,005 nel 2005. Le auto sono più pesanti e consumano di meno, o consumano di meno rispetto al peso.
5.il rapporto consumo di carburante potenza del motore: diminuito significativamente da valori medi intorno a 0.15 (litri per 100 km su kW) nel 1975 a valori medi 0.09 (litri per 100 km su kW) nel 2000 con tendenza a scendere ancora verso valori di 0.06
I consumi sono diminuiti in Europa, ma non negli Stati Uniti, questo per effetto del "voluntary agreement" fra I paesi produttori della Comunità Europea. Le prestazioni sono aumentate e il peso è aumentato: la tecnologia per ridurre consumi e inquinamento esiste, ma il mercato non sembra premiarla, mentre invece premia gli aumenti di prestazioni (peso, volume, velocità e ripresa). Gli accordi fra i governi Europei sono stati significativi per una indicazione di tendenza, ma è necessario un orientamento più forte. Deve cambiare la cultura dell'automobile e non si vedono segni di questo svolgimento se non nel mercato ancora debole di auto ibride e di supermini (Smart, Micra, Yaris).
Le fonti alternative. Sul versante delle fonti alternative la generazione eolica è competitiva sul mercato corrente, per il momento è anche risolto il problema di accumulo e di interfaccia con le reti di utenza, le tecnologie sono affidabili ed efficienti per impianti a tutte le scale dal singolo edificio alla comunità urbana e ai grossi wind-parks sul mare (Danimarca e Olanda) o sulle montagne (Spagna, Canada e California). Sui generatori eolici va in particolare notato che non è vero che uccidono gli uccelli (10) e non è vero che sono rumorosi (11) . I pannelli fotovoltaici che nel 1973 avevano una efficienza del 3% circa sono oggi commercialmente disponili a costi molto inferiori e con efficienze del 15-17%. Restituiscono il contenuto energetico in condizioni ottimali di uso nel giro 8-11 anni (fonte: Centre for Sustainable Energy Systems Engineering Department, Australian National University). Secondo alcune fonti anche in tempo più breve (12). Quando, verso la saturazione della produzione/utenza, saranno risolti problemi di accumulo o ridistribuzione ci sarà un boom di impianti sui singoli edifici. In questo campo è già interessante l’integrazione fra auto elettrica e generazione elettrica eolica o fotovoltaica. I collettori piani per riscaldamento di acqua e fluidi industriali hanno fatto enormi progressi nell’affidabilità, durata e rendimenti.
I collettori tubolari sottovuoto garantiscono rendimenti fra il 60% e l’80% a temperature comprese tra 60 °C e 80 °C. Sono già sul mercato caldaie per il riscaldamento domestico a gas, o a legna e pellets con gestione articolata per la integrazione ottimale con fluido proveniente da collettori solari. L’80% dell’impiantistica disponibile oggi non era disponibile nel 1980 e sicuramente il 100% della elettronica di regolazione e controllo è di recente concezione e disponibilità commerciale. Le tecnologie per il controllo dei processi negli anni ‘70 e ‘80 erano elementari rispetto a quelle oggi commercialmente disponibili. Importanti innovazioni sono avvenute anche nella tecnologia edilizia, materiali isolanti, pareti esterne a comportamento variabile, finestre e vetrate con vetri speciali a comportamento radiativo ed emissivo variabile consentono oggi di progettare edifici che si “adattano” al variare delle condizioni esterne al fine di minimizzare il consumo di energia per il mantenimento delle condizioni interne ottimali.
Manca forse l’attenzione competente dei progettisti per l’utilizzo di queste tecnologie e manca la sensibilità energetica ambientale dei committenti e degli enti di controllo, spesso più disponibili a spendere denaro per forme di architettura spettacolari, funzionalmente discutibili e ambientalmente rovinose.
Molti architetti, anche famosi, utilizzano tecnologie edilizie e forme costruttive formalmente dettate dalla necessità di ottimazione energetica, ma forzate o volutamente portate a parossismo formale al punto da essere causa di maggiori consumi o di disagio funzionale. Da un punto di vista infrastrutturale è necessario predisporre le reti di distribuzione dell’energia che oggi sono progettate e dimensionate per portare energia dalle centrali verso la polverizzazione delle utenze e che invece dovranno essere dimensionate per gestire l’energia prodotta dalla polverizzazione di generatori sul territorio. Un problema non semplice: in gergo tecnico di bilanciamento e dispacciamento.
Una opinione diversa. Sulle fonti alternative (eolico, fotovoltaico,) va registrata anche l'opinione di molti che ne mettono in evidenza la irrilevanza quantitativa e l'inadeguatezza qualitativa (potenza). Si fanno i conti delle strabilianti quantità di turbine che ci vorrebbero o delle migliaia di kilometri quadrati di pannelli fotovolatici necessari per riscontrare la domanda di energia elettrica di un paese post-industriale come l'Italia: l'obbiezione è corretta in una visione che privilegia e accetta senza riserve l'attuale modello energo-ambientale. Ma in una visione strategica di molte generazioni (70-100 anni) che tenga conto delle potenzialità di cambiamento sia culturale che tecnologico il problema va posto in modo meno esasperato. E' vero che la plausibilità di questi cambiamenti è discutibile e l'ipotesi è utopica. Ma non per questo possono essere esclusi o deve essere abbandonata l'idea di perseguirli. La potenzialità dell'intervento "diffuso" non va sottovalutata sui tempi di qualche decina di anni e più.
Sono interessanti e da leggere i commenti (feroci) del prof. Franco Battaglia (Roma 3) su "Il Giornale" che propone la sua critica in modo corretto, non conforme, utilizzando con vigore polemico la stupidità (spesso disonesta) dell'ambientalismo di maniera o di matrice ideologica o, semplicemente, fanatico. Ma qualche volta Franco Battaglia non racconta tutta la storia: è vero che con l'energia solare a bassa entalpia non accendi le lampadine, ma ci puoi riscaldare acqua a 50 °C, acqua che adesso è riscaldata con energia elettrica che potrebbe essere risparmiata e convertita altrove in modo più coerente. Il prof. Franco Battaglia ha sicuramente ragione: su questo modello di uso del Pianeta e sulla sua proiezione nel futuro non c'è speranza di alternativa, il Pianeta è "finito" fisicamente e ogni fenomeno di crescita lineare, geometrica, esponenziale è destinato a scontrarsi con questa realtà. Prima o poi. D'altra parte nemmeno l'energia nucleare, realizzata a tappe forzate con investimenti finanziarii impossibili, risolverebbbe il problema della crescita demografica scontrollata e probabilmente aumenterebbe la fragilità dei sistemi con una ulteriore drastica polarizzazione. Senza contare che anche i combustibili fissili sono una risorsa a termine. Tutte le fonti energetiche sembrano ridicole se si calcolano per rispondere al 100% della domanda.
Franco Battaglia propone una immagine colorita che vale la pena riportare: bruciare petrolio per fare energia elettrica è come bruciare mobili di antiquariato per riscaldare la casa.
Lord Christopher Monckton is a particularly documented paper. Some of the papers are quite impressive.
Il prof. Franco Battaglia non è solo in questa battaglia contro la "marea del global warming" se siete interessati a un'ampia documentazione di "anti" andate a:
http://globalwarmingscare.wordpress.com/category/scientist-who-oppose-global-warming-theories/
Il documento di Lord Christopher Monckton è particolarmente documentato. Alcuni dei documenti sono di notevole interesse.
Comunque il documento più interessante e scientificamente convincente è quello del prof. Ernst Beck:
http://www.anenglishmanscastle.com/180_years_accurate_Co2_Chemical_Methods.pdf
Che dimostra in modo rigoroso la NON correlazione fra aumento della CO2 nell'atmosfera e aumento della temperatura media del Pianeta, praticamente smantellando le ipotesi base degli accordi di Kyoto.
La geopolitica dell’energia e le tendenze. Sul versante della domanda rispetto al 1970 sono cresciute la Cina e l’India che nel giro di pochi anni supereranno gli Stati Uniti come regioni assetate di petrolio. Il resto del mondo è cresciuto secondo le previsioni: dopo la breve interruzione di tendenza degli anni 75-80 la crescita è ripartita vigorosa secondo le tendenze storiche. Sul versante dell’offerta il bacino petrolifero del Golfo Persico è dominante e manterrà il suo dominio affiancato dal bacino centro asiatico (Caspio). Nel 2030 la dipendenza degli Stati Uniti dall’energia Canadese e Venezuelana aumenterà. La Russia che fino al 2000 forniva solo l’Occidente Europeo nel 2030 fornirà in eguale misura la Cina e l’India. Rispetto alla domanda globale del 2000 la domanda nel 2030 aumenterà del 60% circa (NPC Report) così disaggregata fra parentesi i dati 2000:
33% petrolio (38%)
26% gas naturale (24%)
27% carbone (24%)
5% nucleare (6%)
9% rinnovabili (8%)
Queste cifre dimostrano il mio assunto: in trenta anni poco è cambiato del modello energetico complessivo il 60% di aumento della domanda globale e il passaggio dall’8% al 9% delle rinnovabili sono la misura del fallimento e nei prossimi trenta poco cambierà se queste proiezioni si verificheranno. È vero che una buona percentuale dell’aumento della domanda è conseguente all’aumento degli abitanti del Pianeta e all’ingresso nel mercato di nuove popolazioni relativamente affluenti (Cina e India), ma resta un notevole margine dovuto alla indifferenza dei governi nei confronti del problema.
Qualche idea sul dopopetrolio e sulla transizione. Mobilità e trasporti: ci sarà un drastico recupero dei fattori di capacità. L’attuale lusso energetico di un auto/un uomo non sarà più possibile. Anche le due tonnellate di SUV per accompagnare il ragazzino a scuola è uno stile che le belle sciurette dovranno dimenticare: a scuola i bambini torneranno ad andare a piedi. La tecnologia vedrà un forte incremento dell’auto ibrida prima e poi elettrica alimentata da elettricità di origine eolica o fotovoltaica. Le fuel cells saranno in difficoltà per i costi nei confronti dell’ibrido e dell’ibrido integrato eolico/fotovolatico. Il parco automobilistico sarà rinnovato nell’arco di 15 anni senza incentivi, con incentivi potrebbe essere rinnovato anche prima.Una forte indicazione normativa di matrice politica potrebbe dare luogo a un parco automobilistico molto più razionale nell'arco di 15 anni. su qu La mobilità di cose e persone sulla conversione energetica totale vale circa il 30% ridurre del 10% i consumi in 15 anni vuol dire una riduzione del 3% della conversione globale (quasi come 10 centrali nucleari da 2000 MW). L’integrazione dei trasporti individuali con eolico elettrico individuale o fotovoltaico individuale potrà servire a ridurre il problema degli accumuli e quello della stocasticità dell’offerta elettrica eolica o solare alleggerendo i problemi che inevitabilmente si avranno quando la rete non potrà più svolgere il ruolo di compensazione. Aumento dell’utilizzazione dei mezzi pubblici per i trasporti urbani che dovranno anche diventare più user friendly e logisticamente efficienti. Minibus per le zone centrali delle città o taxi e car sharing (http://www.zipcar.com/how/) diffuso e correntemente applicato in molte città americane e con nomi diversi anche in Europa. Carpool strutturato da informatica per i pendolari dagli hinterland urbani: si cercano i passaggi su taxi collettivi o su carpool in tempo reale con il telefonino. Questo servizio è già attuale in Svezia e in alcune aree metropolitane degli Stati Uniti (Seattle, Portland) Il metodo è antropologicamente (senza telefonino) funzionante in tutte le grandi e piccole città dell’Asia (Ulan Bator, Jakarta, Manado, Solo, Ujung Padang, Manila, Bombay, Calcutta). Sul trasporto urbano e sulla modifica del “modello culturale” attualmente dominante deve essere citata l’azione di Robin Chase (http://www.goloco.org/) che promuove una associazione per la promozione di ride sharing locale in condizioni di sicurezza e di efficienza. I membri si impegnano a una serie di condizioni e garanzie e usufruiscono di un servizio di coordinamento in tempo reale: un sofisticato cyber-autostop che fornisce la flessibilità dei mezzi individuali in condizioni di amichevole sicurezza e che comprende l’ipotesi di compensazione delle spese direttamente gestita da Paypal e dal software di coordinamento. La moltiplicazione di iniziative di questo genere potrebbe drasticamente ridurre la congestione dovuta ai pendolari nelle grandi conurbazioni metropolitane: nell’arco di pochi anni la quota di bilancio familiare che dovrà essere investita nell’auto raggiungerà percentuali del 25-30%. Per molte famiglie chiaramente non sostenibile. Ma deve avvenire una rivoluzione culturale. Ci sono anche iniziative un po’ “diagonali”, ma che rappresentano bene l’interesse per una cultura diversa della “mobilità”. Euromobility (http://www.euromobility.org/) è una di queste e i consigli che fornisce sono ragionevoli anche se qualche scoperta che fa è buffa come questa: “…un' automobile che percorre un chilometro di autostrada a 100Km/h con uno stile di guida regolare emette circa il 60% in meno di polveri, l' 80% in meno di monossido di carbonio e risparmia circa il 75% di carburante rispetto allo stesso chilometro percorso a 15 Km/h con uno stile di guida tipico del traffico congestionato" Chi l’avrebbe mai detto?! Euromobility promuove anche corsi di “ecodriving” per insegnare a guidare con attenzione energo-ambientale e promuove anche il bike-sahring nei centri urbani.
Telelavoro. Milioni di ore passate al volante, tonnellate di carburante, tonnellate di CO2, potrebbero essere risparmiate se utilizzando i collegamenti elettronici si consentisse a tutti coloro che lo possono fare di lavorare a casa loro. Una rivoluzione il cui ritardo è criminale e indice di insipienza imprenditoriale assoluta, ma anche di debolezza e mancanza di visione politica. Il Governo Laburista di Kevin Rudd in Australia sta approvando un pacchetto di norme perchè ogni cittadino australiano abbia accesso alla broadband nell'arco di tre anni.
Back to local. Le città non potranno più dipendere da forniture alimentari “transplanetarie” e si ricostruirà una economia locale e regionale per la maggior parte dei prodotti alimentari. Non più ciliegie dal Canada e dall’Argentina, fragole dal Sud Africa, mirtilli dal New Brunswick e dal Maine, insalata dall’Olanda tutti i mesi dell’anno. Questo comporterà qualche radicale revisione delle diete correnti. Una drastica riduzione degli imballaggi a tutti i livelli e scale (cfr legge Toepfer in Germania). Alla scala quotidiana familiare ci sarà a breve il recupero delle borse della spesa che le nostre mamme e nonne usavano quotidianamente. Il Governo Federale Australiano vuole tassare i sacchetti di plastica in ragione di 25 centesimi l’uno per scoraggiarne l’uso. Riduzione dei viaggi e degli spostamenti inutili: cominceranno le grandi aziende e le pubbliche amministrazioni. Sostituendo gli incontri faccia a faccia e le visite con teleconferenze.
Azione. Personalmente non credo che la comunità degli uomini riuscirà a innescare in tempo utile la transizione verso una coesistenza sostenibile con il Pianeta. Per molte cose, come dice Bruno Caudana, non c’è più tempo, altre sono culturalmente improbabili, altre economicamente impossibili. La lenta catastrofe che è iniziata oramai da 50 anni procederà. Più lenta in alcune regioni, più veloce in altre. Una riflessione si può fare: i paesi oggi definiti del terzo mondo, nonostante la loro arretratezza sono già “a basso contenuto di energia”. La loro transizione verso la sostenibilità potrebbe essere meno difficile di quella delle regioni affluenti fortemente industrializzate o addirittura postindustriali. Non dovranno rinunciare a molto. Le singole unità famigliari sono già ora capaci di produrre il loro cibo. Una famiglia “metalmeccanica industriale urbana”, sotto questo punto di vista, è completamente sprovveduta, e la città che abita non glielo consentirebbe comunque. A Torino e a Milano è ancora vivo il ricordo degli immigrati calabresi che negli anni 50 che coltivavano i pomodori e tenevano i polli sul balcone delle case popolari.
Il pessimismo non vuol dire che si debba rinunciare alla sfida: anzi a maggior ragione questa va raccolta e affrontata.
Progettare e governare la catastrofe e il suo svolgersi sarà comunque utile, non solo per una speranza di controllo e di inversione della tendenza, ma se non altro per ridurne la crudeltà nei confronti dei più deboli e dei più esposti.
O per aumentare il privilegio dei più forti.
È l’utopia che rende interessante il viaggio esistenziale, per alcuni.
Per altri il denaro: ma a cosa serve avere denaro in un pianeta distrutto?
Può essere utile.
Per un po' di tempo.
Lorenzo Matteoli
Scarborough, Marzo 2008
Devo ringraziare per la critica lettura del work in progress e i suggerimenti utili Andrea Ketoff, Bruno Caudana, Alfonso Messina, Gabriella Peretti, Roberto Pagani, Antonio Sanminiatelli, Mauro Rinaldi, Lee Schipper;
Robin Chase dal cui sito ho tratto le indicazioni sui nuovi modelli di logistica (goloco.com).
NOTE
1) Il gruppo storico di ricercatori che ha lavorato con me dal 1973 al 1985 in modo più o meno formalizzato, era composto da Gabriella Peretti, Roberto Pagani, Bruno Caudana, Andrea Ketoff, Luciana Conforti, Antonella Marucco, Paola Caccia, Gianvincenzo Fracastoro, Marco Masoero, Marina Gariboldi, Gabriella Funaro. Tutti oggi qualificatissimi al top delle loro carriere accademiche e nel real world. Paola ha sposato Gianvincenzo e certamente ha contribuito in modo determinante alla sua carriera.
2) L’inizio della vicenda dissalatore di Pantelleria è registrato agli atti del Parlamento, sembra una storia gloriosa.
Non lo è stata.
http://legislature.camera.it/_dati/leg05/lavori/stenografici/sed0493/sed0493.pdf
3) Quando insegnavo agli studenti spiegavo che non ci vogliono dei geni e nemmeno una grande professionalità per scegliere tra il prosciutto e la cacca. Anche un paracarro può farlo, dicevo. Purtroppo lo scelte sono di solito meno limpide: prosciutto un po’ sporco o molto sporco … oppure cacca subito e prosciutto dopo. Quanto prosciutto e quanto tempo dopo? Questa, dicevo, è la ragione per la quale ci vogliono i “managers”.
4) http://www.measuringworth.com/ppowerus/result.php
5) http://www.adaptive.it/ph/ume.htm
6) George Monbiot sul Guardian il 17 Dicembre ha scritto: After 11 days of negotiations, governments have come up with a compromise deal that could even lead to emission increases. The highly compromised political deal is largely attributable to the position of the United States, which was heavily influenced by fossil fuel and automobile industry interests. The failure to reach agreement led to the talks spilling over into an all-night session.
7) L’idrogeno è ambientalmente pulito solo se prodotto con energia solare o eolica, ma anche in questo caso si devono tenere presenti le implicazioni ambientali e i costi di quelle tecnologie.
8) Il giornalista si chiama Maurizio Ricci e scrive di motori su La Repubblica.
9) dice Bruno Caudana:
* Al primo posto metterei la progressiva penuria di combustibili fossili. Questa genera una progressiva e rapida richiesta di cambiamento strutturale di ciò che la macchina economico-produttiva dovrebbe produrre. Ad esempio, potrebbe diventare impellente che una quota crescente della popolazione torni a organizzarsi la propria produzione di cibo. Ma la struttura urbana attuale (il rapporto città-campagna) ostacola fortemente una inversione in direzione degli anni '50 e prima. L'aumentata popolazione che ha perso i saperi agricoli pre-industriali è un'aggravante della situazione. L'apparato produttivo sa produrre cose che non serviranno e non sa produrre le cose che potrebbero servire. Si creano condizioni di diffusa guerra civile e reale povertà da difficile accesso al cibo e ad altri generi vitali (medicinali, acqua sufficientemente pulita, ecc.). E via degradando.
* Non fa invece in tempo a diventare un problema la CO2.
* Le auto elettriche a energia fluente non potranno essere pronte in tempo nelle quantità necessarie a fare la differenza e, se anche fosse, non ci si potrà permettere un cambiamento del parco auto.
* Una agricoltura più estensiva e non ad elevato consumo energetico non produrrebbe abbastanza cibo per la popolazione attuale e attesa secondo inerzia demografica.
* Lo sballo del clima non fa in tempo a far sentire un qualunque effetto sulla popolazione.
*Anche noi (a Torino) già ricicliamo acqua delle nostre fogne (si beve acqua del Po ripulita).
* Presi dalla disperazione si comincerà a bruciare tutto il carbone disponibile, con le conseguenze relative.
* L'acqua dolce sarà un problema in certi posti ma meno in altri.
* La gente si sposterà selvaggiamente.
* Le leggi saranno lettera morta.
10) Meno di molti altri oggetti antropici come cavi ad alta tensione, antenne, auto, grattacieli e case proprio perché muovendosi sono più facilmente individuabili; un buon documento si trova a:
http://www.awea.org/faq/sagrillo/swbirds.html
11) anche il rumore è una favola costruita da interessi settari in questo sito si trova un ottima serie di esempi comparativi:
http://www.youtube.com/watch?v=JD0v9_zV2uk
12) Crystalline silicon modules achieve an energy break-even in a little over three years. The energy payback time for thin film copper indium diselenide in full production is just under two years. Over their lifetime, these solar panels generate nine to seventeen times the energy required to produce them.
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